Il Kenya ha intensificato i controlli sui commercianti stranieri, lasciando tanti nell’incertezza

La stretta di Ruto sul commercio informale mette in allarme centinaia di lavoratori: Nairobi difende il lavoro dei cittadini keniani e annuncia nuovi controlli, ma nega di volere cacciare dal Paese i lavoratori stranieri

Centinaia di burundesi si sono recati lunedì 7 settembre 2026 presso l’Ambasciata del Burundi a Nairobi per regolarizzare i propri documenti di viaggio, i Laissez-Passer, mentre il Kenya ha iniziato ad attuare misure rivolte ai cittadini stranieri che lavorano come venditori ambulanti e piccoli commercianti. Le scene davanti all’ambasciata riflettono l’incertezza che sta vivendo gran parte dei commercianti stranieri, la cui sussistenza dipende dall’economia informale del Kenya. Tuttavia, mentre il governo procede con l’applicazione delle norme in materia di immigrazione e commercio, le autorità insistono sul fatto che le misure non debbano essere interpretate come un divieto generale nei confronti degli stranieri né come un rifiuto dei Paesi vicini dell’Africa orientale.

Perché il Kenya prende di mira i commercianti stranieri?

Il presidente William Ruto ha annunciato le misure il 2 settembre 2026, durante un incontro con piccoli commercianti presso la State House di Nairobi. Ha sostenuto che il commercio ambulante e le attività commerciali di piccola scala dovrebbero essere riservati ai cittadini keniani, affermando che i cittadini stranieri, tra cui quelli provenienti da Cina, Burundi, Etiopia e Somalia, non dovrebbero competere con i keniani nelle attività commerciali che richiedono un capitale limitato. Le misure riguardano principalmente il settore informale, in particolare i venditori ambulanti, i piccoli negozi al dettaglio e il commercio di strada.

Il governo afferma che il Kenya rimane aperto agli investimenti stranieri su larga scala, che creano posti di lavoro e aumentano la produzione. Allo stesso tempo, sta accelerando l’iter del Local Content Bill 2025, attualmente all’esame del Parlamento, che propone che le aziende straniere impieghino almeno l’80% di lavoratori keniani e acquistino localmente almeno il 60% dei beni.

L’ingresso senza visto e il diritto di lavorare

Il segretario di gabinetto per gli investimenti, il commercio e l’industria del Kenya Lee Kinyanjui, ha nel frattempo avvertito che «l’ingresso senza visto non concede automaticamente ai cittadini stranieri il diritto di lavorare o di svolgere attività commerciali in Kenya». La politica keniana di ingresso senza visto, introdotta nel gennaio 2024, rimane in vigore, mentre l’obbligo di autorizzazione elettronica al viaggio è stato eliminato per i cittadini di diversi Paesi africani. Secondo le autorità, queste misure hanno contribuito a favorire il turismo e gli investimenti.

Tuttavia, il governo ritiene che gli stranieri che gestiscono attività commerciali al dettaglio o lavorano senza i permessi richiesti, violando le leggi sull’immigrazione, possono essere sottoposti a provvedimenti legali.

Il portavoce del governo, Charles Owino, ha dichiarato che «le direttive del presidente Ruto del 2 settembre 2026 mirano a regolamentare il commercio al dettaglio e le attività informali su piccola scala, proteggere i settori vulnerabili dell’economia nazionale, salvaguardare i mezzi di sussistenza locali e preservare l’integrità dei sistemi di identificazione nazionale».

Il governo riconosce inoltre che, a causa di circostanze storiche e delle dinamiche regionali, molti cittadini dell’Africa orientale, compresi i burundesi, vivono e lavorano in Kenya senza una documentazione completa. Owino ha affermato che «i migranti privi di documenti possono diventare vulnerabili allo sfruttamento, alle emergenze sanitarie e a inutili molestie da parte delle forze dell’ordine».

Il Kenya, ha aggiunto il governo, rimane fedele alla sua storica reputazione di Paese sicuro e ospitale, insistendo sul fatto che le recenti misure non debbano essere interpretate come un atteggiamento ostile nei confronti dei Paesi vicini.

Il Kenya, Paese accogliente

Per coloro che sono direttamente coinvolti, la questione è profondamente personale. Un cittadino burundese che vive in Kenya da sette anni ha raccontato come il piccolo commercio sia diventato la sua principale fonte di sostentamento. «Sono arrivato in Kenya e ho iniziato a fare piccoli commerci, vendendo uova, poi vestiti e a volte scarpe. Ma devo continuare a camminare per cercare clienti. Questo lavoro mi ha aiutato al punto che ho persino sposato una keniana e abbiamo due figli». Ora, però, teme per il proprio futuro. «Ora che il presidente ci ha detto di lasciare il Paese, devo lasciare mia moglie e i miei figli?» ha chiesto.

Non tutti i keniani sostengono le nuove misure. Alcuni ritengono che gli stranieri provenienti dai Paesi vicini siano ormai parte integrante del tessuto sociale ed economico del Kenya. Un keniano intervistato per questo articolo ha messo in discussione l’idea di mandare via burundesi e altri stranieri. «Il Kenya è un Paese accogliente. Sono cresciuto vivendo insieme a persone provenienti da diverse parti dell’Africa orientale: Congo, Burundi, Uganda, Tanzania, Ruanda e altri Paesi. Non avrei mai immaginato che il governo potesse prendere una decisione simile, per cacciare i burundesi e altri stranieri che svolgono piccoli commerci».

Secondo lui, la soluzione dovrebbe essere la regolarizzazione dei documenti, non l’espulsione. «Amiamo gli stranieri e non vogliamo che se ne vadano. Lasciate semplicemente che regolarizzino i loro documenti», ha aggiunto. Ha poi fatto riferimento alla propria famiglia, spiegando che sua sorella è sposata con un burundese che sta cercando di costruirsi una vita e sostenere la propria famiglia in Kenya. «Quindi volete che torni in Burundi?» ha chiesto.

Una prova per la solidarietà dell’Africa orientale

Secondo il governo, i cittadini stranieri privi di documenti, che stanno completando la procedura di registrazione, saranno temporaneamente considerati legalmente presenti nel Paese, consentendo loro di accedere ai servizi sanitari, bancari e alla protezione legale. Le autorità hanno inoltre ribadito una politica di tolleranza zero nei confronti di molestie, intimidazioni e xenofobia. La controversia solleva tuttavia questioni più ampie riguardo alla migrazione, all’occupazione e al commercio transfrontaliero nell’Africa orientale. Il Kenya vuole proteggere le attività economiche locali e regolamentare il proprio mercato del lavoro, mantenendo al contempo il proprio impegno verso l’integrazione e la cooperazione regionale.

Per i commercianti stranieri in fila davanti alle ambasciate, però, la posta in gioco è immediata: sostentamento, famiglia, sicurezza, dignità e senso di appartenenza. Il prossimo dibattito parlamentare sul Local Content Bill potrebbe determinare il modo in cui il Kenya riuscirà a conciliare la protezione dell’economia nazionale con la cooperazione regionale. La sfida sarà proteggere le opportunità dei cittadini keniani, senza trasformare la regolamentazione economica in esclusione e garantire che l’applicazione della legge non indebolisca i legami che uniscono i popoli dell’Africa orientale.

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