Sudafrica. Una nuova ondata di xenofobia cerca una risposta

Dalla metà di aprile 2026, le tensioni xenofobe si sono nuovamente intensificate, suscitando preoccupazione per una possibile recrudescenza della violenza. Stereotipi e malintesi le alimentano. Intervista con Padre Nathaniel Kagwima, missionario della Consolata

Nelson Mandela diceva: «No one is born hating another person because of the color of his skin, or his background, or his religion»; cioè, nessuno nasce odiando un’altra persona a causa del colore della sua pelle, del suo passato o della sua religione.

Nelle ultime settimane, il riemergere delle tensioni legate alla xenofobia in Sudafrica ha riportato l’attenzione sulla fragile relazione tra le comunità locali e i migranti provenienti da tutto il continente africano.

I danni dell’apartheid

Comprendere questo fenomeno richiede uno sguardo alla storia del paese. Il Sudafrica ha conosciuto il sistema dell’«apartheid», istituito nel 1948 e ufficialmente abolito nel 1994. Per quasi 46 anni, l’apartheid ha imposto un rigido sistema di segregazione razziale, dividendo la popolazione in categorie: bianchi, neri, meticci e indiani. Si trattava di una struttura fondata su profonde disuguaglianze, in cui quasi tutti i diritti e i privilegi erano riservati alla minoranza bianca, mentre la maggioranza della popolazione era emarginata.

Questa segregazione permeava ogni aspetto della vita quotidiana. Scuole, trasporti pubblici, quartieri residenziali e ospedali erano rigidamente separati in base alla razza. Sul piano politico, i sudafricani neri erano esclusi dal diritto di voto e dalla governance. Anche la libertà di movimento era limitata: per accedere a determinate aree, era necessario portare con sé dei pass. Questa politica portò allo spostamento forzato di milioni di persone verso insediamenti periferici noti come townships.

La fine dell’apartheid nel 1994 segnò una svolta storica. Le prime elezioni democratiche portarono alla presidenza Nelson Mandela, figura centrale nella lotta per l’uguaglianza razziale. Sotto la sua guida, il Sudafrica si aprì al resto del continente africano. Questo cambiamento favorì l’arrivo di migranti provenienti da paesi come Mozambico, Zimbabwe e Somalia, alla ricerca di migliori opportunità economiche. Tuttavia, questa apertura è stata accompagnata anche da tensioni ricorrenti. Le prime grandi ondate di violenza xenofoba si sono verificate nel 2008 e si sono ripetute nel 2015 e nel 2019. Oggi sembra emergere una nuova fase; dalla metà di aprile 2026, le tensioni xenofobe si sono nuovamente intensificate, suscitando preoccupazione per una possibile recrudescenza della violenza.

Xenofobia quotidiana, sottile, persistente

Per comprendere meglio la situazione attuale, abbiamo parlato con Padre Nathaniel Kagwima, kenyano missionario della Consolata, che vive e lavora nel paese da quasi un decennio. È arrivato in Sudafrica nell’aprile 2017 e attualmente è Delegato Superiore dei Missionari della Consolata nella regione Sudafrica–Eswatini. Il suo ministero lo ha portato in diverse comunità, dal KwaZulu-Natal tra cui Newcastle e Osizweni fino a Davyton, nell’arcidiocesi di Johannesburg. «Il Sudafrica fa parte del nostro impegno missionario», spiega. «È un luogo dove serviamo le persone, proprio come facciamo in molti altri paesi del mondo.»

Sebbene non abbia subito violenze fisiche, padre Kagwima descrive una xenofobia spesso sottile ma profondamente avvertita. «Negli uffici, nelle banche o nei negozi, si sentono talvolta espressioni come kwerekwere, un termine dispregiativo per indicare gli stranieri», afferma. «Non ferisce fisicamente, ma rivela ciò che si cela nel cuore delle persone». Ricorda anche episodi difficili ai posti di frontiera e negli aeroporti, dove la sua presenza come missionario straniero è stata messa in discussione. «Un funzionario mi ha detto: “Chi ti ha detto che abbiamo bisogno di te qui?”. Non è stata un’aggressione fisica, ma è stato profondamente irrispettoso.»

Le relazioni quotidiane tra locali e migranti ci sono, ma sono complesse. «Nella vita di tutti i giorni, le persone convivono e lavorano insieme», spiega padre Kagwima. «I migranti gestiscono piccole attività: negozi, saloni, servizi di riparazione e i loro principali clienti sono i sudafricani». Tuttavia, questa convivenza rimane fragile. Nei periodi di instabilità, come nel 2008, 2015 e 2019, tali relazioni possono rapidamente degenerare in violenza.

Stereotipi e malintesi

Secondo padre Kagwima, la xenofobia è alimentata da due narrazioni principali:

1) Gli stranieri «rubano il lavoro». Sebbene i migranti accettino spesso salari più bassi o apportino competenze specifiche, ciò non spiega pienamente la disoccupazione. «Esiste un divario tra le competenze disponibili e la domanda di lavoro», osserva. «Gli stranieri a volte colmano questo vuoto».

2) Gli stranieri «causano criminalità». Egli contesta con forza questa idea: «La criminalità e la violenza di genere sono problemi seri in Sudafrica, ma sono in gran parte fenomeni interni, non causati dai migranti».

Alla base della xenofobia vi sono sfide socio-economiche più ampie. «La povertà e la disoccupazione sono i principali fattori», afferma il missionario. «Quando le persone soffrono, cercano qualcuno da incolpare e spesso la colpa ricade sugli stranieri». Egli sottolinea inoltre le persistenti disuguaglianze strutturali, ereditate dall’epoca dell’apartheid, soprattutto nelle townships.

Il ruolo della politica

La retorica politica ha contribuito ad amplificare il sentimento anti-immigrati. «Durante i periodi elettorali, la migrazione diventa uno strumento potente», spiega. «Unisce emotivamente gli elettori, anche se semplifica eccessivamente il problema». Movimenti come «Operation Dudula» hanno intensificato il dibattito pubblico, spesso chiedendo l’espulsione dei migranti. Allo stesso tempo, esistono voci contrarie: attivisti, leader religiosi e figure pubbliche che promuovono un approccio più equilibrato e umano.

Per i migranti, la xenofobia genera una costante incertezza. «Puoi aprire un’attività oggi e perdere tutto domani», afferma. «Anche durante disordini non legati direttamente, i negozi degli stranieri sono spesso i primi a essere presi di mira». Questa instabilità colpisce anche le comunità locali. Quando le attività dei migranti vengono distrutte, i residenti perdono l’accesso a beni e servizi a prezzi accessibili, dovendo talvolta percorrere lunghe distanze per soddisfare bisogni essenziali.

Padre Kagwima è diretto, nella sua valutazione dell’azione governativa: «Il governo ha fatto molto poco. Per questo i cittadini stanno prendendo la situazione nelle proprie mani, cosa che non dovrebbe mai accadere». Egli sottolinea la necessità di un’azione più incisiva; politiche migratorie efficaci, creazione di posti di lavoro e rafforzamento dello stato di diritto.

Le buone notizie

Nonostante le difficoltà, esistono iniziative positive. All’interno della Chiesa cattolica, programmi di sostegno ai migranti a Johannesburg e Pretoria offrono assistenza per documenti, istruzione e integrazione. «Questi sforzi dimostrano che la convivenza è possibile», afferma.

Il missionario mette in guardia contro le generalizzazioni: «non tutti i sudafricani sono xenofobi», sottolinea. «Molti accolgono e sostengono i migranti. Sarebbe ingiusto giudicare un intero Paese dalle azioni di pochi». Conclude con una riflessione più ampia: «non si tratta solo degli stranieri. Si tratta di lotta economica, ingiustizia storica e ricerca di dignità. Il problema è reale, ma la soluzione richiede verità, giustizia e responsabilità condivisa».

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