La fotografia come linguaggio di libertà

Un laboratorio fa della fotografia un ponte tra il mondo interiore dei ragazzi con disabilità e la realtà esterna. E li trasforma da “pazienti” in “osservatori del mondo”

foto: Marija Dzalto

C’è un angolo di periferia, nel quadrante nord della Capitale, dove la luce non serve solo a illuminare le stanze, ma a ridefinire i confini del possibile. Siamo in Largo Fratelli Lumière nel quartiere di Vigne Nuove, all’interno del Polo Lumière (“Il Casaletto”), il Polo per la Promozione della Salute e l’Inclusione Socioculturale delle Persone con Disabilità. È un progetto promosso dalla ASL Roma 1 in collaborazione con Roma Capitale e gestito da due cooperative che operano sul territorio, Idea Prisma 82 e Brutto Anatroccolo, e rappresenta molto più di un semplice presidio territoriale. All’interno del Polo esistono diversi laboratori: uno di questi è il “Laboratorio di
Fotografia”, che conduco insieme al mio collega Andrea.

Il “terzo occhio”

Considerando l’attività del laboratorio, emerge chiaramente come questo non sia solo uno spazio di apprendimento tecnico, ma un vero cantiere di cittadinanza e autodeterminazione. Insegnare la fotografia a questi ragazzi non significa soltanto spiegare la regola dei terzi o i tempi di esposizione, ma offrire loro un “terzo occhio”. In questa struttura, nel cuore del quadrante nord di Roma, la fotografia diventa il ponte tra il mondo interiore di chi vive la disabilità e la realtà esterna, troppo spesso filtrata dal pregiudizio.

C’è un momento preciso, quando impugni la macchina fotografica e senti il rumore dell’otturatore, in cui il mondo si ferma. Hai scelto di rappresentare l’istante che stai vivendo con un’immagine. Per i ragazzi che frequentano il Laboratorio di Fotografia del Polo Lumiere, quel momento segna l’inizio di una rivoluzione silenziosa.

Lo sguardo di Giulia

Tra i banchi del laboratorio c’è Giulia, una ragazza che sfida ogni logica comune sulla fotografia. Giulia convive con lo strabismo, una vista fortemente ridotta e un ritardo medio. La sua storia incarna perfettamente il paradosso della fotografia: non è l’acutezza visiva a creare l’immagine, ma l’intensità dello sguardo interiore. La fotografia, l’arte visiva per eccellenza, potrebbe sembrare un ostacolo per Giulia, ma in realtà è il suo luogo felice.

La macchina fotografica nelle sue mani non è un limite, ma una protesi emotiva. La sua condizione fisica la porta a guardare il mondo in modo non convenzionale, e questo si traduce in una capacità straordinaria di catturare panorami particolari; restiamo incantati davanti ai contrasti cromatici che riesce a produrre. Il suo legame con il laboratorio è commovente: ogni volta che esaminiamo il materiale raccolto dopo un’uscita, il suo entusiasmo davanti a una semplice immagine illumina la stanza.

La sensibilità del cuore, al di là della perfezione

Dal punto di vista puramente fotografico, lavorare con questi ragazzi è una lezione continua di “estetica dell’imprevisto”. Spesso siamo intrappolati in canoni di bellezza fatti di regole rigide; qui, invece, la fotografia torna alla sua essenza: la testimonianza. Quando Giulia scatta, non sta solo inquadrando, sta mettendo a fuoco la sua presenza nel mondo. Durante le lezioni sottolineiamo spesso come i suoi scatti, con le loro sfumature cromatiche, siano la prova che la bellezza non risiede nella perfezione dell’occhio, ma nella sensibilità del cuore che guida la mano.

Questi ragazzi sono spesso abituati a essere guardati, osservati, giudicati e a volte studiati; qui, in questo laboratorio, sono loro a decidere cosa meriti di essere guardato. Al Polo Lumière la fotografia viene usata come mediatore comunicativo. Scegliere un’inquadratura è un atto di autodeterminazione. Fotografare un venditore al mercato rionale crea un ponte emotivo immediato

Uscire per le strade del quartiere con la reflex al collo trasforma i ragazzi da “pazienti” in “osservatori del mondo”.

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