Giovani immigrati: il loro futuro è in Italia, ma siamo disposti ad accoglierli?

Il 73,4% dei giovani immigrati vive senza la propria famiglia. Eppure la stragrande maggioranza pensa di restare nel nostro Paese a lungo o per sempre. Una ricerca Eurispes racconta una generazione che vuole costruire qui il proprio futuro, ma che continua a sperimentare indifferenza, esclusione e razzismo

Arrivano spesso da soli. Lasciano la famiglia, il Paese d’origine, talvolta la povertà, la guerra o la mancanza di lavoro. Arrivano con l’idea di trovare qualcosa che assomigli a un futuro. E, per molti di loro, quel futuro ha un nome preciso: Italia.

È una delle immagini più significative che emergono dall’indagine Eurispes La condizione degli immigrati in Italia. Vissuto, esperienze e progetti, realizzata su 521 immigrati residenti nel nostro Paese e intervistati tra luglio e dicembre 2025. La ricerca restituisce una fotografia complessa dell’immigrazione: accanto ai percorsi di integrazione e alle aspettative per il futuro, emergono solitudine, precarietà e soprattutto esperienze di discriminazione.

A colpire, in particolare, è la condizione dei più giovani. Perché sono proprio loro a trovarsi più spesso nel punto di intersezione tra due esigenze: costruire una nuova identità e trovare un posto in una società che non sempre sembra pronta a riconoscerli pienamente.

La generazione che arriva da sola

Il primo dato è quello della solitudine. Tra i giovani tra i 18 e i 24 anni, il 73,4% vive in Italia senza la propria famiglia. La percentuale rimane molto elevata anche tra i 25-34enni: 62,8%. La situazione cambia nettamente nelle fasce d’età più mature: tra gli over 64 il 92,9% vive con tutta la famiglia. Per i più giovani, dunque, l’integrazione comincia spesso senza una rete familiare vicina. Devono trovare lavoro, imparare a muoversi in un ambiente nuovo, costruire relazioni e affrontare la distanza dalla famiglia rimasta nel Paese d’origine.

Anche sul piano abitativo emergono differenze generazionali: per i più giovani è più probabile vivere in quartieri abitati soprattutto da cittadini stranieri, mentre con l’aumentare dell’età cresce la possibilità di risiedere in quartieri misti o a maggioranza italiana. Non significa automaticamente vivere separati dalla società italiana, ma può ridurre le occasioni quotidiane di incontro. E senza incontro è più facile che le persone rimangano categorie: “gli stranieri”, “gli italiani”, “i giovani immigrati”. È proprio in questo spazio che gli stereotipi possono attecchire.

Il volto più comune del pregiudizio? L’indifferenza

Come vengono percepiti gli italiani dagli immigrati? La risposta dell’Eurispes è tutt’altro che rassicurante, ma nemmeno univoca. L’atteggiamento più frequentemente indicato è l’indifferenza: 22,3%. Segue quello amichevole, con il 20,3%, mentre il 14,6% parla di comprensione e solidarietà. Poi arrivano le percezioni negative: il 14,2% degli intervistati parla di ostilità, il 13,1% di diffidenza e il 10% di atteggiamenti razzisti.

Il dato complessivo è ancora più significativo: se si considerano insieme le valutazioni negative e l’indifferenza, queste raggiungono il 62,5%, contro il 37% delle valutazioni positive. È un risultato che invita a guardare oltre il razzismo esplicito. Il problema non è soltanto l’ostilità dichiarata. Può essere anche la distanza, l’assenza di interesse, la sensazione di non essere visti. Per chi è giovane e sta costruendo le proprie reti sociali, essere ignorato può essere quasi altrettanto significativo dell’essere apertamente respinto.

Quando lo stereotipo diventa un’esperienza concreta

C’è però un momento in cui il pregiudizio smette di essere una percezione e diventa esperienza. Il 57,8% degli immigrati dichiara di aver assistito almeno una volta a episodi di razzismo. Tra gli uomini la percentuale sale al 66%, mentre tra le donne si ferma al 43,4%. Ma il dato più forte riguarda le vittime dirette: il 53,2% è stato personalmente vittima di episodi di razzismo almeno una volta. Per il 19,8% è accaduto una sola volta, per il 24% qualche volta e per il 9,4% molte volte.

E il razzismo non assume necessariamente la forma dell’aggressione fisica. Al contrario, le esperienze più frequenti sono quelle che si consumano nella quotidianità: scortesia (55,7%), derisione (38,8%), insulti a sfondo razzista (35,3%) ed esclusione (31,5%). L’aggressione fisica riguarda il 14% degli intervistati.

Sono numeri che mostrano come il pregiudizio possa essere silenzioso, ordinario, persino banale nelle sue manifestazioni. Una battuta, un insulto, un atteggiamento di sufficienza, una persona lasciata fuori dal gruppo. Ma, sommati, questi comportamenti costruiscono un’esperienza sociale nella quale non tutti si sentono accolti allo stesso modo.

Eppure il futuro è qui

La contraddizione più forte della ricerca arriva quando si guarda ai progetti di vita. Gli immigrati non sembrano considerare l’Italia un semplice punto di passaggio. Il 52% dichiara di voler restare per sempre, mentre il 30,9% intende rimanere almeno per diversi anni. Complessivamente, dunque, l’82,9% vuole continuare a vivere in Italia a lungo o per sempre.

È un dato che riguarda anche i più giovani. L’Eurispes sottolinea infatti che la maggioranza dei giovanissimi, nonostante il loro arrivo più recente e un futuro ancora in costruzione, immagina di rimanere in Italia. Il nostro Paese diventa così il luogo in cui lavorare, costruire relazioni, formare una famiglia e progettare la propria vita.

Qui emerge una questione che va oltre le politiche migratorie: che cosa significa sentirsi parte di una società? Non basta vivere in un Paese per sentirsi parte di quel Paese. Non basta avere un lavoro o un’abitazione. L’appartenenza passa anche attraverso il riconoscimento sociale: sentirsi accolti, rispettati, considerati.

Cittadinanza: non soltanto un documento

Anche il rapporto con la cittadinanza italiana racconta un’appartenenza ancora in costruzione. Tra i 18-24enni il 48,9% desidera ottenere la cittadinanza italiana, mentre il 19,2% non ha ancora un’opinione definita. Tra i 25-34enni la quota di chi la desidera è del 49,5%, mentre gli indecisi sono l’11,2%.

Tra coloro che desiderano diventare cittadini italiani, la motivazione più frequente è il desiderio di avere gli stessi diritti degli italiani (44,4%). Seguono la possibilità di votare, indicata dal 25,3%, e il bisogno di sentirsi più accettati e integrati, indicato dal 18,5%.

La cittadinanza, dunque, non è soltanto una questione amministrativa. Per quasi un immigrato su cinque rappresenta anche un riconoscimento: la possibilità di essere considerato pienamente parte della comunità nella quale vive.

Una sfida che riguarda tutti

L’indagine Eurispes non misura direttamente gli stereotipi presenti nella popolazione italiana e non permette quindi di stabilire quali siano le immagini stereotipate più diffuse sugli immigrati. Ma mostra con chiarezza gli effetti che pregiudizi e discriminazioni possono avere sulla vita delle persone.

E il paradosso è evidente. Da una parte ci sono giovani che arrivano spesso senza famiglia, che devono costruire da soli le proprie reti e che, nonostante le difficoltà, immaginano il proprio futuro in Italia. Dall’altra c’è una società nella quale più della metà degli immigrati intervistati dichiara di aver sperimentato personalmente almeno un episodio di razzismo. Il punto, allora, non è soltanto decidere se accogliere o meno qualcuno. È capire come costruire una società nella quale chi è arrivato possa diventare progressivamente “uno di noi” senza dover cancellare la propria storia.

Per i giovani la questione è ancora più delicata. È nella loro età che si costruiscono identità, appartenenze, amicizie e progetti. Se l’incontro con l’altro viene sostituito dallo stereotipo, la distanza rischia di diventare strutturale. Se invece l’incontro prevale sulla categorizzazione, l’origine può smettere di essere una barriera e diventare semplicemente una parte della storia personale.

I numeri Eurispes consegnano così una fotografia insieme problematica e promettente: il 53,2% degli immigrati ha subito personalmente episodi di razzismo, ma l’82,9% pensa di restare in Italia a lungo o per sempre. Due numeri che, letti insieme, raccontano una sfida decisiva per il futuro dell’Italia: c’è una generazione che vuole costruire qui la propria vita. La domanda è se saremo capaci di costruire, insieme a loro, una società nella quale possa sentirsi davvero a casa.

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