La vendita del gruppo editoriale GEDI al gruppo greco Antenna ha rappresentato un momento di bilancio per l’attuale situazione editoriale italiana. «In Italia c’è un po’ un paradosso da questo punto di vista: i giornali continuano a perdere lettori, perdere copie, ma riescono a mantenere sempre quella capacità di influenzare l’opinione pubblica, che gli altri media non hanno», spiega Carlo Castorina, fondatore e direttore di Mediatrends. Il contesto pubblico italiano continua ad essere permeato da dubbi circa la possibile presa della politica sul giornalismo. D’altro canto, i social media rappresenterebbero un nuovo spazio disponibile per l’informazione e Castorina ne ha delineato i recenti trend. Con Mediatrends, si impegna nell’analizzare l’evoluzione dei media e i linguaggi che influenzano l’opinione pubblica, nell’ottica di una comunicazione che non solo è sintomo della realtà, ma riesce a plasmarla.
Elkann ha dichiarato che “in Italia avere un giornale è considerato uno strumento di influenza e di potere”. Crede sia una lettura plausibile?
«La risposta è assolutamente sì, anche se siamo in piena crisi dei media tradizionali. Il giornale rimane un centro di potere, più di quanto lo siano altri media, e lo notiamo anche perché il settore, nonostante una crisi pluriventennale, è un mercato in grande fermento. Basta vedere, appunto, la vendita di Gedi al gruppo Antenna, oppure la vendita della Stampa al gruppo SAE. Probabilmente, e qui un po’ mi sbilancio, vedremo altri movimenti di grandi imprenditori che compreranno altri giornali».
Cosa comporta questa crisi nel nostro Paese?
«In Italia c’è un po’ un paradosso da questo punto di vista: i giornali continuano a perdere lettori, perdere copie, ma riescono a mantenere sempre quella capacità di influenzare l’opinione pubblica, che gli altri media non hanno. Lo riescono a fare nonostante, ormai da più di 20 anni, si registrino cali e riduzioni particolarmente sensibili di lettori e utenti».
Come è possibile che nonostante i cali si continui ad investire nei media tradizionali?
«In Italia, è il cosiddetto establishment, quindi la classe dirigente politica ed economico-finanziaria, che continua a dar molto peso a questo mezzo di informazione. Le faccio un esempio: per questa classe dirigente è molto più importante avere un pezzo in cartaceo che un approfondimento sul sito online».
Perché osserviamo questa tendenza da parte dell’establishment?
«Si registra questo fenomeno perché l’Italia è il Paese con l’età media più alta in Europa. È un popolo anziano, che dà molto peso ai giornali ed ovviamente anche alla televisione. La classe dirigente si è formata così in passato e continua a dar peso a questi mezzi. E attenzione, non dico che sia sbagliato, semplicemente è un dato di fatto».
Qual è il progetto che cercheranno di perseguire i greci, sostenendo di voler portare l’Italia ad avere un ruolo sempre più importante nell’informazione?
«Sicuramente un’integrazione della loro offerta con l’offerta italiana, nel senso che ai loro abbonati non propongono solo un pacchetto, ma inseriscono anche i periodici, insomma i media che fanno parte del gruppo GEDI. Potenzialmente vedo “Repubblica” avere uno sguardo ancora più internazionale, anche perché è stato sempre un giornale che ha dato tanto spazio, specialmente negli ultimi anni, a vicende internazionali. Oggi, per ovvi motivi, la politica internazionale è sempre sulle prime pagine di tutti i giornali; quindi, probabilmente anche sotto questo punto di vista può esserci un’internazionalizzazione del gruppo.»
Lo stallo di un anno e mezzo del Comitato di Vigilanza Rai, dovuto a disaccordi su nomine politiche, ha forse esposto la presa che la politica ha sull’informazione?
«È storicamente così. Non bisogna farsi influenzare dalle narrazioni dell’attuale opposizione o di questa fantomatica “Tele-Meloni”. Storicamente chi è al governo nomina i direttori della Rai. È stato sempre così e sarà sempre così; quindi, io non vedo nessun allarme da questo punto di vista. Mi sembra che, come è stato fatto da governi di centro-sinistra, è stato fatto anche dal governo di centrodestra. Considero quanto mai superflua tutta questa polemica sul servizio pubblico italiano, che è stato sempre controllato dal governo in carica; quindi, è semplicemente un tipo di campagna che fanno le opposizioni in base al governo che c’è, naturalmente attaccando il servizio pubblico ed i direttori che sono naturalmente nominati dal governo in carica. Non ci vedo nulla di allarmante.»

Parlavamo dell’aumento dell’età media del pubblico: comunque i social sembrano avere un seguito, anche quando fanno informazione, superiore a quello degli altri media. Sono i giornali che non sanno più interessare il lettore o sono i social che effettivamente risultano più comodi ed efficaci?
«Un primo punto importante da evidenziare riguarda sicuramente la mancanza di un vero sforzo da parte dei media tradizionali verso i giovani e il loro errore è pensare che i giovani non si vogliano informare. Da un lato possiamo osservare una grande utilità della piattaforma social, che cerca comunque di informare persone che altrimenti non si sarebbero informate, dall’altro si riscontra una mancanza di sforzo da parte dei media tradizionali di raggiungere effettivamente questo target e di parlare proprio con il loro linguaggio.»
Dovremmo sperare in una collaborazione o in una netta separazione tra media tradizionali e social media?
«Io sposo sempre una collaborazione tra old e new media. Gli old media hanno quell’esperienza che i new media non posseggono, ma i new media hanno quella capacità di raggiungere il pubblico più giovane che gli old media evidentemente non hanno».
Quindi trova plausibile la possibilità di informarsi realmente tramite i social media?
«Non è sbagliato informarsi sulle piattaforme social, ma servirebbe promuovere attività di educazione all’uso di queste piattaforme da un punto di vista di formazione. L’utente di queste piattaforme deve essere educato e deve fare lo sforzo di capire quando un punto vada approfondito o capire quando una notizia è una fake news e così via.»
Ciò che mancherebbe ad un’informazione appresa tramite social media è, quindi, la componente prettamente critica?
«Assolutamente sì, un po’ di ragionamento critico che manca. Bisogna sicuramente promuovere l’educazione all’informazione».
Dopo aver delineato la situazione del giornalismo italiano, legata alla vendita di GEDI, al rapporto con la politica ed alla possibile collaborazione tra old e new media, quale sarà il futuro dell’informazione in Italia?
«Uno dei fenomeni più interessanti che stiamo osservando è la trasformazione del giornalista in content creator, perché i media tradizionali hanno capito che devono fare qualcosa. Hanno fatto molta fatica a capirlo, però sembra che ora ci siano, o comunque che verranno proposte, delle iniziative per trasformare il giornalista in content creator. Vedremo sempre più personaggi che si è abituati a leggere sui giornali in video e piattaforme social. Questo sicuramente è un aspetto molto interessante, come molto interessante è anche la collaborazione, che soprattutto stiamo registrando a livello internazionale, tra media tradizionali e content creator».
Crede che tale collaborazione avrà successo?
«Io in tutta onestà non prevedo un futuro roseo perché sono due mondi completamente diversi, ma mi piace osservare questa collaborazione, perché dovrebbe stare alla base del futuro delle informazioni. Non so, però, fino a che punto queste iniziative avranno successo e in Italia penso non ne esistano ancora».
Esistono altri trend, che hanno più o meno successo, in Italia?
«Ne riscontriamo, perlomeno, altri due. Uno è sicuramente l’intelligenza artificiale. Anche qui, in Italia, stiamo rimanendo molto indietro; non per colpa degli editori tradizionali, ma perché nel nostro Paese non c’è attualmente una legge che tutela questi gruppi nei confronti di queste società che utilizzano gli articoli per addestrare i loro modelli. In Italia stiamo rimanendo indietro, soprattutto per colpa di una mancanza di una legislazione chiara in merito.»
Cosa può dirci dell’ultimo trend?
«Il terzo grande trend è un po’, in realtà, una scommessa che faccio: stiamo notando che le grandi piattaforme, da TikTok a Instagram, vogliono entrare in televisione come ha fatto YouTube. Oggi YouTube è la televisione in America, cioè il dispositivo più usato per guardare la televisione. Stiamo registrando la crescita anche in Italia di questo fenomeno e stiamo notando come le piattaforme stiano adattando le proprie app per entrare in televisione.»
Cosa intende per “entrare in televisione”?
«Il contenuto migliore, in questo caso il video breve, nel contenitore migliore. Probabilmente le piattaforme espanderanno la loro esperienza social sul contenitore migliore e più comodo, in questo caso la televisione.»








