La parola vita in lingua swahili significa «guerra». Lo swahili è una delle lingue bantu parlate nell’Africa orientale. Un’altra parola swahili, maisha, significa «vita» o «esistenza». Come alcuni dicono, «la vita è una guerra», questa guerra è fatta delle sfide e delle situazioni difficili che affrontiamo nella vita quotidiana. Le persone reagiscono a queste difficoltà in modi diversi. Alcune sfide sono gestibili, mentre altre possono portare qualcuno in luoghi che non avrebbe mai immaginato di raggiungere nella propria vita.
Avete mai sentito parlare di un viaggio di sei anni dall’Africa all’Europa? Sembra incredibile, ma è vero. Questa è la storia di un giovane del Sud Sudan: «ho lasciato il mio Paese quando avevo 29 anni e sono arrivato in Italia all’età di 35 anni», racconta.
Per anni ho seguito le notizie sui migranti che perdevano la vita nel Mediterraneo, senza mai avere l’occasione di parlare direttamente con un sopravvissuto. L’esperienza personale cambia profondamente la percezione di questo fenomeno. Ricordo che nel 2013 il primo viaggio ufficiale di Papa Francesco fu a Lampedusa, luogo simbolo dell’arrivo di migliaia di migranti dopo la traversata del Mediterraneo. Da quel momento iniziai a seguire con maggiore attenzione il tema della migrazione. Recentemente, durante un viaggio in treno, ho incontrato un giovane sopravvissuto che aveva attraversato il deserto e il mare, prima di arrivare in Italia. Il suo racconto è diventato il cuore di questo articolo. Abbiamo parlato per due ore, con sincerità e apertura, e mi ha raccontato ciò che aveva vissuto prima di arrivare in Italia.
Fuggire dal conflitto in Sud Sudan
«Nel mio Paese – racconta – stiamo vivendo situazioni molto difficili a causa dei conflitti armati». Molti osservatori hanno sottolineato come la situazione in Sud Sudan continui a peggiorare. Il conflitto nel Paese è spesso descritto come un conflitto civile interno, alimentato in parte da lotte di potere che coinvolgono forze governative e milizie. Questa situazione ha costretto molti cittadini a fuggire dal Paese in cerca di pace e sicurezza. È stato così anche per il questo giovane che ho incontrato. «Dal Sud Sudan al Sudan il viaggio è stato abbastanza tranquillo, ma ho iniziato ad affrontare molte difficoltà quando ho lasciato il Sudan e sono entrato nel deserto», spiega. «Nel deserto non c’è acqua, non c’è cibo, non c’è nulla che possa aiutarti a sopravvivere. È solo per grazia di Dio».
Erano in tre, a viaggiare insieme attraverso il deserto, ma purtroppo due sono morti ed è rimasto da solo. «Abbiamo passato molti giorni senza cibo né acqua. Il caldo era estremo. I miei compagni si sono ammalati e a un certo punto non sono più riusciti a continuare. Sono morti». È rimasto profondamente traumatizzato dopo aver visto morire i suoi amici: «quel giorno la prima cosa che vidi fu anche la mia morte. Ero molto debole e il mio corpo mi faceva male, perché era da tanti giorni che non mangiavo». Ma la sofferenza non è terminata lì. Solo e senza sapere cosa lo aspettasse lungo il cammino, ha continuato ad andare avanti nonostante i piedi gonfi e la debolezza.
Il rapimento e la traversata
Quando stava per raggiungere il confine con la Libia, è stato rapito. «Ero quasi morto», racconta il giovane in lacrime. Quando i suoi rapitori si sono resi conto che stava morendo hanno deciso di non tenerlo più con loro. Dopo che uno di loro lo aveva già ferito alla spalla con un coltello, un altro disse: «lasciate andare quest’uomo. Che vada a morire lontano da noi».
A quel punto aveva già completato quasi metà del suo viaggio, ma la destinazione finale era l’Europa. Restava però una domanda: come sarebbe riuscito ad arrivare in Italia? «Ho lavorato per più di cinque anni in Libia, per riuscire a risparmiare abbastanza soldi da pagare una barca che mi portasse attraverso il Mediterraneo fino in Italia», racconta. Prima di lasciare la Libia ha telefonato a sua madre in Sud Sudan e le ha detto: «Domani correrò un grande rischio. Ti prego, prega per me. Se sopravviverò, mi sentirai quando arriverò in Italia. Ma se non riceverai nessuna chiamata, allora saprai che sono morto in mare». Era una decisione dolorosa, ma aveva già scelto di affrontare la vita e tutte le sue sfide con coraggio.
La traversata del mare è stata un’altra esperienza terrificante. Solo pochi migranti sopravvivono a questi viaggi; molti altri perdono la vita nel Mediterraneo. «È stato un viaggio tra la vita e la morte. Eravamo 48 persone sulla barca partita dalla Libia, tra cui 10 donne», racconta. «Sulla barca avevamo soltanto biscotti e un po’ di succo. L’intero viaggio è stato un digiuno forzato, perché non avevamo vero cibo né acqua pulita. Alcuni bevevano perfino acqua di mare». Viaggiare per giorni in quelle condizioni era estremamente difficile, «gli uomini urinavano nelle bottiglie, il che era pratico per noi, ma per le donne era molto più difficile perché non avevano alcuna privacy. Alcuni finivano persino per urinarsi addosso, sia di giorno che di notte.»
L’arrivo a Lampedusa
Nonostante tutta la sofferenza, il viaggio è giunto finalmente al termine. Come si dice, alla fine del tunnel c’è sempre una luce. Ed è ciò che è accaduto quando si sono avvicinati a Lampedusa. «Ci hanno accolti, ci hanno portato a fare controlli medici e ci hanno dato vestiti e cibo».
Molte persone fuggono dai propri Paesi a causa dell’instabilità, della violenza e della guerra. Migliaia perdono la vita cercando di attraversare deserti e mari alla ricerca di pace e sicurezza. Questi viaggi comportano fame, malattie, condizioni climatiche estreme e innumerevoli pericoli.
I leader africani dovrebbero assumersi le proprie responsabilità e servire gli interessi dei cittadini, invece di perseguire vantaggi personali. Coloro che alimentano i conflitti nei Paesi africani dovrebbero smettere di contribuire alla violenza. Lo sfruttamento delle risorse africane e il commercio di armi aumentano soltanto la sofferenza e la morte nel continente. Se le risorse naturali devono essere commerciate, ciò dovrebbe avvenire in modo legale e trasparente, per il bene di tutti i cittadini e non solo di pochi individui.
Oggi quest’uomo sopravvissuto è grato per il rifugio e la protezione ricevuti in Italia. Il suo consiglio agli altri giovani africani che pensano di intraprendere un viaggio simile è semplice, «per favore, pensateci due volte. Non augurerei mai a nessuno di vivere ciò che ho vissuto io. Se oggi sono vivo, non è perché ero abbastanza forte da attraversare il deserto e il mare, ma per la grazia di Dio».






