Non può essere che i santi vengano sempre rappresentati con gli strumenti del loro martirio: a sostenerlo, con una certa ironia, è un noto commediografo inglese, Alan Bennett, che vede in questa incapacità di separarsene «il sintomo di una grave insicurezza relazionale».
A parte il fatto che si può dire la stessa cosa anche dei commediografi, che non si separano mai da una battuta, nemmeno quando è fiacca… E a parte il fatto, non colto da Bennett, che un oggetto si lega a un santo per tenere a mente l’occasione in cui si è manifestata una sua virtù eroica (occasione che non coincide necessariamente con il momento della morte, tant’è che non tutti i santi sono individuabili dallo strumento del martirio)… Resta il fatto che, quando si maneggia un simbolo, ci si dovrebbe preoccupare d’altro: non tanto di chi lo esibisce né della frequenza con cui lo esibisce, quanto piuttosto della sua ambiguità.
Benché esistano dei dizionari dei simboli, essi non sono come le parole e possono avere significati variabili, che non è facile riconoscere.
Se esiste un’oggettiva difficoltà a capire i simboli, è perché ciascuno di loro si lega a una storia e non mantiene lo stesso significato in ogni tempo e in ogni luogo. Al punto che, nello stesso Vangelo, un simbolo può significare una cosa e il suo contrario. Basta vedere il bacio, che, da segno universale di affetto, con Giuda passa a diventare un emblema di tradimento. Oppure il catino, che con Gesù – quando lava i piedi ai Dodici – sta per attenzione verso l’altro, mentre con Pilato – quando si lava le mani – equivale a disinteresse verso le sorti dell’altro.
Nella navata centrale della cattedrale romana di San Giovanni in Laterano, le grandi statue degli apostoli sono accompagnate da un simbolo, che non si lega a un santo per automatismo. Ed è qui che deve entrare in gioco chi aiuta a decifrare il simbolo. Ci sono, ad esempio, Matteo e Tommaso che non sono accompagnati dallo strumento del loro martirio. Il primo, oltre a rileggere il proprio Vangelo, tiene sotto i piedi un sacco aperto, pieno di monete, a dirne l’attività di esattore delle tasse, che lascia per seguire Gesù, e, allo stesso tempo, a ricordare come tale scelta si paghi a caro prezzo.
Tra parentesi, anche Giuda viene spesso connotato da un sacchetto di denari, però di tutt’altro significato: sono i soldi ricevuti per la sua svendita di Gesù a basso prezzo.
A pochi metri di distanza, Tommaso tiene in mano una squadra da disegno. La sua volontà di verificare (Gv 20: «Se non vedo… se non metto il mio dito… se non metto la mia mano…») lo ha reso simbolo non tanto di chi non si fida, quanto di chi vuole fare uso della ragione anche nelle questioni di fede. Né si può dire che Tommaso fosse poco credente, visto che fu il primo apostolo a fare un atto di fede («Mio Signore e mio Dio!», disse a Gesù risorto). Poi, per il suo sano desiderio di controllare e di misurare, Tommaso è divenuto patrono di geometri, architetti e ingegneri, ma questo è un altro discorso…
Altra parentesi: non molto tempo dopo la collocazione delle statue in San Giovanni in Laterano, quella squadra da disegno – unita al compasso – verrà utilizzata della Massoneria, nel proprio marchio, per comunicare se stessa come associazione dei Liberi Muratori. È stata un’appropriazione indebita? No, semmai un utilizzo della stessa immagine con un altro significato. Non occorreva chiedere il permesso, così come non l’ha chiesto don Tonino Bello, quando, all’inizio degli anni Ottanta del XX secolo, nell’auspicare una comunità attenta al servizio ha parlato di Chiesa del grembiule, servendosi di un altro simbolo massone, quello – appunto – del grembiule. Un simbolo, peraltro, ispirato da Gesù stesso, per asciugare i piedi ai Dodici. Tutto ciò per dire gli strani viaggi che fanno i simboli…
Non dobbiamo temere un simbolo, se per noi è significativo. E nemmeno ritenere d’esserne i proprietari. È però importante non lasciarlo solo e tenere sempre pronto, accanto al simbolo, il racconto che lo chiarisce. Siamo chiamati a essere didascalie viventi, come fu Sinone per il cavallo di Troia (anche se costui lo fece per ingannare: vedi Eneide, cap. 2). Cioè chiamati a togliere la diffidenza verso le immagini, con un uso sapiente di parole di spiegazione.







