14 Ott 2026

Giovani. Il futuro che l’Italia lascia scappare

Tra emigrazione, lavoro, digitale e nuove sensibilità, il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes racconta una generazione che cambia più velocemente del Paese in cui vive. E che è al centro di un problema strutturale

C’è un paradosso che attraversa la condizione dei giovani italiani. Sono la generazione più immersa nella trasformazione tecnologica, quella che vive quotidianamente dentro algoritmi, piattaforme e nuovi linguaggi, ma sono anche coloro che più concretamente sperimentano le difficoltà di costruire un futuro nel proprio Paese. Ogni anno migliaia di giovani se ne vanno, il Mezzogiorno continua a perdere capitale umano, una parte consistente resta fuori dal lavoro e dalla formazione e quasi un giovane su due riconosce che il rapporto con il digitale può essere problematico.

È questo uno dei fili rossi che emergono dal Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes: una generazione che si trova a vivere una distanza crescente tra le proprie aspettative e le opportunità disponibili.

Un Paese che perde i suoi giovani

Il dato forse più significativo riguarda la mobilità. Secondo il Rapporto, ogni anno l’Italia perde circa 34.700 giovani, con una conseguente perdita stimata di 1,66 miliardi di euro di PIL. Il fenomeno diventa ancora più evidente guardando al Mezzogiorno. Tra il 2021 e il 2024 il Sud ha creato circa 100.000 nuovi posti di lavoro per under 35, ma nello stesso periodo 175.000 giovani hanno lasciato il Mezzogiorno. È un dato che racconta qualcosa di più della semplice ricerca di un’occupazione. Significa che creare posti di lavoro non basta, se quei posti non sono accompagnati da condizioni capaci di rendere un territorio attrattivo per chi deve costruirvi la propria vita.

Nel solo 2024 il saldo migratorio negativo del Mezzogiorno ha superato le 17.000 unità. E la mobilità dei giovani qualificati ha anche un costo economico: il Rapporto stima in circa 6,8 miliardi di euro, nel triennio 2022-2024, la dispersione dell’investimento pubblico in istruzione legata alla fuga dei laureati meridionali verso il Centro-Nord. Un Paese può formare i propri giovani e, nello stesso tempo, non riuscire a trattenerli.

NEET e disuguaglianze educative

La difficoltà di costruire il futuro emerge anche dai dati sull’istruzione e sul lavoro. A livello nazionale, il 16% dei giovani è NEET, cioè non studia, non lavora e non è inserito in percorsi di formazione. Ma anche qui il territorio fa la differenza. Nel Mezzogiorno la quota dei NEET raggiunge il 24-27%, mentre nel Nord si colloca intorno all’11%.

Lo stesso divario si osserva nell’istruzione terziaria. Tra i 25 e i 39 anni possiede un titolo universitario circa il 30% della popolazione italiana, ma nel Mezzogiorno la quota dei giovani adulti laureati scende al 23-25%, contro il 32-35% del Nord-Ovest e del Nord-Est.

Dietro questi numeri c’è una questione che riguarda il futuro dell’intero Paese: le opportunità educative non sono distribuite nello stesso modo e le disuguaglianze formative finiscono per alimentare anche quelle occupazionali e territoriali.

Il futuro che non arriva

La questione giovanile è però anche una questione demografica. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355.000 bambini, nuovo minimo storico. La denatalità non può essere spiegata soltanto attraverso la scelta individuale di avere o non avere figli. Nel Rapporto viene collegata anche alla precarietà lavorativa, al costo della vita, alle difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia e, più in generale, alla capacità di progettare il proprio futuro.

In questo senso, la difficoltà di fare figli e quella di costruire una vita stabile appartengono allo stesso problema: quanto è concretamente possibile immaginare il proprio domani?

I giovani nell’era della supremazia digitale

Se c’è un ambiente nel quale le nuove generazioni sembrano perfettamente a proprio agio, è quello digitale. Tra i 18 e i 24 anni, il 41,9% considera problematico il proprio rapporto con il digitale. È una percentuale nettamente superiore a quella rilevata nelle fasce più anziane. I giovani sono anche quelli che riconoscono maggiormente la presenza degli algoritmi nella loro esperienza quotidiana. Il 91,9% dei 18-24enni ritiene che le piattaforme propongano contenuti coerenti con i propri interessi.

Il dato più significativo riguarda l’influenza percepita. Il 60,5% dei giovani tra 18 e 24 anni ritiene che le piattaforme possano influenzare opinioni o stati d’animo. Non si tratta quindi soltanto di utilizzare più intensamente Instagram, TikTok, YouTube o altre piattaforme. I giovani sembrano essere anche consapevoli del fatto che l’ambiente digitale non è neutrale: seleziona, personalizza, orienta l’attenzione e può incidere sulla dimensione emotiva e cognitiva. La generazione più digitale è anche quella che sembra percepire più chiaramente il potere del digitale.

Sapere che il problema esiste non significa riuscire a gestirlo

C’è però una seconda faccia della medaglia. Il 19,8% dei 18-24enni dichiara di avere adottato strategie per ridurre il proprio uso delle tecnologie digitali. Ma il 37,2% afferma di non averlo fatto, pur riconoscendo che dovrebbe farlo. È una differenza importante: tra consapevolezza e autoregolazione esiste uno spazio nel quale si colloca una parte significativa dell’esperienza digitale contemporanea.

Il problema, dunque, non sembra essere semplicemente quello di insegnare ai giovani a usare la tecnologia. In molti casi la tecnologia la sanno usare benissimo. La sfida riguarda piuttosto la capacità di gestire l’attenzione, riconoscere i meccanismi di influenza, stabilire limiti e mantenere spazi di autonomia personale.

Una generazione con valori diversi

Il Rapporto mette in luce anche un’altra caratteristica delle giovani generazioni: su diverse questioni sociali ed etiche mostrano livelli di consenso significativamente più elevati rispetto alle generazioni più anziane. Tra i 18-24enni, ad esempio, l’80,7% è favorevole alla tutela giuridica delle coppie di fatto e l’81,8% al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il 73,5% si dichiara favorevole all’adozione da parte di coppie dello stesso sesso e il 66,9% all’adozione da parte di single.

Anche sui temi legati al fine vita i giovani esprimono percentuali elevate: il 75,1% è favorevole all’eutanasia e l’83,4% al testamento biologico. Si tratta di dati che mostrano un cambiamento generazionale delle sensibilità sociali. Non definiscono naturalmente da soli l’identità politica dei giovani, ma segnalano una maggiore apertura su una serie di questioni che hanno attraversato il dibattito pubblico italiano negli ultimi anni.

Tra innovazione e nostalgia

Ed è proprio qui, che emerge una delle contraddizioni più interessanti del Rapporto Italia 2026. I giovani sono immersi nel futuro tecnologico, ma il Rapporto dedica una specifica analisi alla loro nostalgia del passato. La contraddizione è solo apparente. Una generazione può essere tecnologicamente proiettata in avanti e, nello stesso tempo, guardare con nostalgia a un passato percepito come più stabile, più comprensibile o più ricco di riferimenti.

Il punto, allora, non è semplicemente chiedersi se i giovani siano “ottimisti” o “pessimisti”. La questione più profonda riguarda la possibilità di costruire un futuro nel quale riconoscersi. Perché il futuro non è soltanto ciò che verrà. È anche ciò che una società permette alle nuove generazioni di immaginare, desiderare e progettare.

Non una generazione fragile, ma una generazione esposta

Il Rapporto Italia 2026 suggerisce quindi una lettura più articolata della condizione giovanile. I giovani sono esposti contemporaneamente a molte trasformazioni: il mercato del lavoro, la mobilità territoriale, la rivoluzione digitale, la crisi demografica, le nuove forme di relazione sociale e il cambiamento dei valori. Ma sono anche una generazione capace di riconoscere alcune di queste trasformazioni e di sviluppare nuove sensibilità.

Il problema non è dunque soltanto “come stanno i giovani”. È anche che cosa sta offrendo loro la società italiana. Se quasi 35.000 giovani all’anno lasciano il Paese, se 175.000 hanno lasciato il Mezzogiorno in quattro anni, se nel Sud fino a un giovane su quattro è NEET e se quasi il 42% dei 18-24enni considera problematico il proprio rapporto con il digitale, allora la questione giovanile non può essere relegata a un problema educativo o generazionale. È una questione strutturale.

E probabilmente il dato più importante del Rapporto è proprio questo: l’Italia non può costruire il proprio futuro senza riuscire a rendere il futuro credibile per i propri giovani.

condividi su