Non può essere (e non succederà, ma ragioniamo per assurdo) che qualcuno cerchi un’immagine di perdono da appendere in parrocchia. Magari un’immagine contemporanea e non necessariamente un dipinto (quindi a maggior ragione non succederà, ma non importa… continuiamo l’ipotesi del terzo tipo).
Mettiamo che la scelta cada su una celebre foto del 1977, di Tano D’Amico, che inquadra una ragazza a viso coperto, mentre oppone alle forze dell’ordine nient’altro che i propri occhi, magnifici. Non crediamo che stia sorridendo e, anzi, pensiamo che sia piuttosto arrabbiata… come potrebbe esserlo una giovane d’oggi che per caso si trovasse a tu per tu con Trump, o con Netanyahu. E se il viso coperto non lascia immaginare un dialogo, a parlare sono quegli occhi beffardi, sfidanti, disarmanti, che dicono il non essere d’accordo di persone che non imbracciano armi.
Al di là del fatto che la foto di Tano D’Amico sia considerata un simbolo degli scontri sociali dell’epoca (lo prova il suo apparire sulle copertine di molte pubblicazioni), la cosa straordinaria è la non-violenza della giovane, il suo contrapporre alla forza la sola bellezza, in un periodo in cui tanti (vedi Brigate Rosse e NAR) reagivano alla violenza con altra violenza.
Di certo qualcuno avrà da eccepire – e glielo si può concedere – sull’affermazione che questa sia la foto-simbolo di quegli anni, trovando forse più appropriata un’immagine delle vittime, a cominciare dai carabinieri caduti per difenderci dai terroristi. Eppure, a distanza di quasi mezzo secolo, la foto ci sembra simbolo anche dei giovani che fecero scelte di altro tipo, ad esempio quella dell’obiezione di coscienza, senza mai fare la scelta della lotta armata.
Non può essere che alla ragazza della foto si sia ispirato Banksy, nel 2003, per il suo uomo a viso coperto che, pur restando antagonista, lancia fiori all’avversario?
Su un’altra cosa, semmai, si può eccepire: sul fatto che la foto rappresenti un momento di perdono. È vero, ma non può essere il momento che lo precede? In altre parole, il voler restare su un piano superiore rispetto a chi usa un potere per fare bassezze.
Consigliamo la lettura, nell’Antico Testamento, della storia di Davide e di Saul: è un racconto bellissimo, nel Primo Libro di Samuele, ai capitoli 24 e 26, che non contiene mai la parola perdono. Dove Davide – per due volte – potrebbe colpire a morte Saul che gli fa la guerra, ma si limita a prendergli di nascosto delle cose e a sventolarle da lontano, per mostrare il male che gli avrebbe potuto fare, ma che non gli ha fatto, la punizione che non c’è stata.
Come la pace, anche il perdono è una cultura, purtroppo poco diffusa: invece di formarci al perdono e di ammirarne la statura, preferiamo restare bassi e tenerci dentro un imperdonabile da non perdonare mai.









