In una scena che riassume la crudeltà e l’assurdità della guerra, nel sud del Libano non sono stati presi di mira soltanto le persone e le pietre, ma anche i simboli religiosi stessi. L’abbattimento e la profanazione del crocifisso nel villaggio di Debel non è stata un semplice episodio isolato, ma è apparsa come un’aggressione al significato della fede e alla memoria del luogo insieme, come se la guerra volesse colpire ciò che va oltre la geografia per raggiungere i simboli custoditi dai villaggi nel loro immaginario collettivo. Di fronte a questa scena sconvolgente, è emerso un gesto opposto per il suo valore simbolico: il rialzarsi della croce, in un’immagine che ha trasmesso un chiaro messaggio di solidarietà verso un villaggio le cui chiese e i cui simboli religiosi sono stati colpiti nel contesto delle continue aggressioni contro il sud del Libano. Tra la scena della caduta e quella del rialzarsi, Israele è apparso nella posizione di chi affronta la vicenda con un certo imbarazzo e disorientamento, tentando di contenere le conseguenze dopo che l’episodio si è trasformato in un caso di opinione pubblica che ha oltrepassato i confini del villaggio, assumendo una portata più ampia sul piano religioso, umano e politico.
L’esercito israeliano ha annunciato di aver punito due soldati e di averli allontanati dal combattimento dopo l’episodio della distruzione della statua di Cristo nel villaggio cristiano di Debel, nel sud del Libano, in una vicenda che ha suscitato una vasta ondata di condanne in Libano e all’estero. L’esercito ha dichiarato che l’indagine ha concluso che uno dei due soldati ha danneggiato il simbolo religioso, mentre l’altro ha filmato l’accaduto. Altri sei soldati, presenti sul posto, sono stati convocati perché non erano intervenuti. Secondo quanto reso noto dall’esercito, ai due soldati è stata inflitta una pena di trenta giorni di carcere militare, e l’episodio è stato definito, all’interno dell’istituzione militare israeliana, un fallimento morale e una violazione dei valori militari.
Le reazioni internazionali e il ruolo del contingente italiano
Le coperture mediatiche hanno concordato sul fatto che l’episodio sia avvenuto a Debel, dopo la diffusione di un’immagine che mostrava un soldato israeliano colpire la statua con uno strumento pesante, prima che l’esercito ammettesse la veridicità dei fatti e annunciasse l’installazione di un nuovo simbolo religioso sul posto in coordinamento con gli abitanti del villaggio. L’accaduto ha inoltre suscitato ampie reazioni politiche e religiose, comprese condanne da parte di autorità ecclesiastiche e funzionari in Israele e all’estero, mentre la vicenda diventava un tema particolarmente sensibile, direttamente legato alla sacralità dei luoghi e dei simboli religiosi nelle zone di conflitto.
In uno sviluppo parallelo, secondo informazioni diffuse dai media libanesi, lo Stato italiano, attraverso le forze dell’UNIFIL, avrebbe intenzione di fornire una nuova croce al villaggio di Debel, e che a consegnarla sarà il comandante del contingente italiano nell’UNIFIL. Questo sviluppo ha assunto una notevole dimensione simbolica, poiché è giunto in un momento in cui l’indignazione per il danneggiamento di un simbolo religioso cristiano era al culmine, in un’area già segnata da bombardamenti, distruzione e ripetute aggressioni contro i luoghi di culto.
L’impatto del conflitto sulle comunità cristiane in Libano
L’episodio di Debel si inserisce in un contesto più ampio di accuse rivolte a Israele per il presunto attacco a chiese e simboli cristiani in Libano durante le ultime due guerre. Le informazioni circolate indicano che, nel corso di queste due fasi, gli attacchi israeliani hanno provocato la morte di una persona e il danneggiamento di sette chiese e di una statua di Cristo, riaprendo così il dossier sulla sicurezza dei siti religiosi cristiani nel sud del Libano e nelle aree circostanti, nonché sull’impatto morale che tali aggressioni hanno sugli abitanti dei villaggi meridionali.
Secondo le stesse informazioni, la prima fase della guerra si è estesa da ottobre 2023 fino a novembre 2024, mentre la seconda è iniziata il 2 marzo 2026. È stato inoltre riferito che l’offensiva israeliana dall’inizio di marzo ha causato 2.294 morti e 7.544 feriti, oltre allo sfollamento di più di un milione di persone, parallelamente al mantenimento della presenza militare israeliana in alcune parti del sud del Libano all’interno di quella che l’esercito israeliano definisce una “zona di sicurezza”.
Per quanto riguarda le chiese e i siti cristiani colpiti dai bombardamenti o danneggiati, spiccano la chiesa di Mar Gawargiyus dei greco-cattolici a Dardaghiya, danneggiata da un bombardamento aereo nell’ottobre 2024, e la chiesa di Mar Gerges a Yaroun, colpita da un bombardamento di artiglieria nel novembre 2023, oltre alla distruzione del santuario e della statua di San Giorgio nello stesso villaggio. L’elenco dei siti danneggiati comprende inoltre la chiesa di San Giovanni Battista a Sarda, la chiesa di Mar Mama a Deir Mimas, la chiesa di Mar Elias al-Hayy ad Alma al-Shaab, la chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione a Nabatieh e la chiesa di Nostra Signora della Salvezza ad Hadath.
La natura dei danni è variata tra bombardamenti diretti, frantumazione delle vetrate colorate, crepe nei muri, crollo di parti dei tetti, fino alla distruzione dell’area circostante alcune chiese e santuari. Sono inoltre emerse segnalazioni relative a un video attribuito a soldati israeliani all’interno della chiesa di Mar Mama a Deir Mimas, nel novembre 2024, che mostrava atti di vandalismo contro il contenuto della chiesa e scherni verso simboli religiosi presenti al suo interno, in un episodio che si è aggiunto a una serie di fatti che hanno suscitato una forte protesta ecclesiastica e popolare.
La condanna della Chiesa Cattolica di Gerusalemme
Nella fase più recente dell’escalation, è stato segnalato l’uccisione di padre Pierre al-Rai, parroco della chiesa di Mar Gawargiyus nel villaggio di Qlayaa, durante attacchi israeliani che hanno colpito il villaggio nel marzo scorso, prima che l’episodio di Debel facesse ulteriormente crescere l’indignazione, soprattutto perché ha colpito in modo diretto e palese un simbolo religioso cristiano. Questi fatti hanno spinto il Patriarca e gli ordinari cattolici di Gerusalemme a condannare l’episodio più recente, definendolo una grave violazione dei simboli religiosi e della dignità umana, e a chiedere che i responsabili siano chiamati a risponderne.
Nel complesso, l’episodio di Debel, con tutto ciò che ne è seguito in termini di sanzioni militari e reazioni ecclesiastiche e politiche, rivela una crescente sensibilità riguardo al dossier degli attacchi contro i simboli cristiani nel sud del Libano, in un momento in cui chiese e santuari religiosi continuano a far parte del paesaggio della guerra e delle sue conseguenze materiali e simboliche. E mentre Israele ha cercato di contenere le ricadute annunciando sanzioni e reinstallando il simbolo danneggiato, l’immagine del soldato che abbatte la croce è rimasta più eloquente di qualsiasi giustificazione, perché ha toccato la coscienza di un’intera regione che ha visto nell’episodio un’aggressione ai propri luoghi sacri e alla propria memoria insieme. Di contro, la scena del rialzarsi della croce ha offerto un’immagine opposta alla distruzione, confermando che ciò che viene spezzato in tempo di guerra può essere ricomposto, e che i simboli religiosi, per quanto umiliati, restano capaci di rialzarsi dalle macerie.






