12 Giu 2026

Dentro un violino c’è un mondo. E non solo quando lo si suona

“Di suoni, di legni e di tempeste” è il libro con cui Nicola Segatta ci fa entrare nel suo laboratorio di liutaio, ma soprattutto ci fa scoprire un mondo fatto di musica, storie e affetti. E tante soprese

«Ma perché, esistono ancora i liutai?». La domanda esce spontanea da quelli a cui dico che c’è un libro che racconta questo mestiere. O forse no, racconta la storia che si addensa attorno a violini e violoncelli. O forse l’amore per la musica, la buona musica. O quello per gli abeti, le montagne, il mare perfino. O forse tutto questo e altro ancora. Sì, i liutai esistono ancora e soprattutto esiste il loro mondo.

Il libro si intitola Di suoni, di legni e di tempeste. I segreti di un liutaio di montagna (ed. Terre Di Mezzo 2026). Lui si chiama Nicola Segatta e nel suo sito dice di sé: «Costruisco strumenti, compongo musica e racconto storie: è lo stesso gesto, la stessa voce che prende forma».

Serve anche un’anima

La stessa voce che prende forme tanto diverse. Come è possibile? È possibile perché un violino o un violoncello sono un microcosmo, nel quale confluiscono la ricchezza della natura, la sapienza del lavoro dell’uomo, l’amore per la musica, perfino l’architettura delle cattedrali. Proprio così: l’autore spiega che per costruire le fasce che contornano gli strumenti, si usa una tecnica ispirata alla costruzione delle cattedrali. «L’intera struttura di un violino, di una viola, di un violoncello o di un contrabbasso è un capolavoro di ingegneria rinascimentale, costituito in tutte le sue sezioni e linee da archi concavi e convessi».

Tanto per capirci: per costruire uno strumento a corda – violino, viola, violoncello o contrabbasso che sia – servono almeno quattro tipi di legno diverso di almeno tre continenti: abete rosso delle dolomiti, acero dei Balcani, salice, ebano dall’Africa. E vernici e materiali per le corde che vengono da diverse parti del mondo. E servono tanti mesi di lavoro paziente e preciso, perché basta un millimetro per rovinare il suono dello strumento. Serve perfino un’anima, che «somiglia davvero alla nostra anima: sta su per un soffio», e «basta uno scostamento di pochi decimi… e lo strumento non sarà più lo stesso: diventerà fuori forma, debole, depresso, perderà l’equilibrio tra alti e bassi, oppure produrrà una voce isterica e fastidiosa, priva di profondità e dolcezza».

Una lunga storia

Già, un violino ha un’anima, e ha una storia davanti a sé: appena costruito passerà tra mani di artisti, processi creativi e concerti, città e Paesi, anni ed epoche. Una vita lunga, molto più lunga di quella di chi l’ha creato: sono strumenti preziosi, fatti per durare nel tempo. Basti pensare che Stradivari e i suoi contemporanei usavano una vernice fatta con gli stessi ingredienti che venivano utilizzati per imbalsamare le mummie.

Ma un violino ha anche una storia alle spalle, una storia da cui è nato: quella di chi lo costruisce, quella della famiglia da cui proviene, delle montagne tra cui nascono gli abeti, dei compagni di studio ed egli amici incontrati girando il mondo per fare musica, quella della musica stessa. Ed è questo che Segatta ci racconta: come si costruisce uno strumento a corda, ma anche le storie che dentro di esso confluiscono.

Segatta è nato e cresciuto in Trentino, vicino agli abeti. Ma nonostante la giovane età (è nato nell’82) ha già accumulato un’esperienza e una cultura cosmopolita. Suona, compone musica (tre album, in particolare: Shakespeare for Dreamers del 2017, Ikone e Concerto Bizantino per violoncello e orchestra del 2020), è un performer ed ora anche scrittore. E, ovviamente liutaio.

Sì, nell’era dell’intelligenza artificiale esistono ancora i liutai. Quelle persone che, spiega Segatta, fanno «un mestiere idealista e anacronistico che… considero un antidoto contro le derive della società odierna».

 

Nicola Segatta, "Di suoni, di Legni e di tempeste"
La copertina del libro di Nicola Segatta, “Di suoni, di legni e di tempeste”, Terre di Mezzo editore, 2026
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