Vi è mai capitato di trovarvi di fronte a un menu del ristorante lungo dieci pagine e, dopo mezz’ora di lettura, scoprire di non saper più cosa ordinare? Ora provate a prendere quella stessa sensazione di smarrimento, ad amplificarla a dismisura, proiettandola sulle scelte più importanti della vita: quale facoltà universitaria frequentare, quale carriera intraprendere, chi diventare.
Negli studi di psicoterapia e nei contesti educativi ci capita sempre più spesso di incontrare ragazzi di vent’anni con percorsi scolastici eccellenti e un futuro teoricamente spalancato davanti a sé, eppure completamente bloccati. Quando si chiede loro cosa vorrebbero fare, la risposta non è quasi mai l’assenza di desideri, ma una paralisi da eccesso: «ho la testa piena di idee, ma non riesco a muovere un passo, come se qualcuno mi tenesse inchiodato». Da una parte c’è una mente iperattiva, piena di progetti e scenari futuri; dall’altra c’è un corpo statico, percepito quasi come una gabbia, che fatica a compiere il salto dal “potrei fare” allo “scegliere di fare”.
L’“affaticamento decisionale”
Per generazioni abbiamo dato per scontato che avere più alternative fosse sinonimo di maggiore libertà e benessere. Ma la psicologia cognitiva e dello sviluppo ci dimostrano un quadro decisamente più complesso. Già nei primi anni duemila, gli studi pionieristici sul fenomeno del choice overload, guidati da Sheena Iyengar e Mark Lepper, hanno rivelato un dato controintuitivo: quando le opzioni aumentano oltre una certa soglia, la nostra capacità di scegliere crolla e la frustrazione cresce. Se trasferiamo questo principio alla vita quotidiana di un giovane tra i diciotto e i ventinove anni, l’effetto diventa dirompente. Valutare centinaia di corsi di laurea, master, professioni emergenti o orientarsi in un mercato del lavoro fluido e precario richiede un dispendio energetico imponente. Gli psicologi definiscono questo esaurimento di risorse cognitive “affaticamento decisionale” (decision fatigue) o ego depletion (Baumeister et al., 1998; Vohs et al., 2008; Baumeister & Tierney, 2011).
Ogni opzione presa in considerazione porta con sé il peso di tutte quelle scartate. Per la mente di un ragazzo, la scelta smette di essere un’opportunità di emancipazione e si trasforma in un faticoso bilancio di perdite: selezionare una strada significa, simbolicamente, “uccidere” decine di altri Sè potenziali. E di fronte a questo lutto simbolico, la mente preferisce congelarsi nel non-scegliere.
Il rimpianto anticipatorio
Questo sovraccarico decisionale colpisce con particolare durezza i giovani adulti perché si inserisce in una delicata fase evolutiva. Jeffrey Arnett (2000, 2014) ha coniato il termine emerging adulthood per descrivere questa età sospesa, caratterizzata dall’esplorazione dell’identità, dall’instabilità e dalla focalizzazione sul sé. In questo arco di vita, la sperimentazione dei propri Sé possibili è del tutto fisiologica. Il problema nasce quando l’esplorazione non riesce a canalizzarsi in un investimento concreto (Chernev et al., 2015; Feldman, 2003; Mohra et al., 2023).
A questo proposito, gli studi condotti da Koen Luyckx e colleghi (2006, 2008) tracciano una distinzione fondamentale tra l’esplorazione sana e la cosiddetta “esplorazione ruminativa”. Mentre la prima porta a sperimentare sul campo per poi impegnarsi in una direzione, accettandone le inevitabili imperfezioni della scelta, l’esplorazione ruminativa è una trappola circolare, in cui il giovane continua a porsi infinite domande: “E se stessi sbagliando? E se l’altra opzione fosse migliore?”. Questo rimuginio continuo non genera chiarezza, ma ansia, umore depresso e un’apatia pervasiva che la società scambia spesso, errando, per semplice svogliatezza o pigrizia.
Ad amplificare questo corto circuito interviene il contesto digitale contemporaneo. Attraverso lo scrolling passivo sui social media come TikTok o Instagram, i giovani sono esposti ad un flusso ininterrotto di narrazioni di successo precoce, vite apparentemente perfette e carriere brillanti (Carraturo et al., 2023; Conte et al., 2025). Questo meccanismo alimenta processi di confronto sociale e la percezione irreale che tutti gli altri abbiano già trovato la propria strada senza sforzo. In questo flusso di pensieri deformanti la realtà si inserisce il fenomeno del “rimpianto anticipatorio”, descritto da Barry Schwartz (2004) nel suo celebre lavoro sul paradosso della scelta. Il giovane si prefigura l’esito insoddisfacente ancora prima di aver compiuto il primo passo. Anticipando il fallimento, la delusione e la sensazione di aver trascurato un’alternativa migliore, trasforma l’evitamento nell’unico modo illusorio per proteggersi dal dolore di un eventuale errore. Non scegliere diventa così uno scudo difensivo per preservare un’immagine ideale di sé, in continua esplorazione, che l’impatto con la realtà finirebbe inevitabilmente per incrinare.
Come aiutare i giovani
Una volta compresi i dinamismi psicologici di questa stasi, la domanda fondamentale per educatori, genitori, insegnanti e terapeuti diventa: cosa possiamo fare concretamente per aiutare un giovane a sbloccarsi e scegliere?
La risposta passa attraverso una ristrutturazione profonda del significato che attribuiamo allo scegliere, aiutando i giovani a costruire criteri interni di scelta. Il sostegno concreto al percorso decisionale del giovane non risiede nello spronare genericamente all’azione, né nel somministrare ulteriori cataloghi di opportunità, ma nel costruire insieme una cornice reale alla percezione della scelta.
In primo luogo, è indispensabile restituire valore e dignità al concetto di limite. Dobbiamo aiutare i giovani a comprendere che ogni scelta autentica comporta necessariamente una rinuncia, e che soltanto all’interno di un perimetro definito l’identità può davvero prendere forma e sostanza. Mutuando la lezione di Schwartz (2004), occorre guidare i ragazzi a compiere il passaggio culturale dal profilo del maximizer, ossia colui che cerca ossessivamente l’opzione perfetta, a quello del satisficer, ovvero chi impara ad accontentarsi e a valorizzare una soluzione “sufficientemente buona”. Decidere non significa trovare la strada priva di difetti, ma accettare di percorrere un sentiero reale con tutte le sue imperfezioni.
In secondo luogo, bisogna promuovere il primato dell’azione esperienziale sulla riflessione astratta, quello che possiamo definire il rodaggio dell’esperienza. La chiarezza d’intenti non si trova contemplando passivamente un orizzonte infinito di possibilità davanti a uno schermo, o rimuginando in camera da letto. La mente umana per simulare aprioristicamente come ci si sentirà all’interno di un contesto lavorativo o universitario ha bisogno di dati reali e tangibili. È fondamentale incoraggiare i giovani a compiere micro-scelte a basso rischio (piccoli tirocini, progetti a breve termine, volontariato, interviste a professionisti del settore). È soltanto sporcandosi le mani con la realtà, facendo esperienze concrete, sbagliando e aggiustando la rotta che si estraggono informazioni qualitative utili a distinguere un’attrazione fantastica da un interesse autentico.
Sul piano dell’orientamento scolastico e universitario, occorre superare l’approccio enciclopedico che bombarda gli studenti con elenchi sterminati di corsi di laurea e sbocchi professionali, accentuando il choice overload. L’orientamento efficace dovrebbe aiutare i ragazzi a costruire criteri interni di filtraggio basati sui propri valori, sulle proprie attitudini e sui propri vincoli materiali. L’obiettivo dell’educatore non è eliminare il dubbio, che è un compagno di viaggio fisiologico, ma rendere il dubbio compatibile con la decisione.
Infine, per chi sta accanto a questi ragazzi, genitori, docenti e clinici, è necessario un cambio di paradigma nel linguaggio. Bisogna sostituire la domanda incalzante e ansiogena: «Cosa vuoi fare del tuo futuro?» con quesiti più empatici e focalizzati sul presente: «Cosa ti sta impedendo di sperimentare questa possibilità, oggi?».
Questo permette di esplorare i quattro potenziali ostacoli reali che bloccano l’azione: la mancanza di informazioni chiare, la pressione delle aspettative familiari, la paura di deludere le figure di riferimento o la presenza di condizionamenti socio-economici effettivi. Riconoscere che l’eccesso di opzioni e la paura di sbagliare possono trasformarsi in una prigione è la chiave per liberare i giovani dal senso di colpa, aiutandoli a comprendere che diventare adulti significa avere il coraggio di attraversare una porta per costruire una vita vera, imperfetta forse, ma straordinariamente concreta.
Bibliografia essenziale
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