Come si combatte il dolore? A morsi. La prima volta era un bambino, andava alle elementari e quel compito di matematica proprio non gli riusciva. Guardava la pagina ormai sgualcita e l’ansia gli chiudeva la gola, non si poteva strappare, non si poteva ricominciare, bisognava affrontare la maestra, l’umiliazione davanti ai compagni, lo sguardo torvo di papà, deluso da quel commento a penna rossa che gli intimava di fare meglio.
Quanto dolore si può provare a nove anni? Sull’orlo del pianto, alzò la testa e vide la mamma, in mano teneva una torta, appena sfornata, al cioccolato. Il primo morso fu un po’ timido, lo stomaco ancora sottosopra per il compito di matematica, ma il secondo gli fece rallentare il battito del cuore, il terzo lo portò in una dimensione di quiete. Da adolescente usava tutti i soldi della paghetta per comprare merendine che nascondeva sotto il letto e consumava di notte, quando nessuno lo vedeva.
La scuola faceva schifo, le prese in giro dei compagni facevano male, le ragazze facevano paura e lo sguardo dei suoi genitori lo faceva sentire in colpa. Tuttavia, sopportava tutto perché sapeva che poi arrivava quel momento, la sera, nel silenzio confortante della sua camera. Il sollievo quando scartava la prima merendina, la gioia al primo morso, la sensazione di sazietà al secondo e poi la pace spazzava via il dolore e poteva finalmente dormire. Come si combatte la vita? A morsi.






