Da quando è iniziata la guerra, chiamare mia madre è diventato un rito quotidiano diverso da qualsiasi altro. Non la chiamo soltanto per sentire la sua voce, ma per assicurarmi che quella voce sia ancora possibile, che la casa sia ancora in piedi, che la famiglia che amo non si sia trasformata in una notizia dell’ultima ora, o in un nuovo numero dentro un bollettino di morte che non finisce mai.
La chiamo più volte al giorno. Chiedo di tutti: dei miei fratelli e delle mie sorelle, dei loro figli, dei vicini, della strada, del cielo. Sì, siamo arrivati a chiedere notizie del cielo come se fosse un vicino dalle cattive intenzioni, uno di cui non sappiamo quando aprirà la finestra per gettarci addosso fuoco, un missile, o una morte rimandata soltanto di qualche istante.
La mia famiglia vive, come la maggior parte delle famiglie libanesi, sotto un pericolo che non conosce porta, nome o età. Nel nostro Paese la gente non ha più paura soltanto della guerra, ma anche del fatto che la morte possa passare per caso nella propria strada, mentre insegue un uomo che si è nascosto tra le case, o che si è protetto dietro la vita dei civili, o che ha creduto che le persone fossero scudi e non anime. Tra una minaccia israeliana che non conosce pietà e un’arma che non tiene conto dei bambini, il libanese comune si ritrova solo, nudo, assediato tra una macchina di morte nel cielo e una scommessa mortale sulla terra.
…e noi siamo tristi
Qualche giorni fa ho chiamato mia madre. Dalla sua voce ho sentito che qualcosa di pesante riempiva l’aria. Le ho chiesto: «Che cosa c’è?». Mi ha detto che Mohammad e Nour, i figli di mia sorella, erano tristi. Due bambini, di undici e tredici anni, seduti a casa della nonna, lontani dalla loro casa a causa del pericolo, le avevano detto con molto dolore: «Israele ha occupato una grande parte del nostro Paese, e noi siamo tristi. Non amiamo questa guerra, e non amiamo questa occupazione».
Quanto è doloroso che dei bambini capiscano ciò che a volte gli adulti non riescono nemmeno ad ammettere. Quanto fa male che la patria diventi una domanda nel cuore di un bambino, e che l’occupazione e la guerra diventino parole premature nel suo vocabolario. La tristezza di Mohammad e Nour avrebbe dovuto riguardare un giocattolo rotto, un voto a scuola, una gita cancellata; non una patria che viene divorata, un cielo che viene bombardato, case minacciate.
Poi mi è arrivata un’altra telefonata, da parte della mia sorella più piccola, la zia di Mohammad e Nour. Mi ha detto che Nour era triste, e che aveva chiesto a sua madre se fosse possibile andare a casa. Sua madre ha pensato che Nour sentisse nostalgia della sua casa, e le ha chiesto: «Perché vuoi andare a casa, Nour?». Lei ha risposto: «Tu sai che la festa di fine anno scolastico è vicina, e la maestra ci ha chiesto che ognuna di noi scelga il colore del proprio vestito. Io ho scelto il rosa, ma la mia amica, che ha perso la casa a causa della guerra, mi ha chiamata e mi ha detto: Nour, per la festa mi è rimasto un solo vestito, ed è rosa. Abbiamo perso la nostra casa e adesso viviamo da sfollati, lontani da casa nostra. È possibile scambiarci i colori, e tu mi lasci il rosa?».
In quel momento, Nour non ha avuto bisogno di una predica sulla morale, né di una lezione sull’umanità, né di un libro di religione o di filosofia. Ha fatto ciò che fanno le anime pure quando sono più grandi della loro età. Ha accettato senza esitazione. Ha lasciato il colore che amava alla sua amica, e le ha concesso il diritto a quella piccola gioia che le era rimasta, dopo che la guerra le aveva portato via la casa. Anzi, ha deciso di scegliere uno dei suoi vestiti più belli e di regalarglielo.
Restare umani
Che cuore è quello che abita in una bambina di tredici anni? E che vergogna è questo mondo che costringe una bambina sfollata a negoziare il colore di un vestito perché ha perso la propria casa? Che guerra è questa, che ruba ai bambini le loro stanze, i loro giochi, i loro colori, e poi li lascia dividersi ciò che resta della loro infanzia, come gli adulti si dividono il pane nei tempi dell’assedio?
Nour non ha cambiato soltanto il colore del suo vestito. Nour ci ha dato una lezione su cosa significhi rimanere umani quando molti hanno rinunciato alla propria umanità. Ha detto, senza dirlo, che la dignità non è uno slogan, che la prima religione è la misericordia, e che la vera vittoria non sta nel numero dei missili, ma nella capacità di un piccolo cuore di proteggere un altro cuore dalla frattura.
Che guerra è questa, che ha reso grandi i nostri bambini prima del tempo. Che guerra è questa, che ha costretto Mohammad e Nour a comprendere l’occupazione, la paura e lo sfollamento, invece di conoscere soltanto il significato delle vacanze, del gioco e delle risate. Che Paese è questo, i cui bambini osservano il cielo come osservano i loro quaderni, e imparano i nomi degli aerei prima dei nomi dei fiori.
Nel tempo degli aerei da guerra, Nour ha scelto di proteggere un fiore. Nel tempo della distruzione, ha scelto di dare, non di prendere. Nel tempo dei mostri, è rimasta bambina, ed è rimasta umana. Forse proprio per questo è stata più grande di tutti quelli che hanno acceso la guerra, l’hanno giustificata, l’hanno applaudita, e hanno commerciato con il sangue della gente e con la sua paura.
Un giorno la storia scriverà di missili, battaglie, mappe e confini. Ma io voglio che qualcuno scriva anche di un vestito rosa, di una bambina che ha lasciato il suo colore alla sua amica sfollata, di un piccolo cuore che ha resistito alla guerra con ciò che gli eserciti non possiedono: la misericordia.
Alla fine, non sono soltanto le guerre a rivelare la vera natura degli uomini. A volte la rivela il colore di un vestito in una festa scolastica, e una bambina che sa che l’umanità, quando la terra si fa stretta, è l’ultima patria.









