L’unità dei lavoratori e il loro destino comune sono stati tra i più grandi obiettivi storici della sinistra. Fin dalla nascita del pensiero socialista, il sogno più alto è stato quello di superare i confini della nazionalità, della religione e dell’appartenenza settaria, per unire i lavoratori in una lotta comune contro lo sfruttamento, l’ingiustizia e il dominio del capitale.
Ma questo sogno non diventa reale solo perché viene proclamato come slogan. Esso viene messo alla prova quando i lavoratori non si trovano nella stessa posizione storica e politica: da una parte il lavoratore che vive dentro uno Stato coloniale e di insediamento; dall’altra il lavoratore che vive sotto occupazione, assedio, espropriazione della terra e negazione della sovranità.
Da qui nasce una domanda decisiva: i lavoratori israeliani, in quanto parte di uno Stato coloniale e di insediamento, condividono davvero le stesse condizioni e le stesse preoccupazioni dei lavoratori palestinesi? È sufficiente dire che entrambi sono “lavoratori” per equiparare le loro vite, i loro diritti e il loro destino? Oppure una sinistra autentica deve riconoscere la differenza tra il lavoratore sfruttato all’interno di uno Stato dominante e il lavoratore sfruttato e oppresso nazionalmente sotto un sistema coloniale?
Questa non è una questione teorica secondaria. Tocca il cuore stesso del pensiero di sinistra: l’internazionalismo operaio è uno slogan astratto, oppure è una posizione morale e politica che comincia dal sostegno concreto agli oppressi?
Oltre il Manifesto: perché la “patria” pesa diversamente sotto l’occupazione
Marx ed Engels scrissero nel “Manifesto del Partito Comunista” che “i lavoratori non hanno patria”. Ma questa frase non significa che il lavoratore debba ignorare le lotte di liberazione nazionale, né che debba essere neutrale tra un popolo colonizzatore e un popolo colonizzato. Significa, piuttosto, che lo Stato borghese non è la vera patria del lavoratore, e che la sua liberazione non può compiersi dentro i confini ristretti del nazionalismo borghese. Nello stesso testo, il proletariato non appare come una classe che fugge dalla politica, ma come una forza storica chiamata a trasformare la società, non a dissolversi nelle illusioni delle classi dominanti.
Non si può dire che le condizioni dei lavoratori israeliani siano le stesse dei lavoratori palestinesi, anche se entrambi vivono dentro rapporti capitalistici e possono subire forme di sfruttamento. Il lavoratore israeliano può essere sfruttato dal capitale israeliano; può soffrire il carovita, la crisi abitativa, le tasse, la precarietà, il peggioramento dei servizi pubblici e la militarizzazione della società. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, egli resta un lavoratore dentro uno Stato che lo riconosce come cittadino, gli garantisce diritti legali, sindacali e istituzionali, e gli offre uno spazio di contrattazione all’interno di un mercato del lavoro, di uno Stato e di istituzioni riconosciute.
Salario contro esistenza: il lavoratore palestinese tra check-point e precarietà
Il lavoratore palestinese, invece, non affronta soltanto il capitalismo. Affronta il capitalismo portato sulle spalle dell’occupazione. Affronta il datore di lavoro, il posto di blocco, il permesso, il soldato, la colonia, l’assedio, la chiusura dei valichi, la confisca della terra e il collasso dell’economia locale. Per questo la sua questione non si limita al salario. Diventa una questione di esistenza: può raggiungere il proprio posto di lavoro? La sua casa resterà in piedi? La sua terra è al sicuro? Ha libertà di movimento? Può lavorare senza un’autorizzazione di sicurezza? Ha diritto a una vita normale?
Qui emerge la differenza fondamentale tra sfruttamento di classe e oppressione coloniale. Il lavoratore israeliano soffre dentro un sistema capitalistico; il lavoratore palestinese soffre dentro un sistema capitalistico-coloniale. Il primo può essere una vittima sul piano sociale e di classe; il secondo è vittima, allo stesso tempo, sul piano sociale, nazionale e coloniale.
Da qui acquista tutto il suo significato la frase di Engels: «Non può essere libero un popolo che opprime altri popoli». Non è una formula morale astratta, ma una regola politica centrale del pensiero socialista: la classe lavoratrice di una società dominante non può pretendere la propria liberazione, se accetta i privilegi che derivano dall’oppressione di un altro popolo.
La trappola dei privilegi: la struttura del potere dietro la povertà individuale
Questo non significa che ogni lavoratore israeliano sia ricco, privilegiato in senso individuale o personalmente responsabile delle politiche del proprio Stato. La sinistra non fonda la propria analisi sull’odio verso gli individui, ma sulla comprensione delle strutture e dei rapporti di potere. Dentro la società israeliana esistono classi sociali, povertà, disuguaglianze e oppressioni interne. Esistono lavoratori marginalizzati, ebrei mizrahi, cittadini palestinesi di Israele, lavoratori migranti e settori sociali impoveriti. Ma l’esistenza di queste contraddizioni non cancella il fatto che la società israeliana, nel suo complesso, occupa una posizione di privilegio strutturale rispetto al popolo palestinese.
Il lavoratore nello Stato coloniale può essere sfruttato dalla propria classe dominante, ma può anche beneficiare, in modi diversi, dei risultati del colonialismo: terra, risorse, sicurezza, infrastrutture, mercato del lavoro, superiorità giuridica e sostegno politico e militare dello Stato. Questa è la contraddizione centrale: una persona può essere oppressa in una posizione e, allo stesso tempo, beneficiare dell’oppressione in un’altra.
Per questo, equiparare semplicemente il lavoratore israeliano e il lavoratore palestinese è un errore politico e morale. Non ogni povertà è uguale. Non ogni sfruttamento si colloca nello stesso punto della storia. Il lavoratore povero dentro una società coloniale non è nella stessa condizione del lavoratore povero che vive sotto il colonialismo. Entrambi possono soffrire, ma la sofferenza dell’uno è protetta da uno Stato, mentre la sofferenza dell’altro è prodotta, almeno in parte, proprio da quello Stato.
Internazionalismo o sottomissione? La vera solidarietà passa per la liberazione
La sinistra ha storicamente sognato l’unità dei lavoratori. Ma l’internazionalismo operaio non significa negare la questione nazionale. I lavoratori non vivono nel vuoto. Vivono dentro Stati, confini, eserciti, regimi giuridici e sistemi di controllo. Perciò non si può chiedere al lavoratore palestinese di dimenticare l’occupazione in nome di un’unità di classe astratta. Non si può dirgli: “Tu e il lavoratore israeliano siete nella stessa trincea”, mentre lui si trova davanti a un posto di blocco militare e l’altro vive dentro lo Stato che controlla quel posto di blocco.
Lenin, nella sua difesa del diritto dei popoli oppressi all’autodeterminazione, collegò il socialismo autentico alla lotta contro l’oppressione nazionale e coloniale. Nel suo scritto “Il socialismo e la guerra”, pubblicato nel 1915, affermò: “I socialisti non possono raggiungere il loro grande obiettivo senza lottare contro ogni oppressione delle nazioni.” Nello stesso contesto, sottolineò che i partiti socialisti dei Paesi oppressori devono riconoscere il diritto delle nazioni oppresse all’autodeterminazione, compreso il diritto alla separazione politica. Questo è decisivo nel caso palestinese, perché la giustizia sociale non può essere separata dal diritto di un popolo alla sovranità e alla libertà.
L’internazionalismo autentico non comincia da una falsa uguaglianza tra oppressore e oppresso, ma dal riconoscimento della disuguaglianza reale. Non esiste unità operaia giusta senza lo smantellamento del rapporto coloniale. Non esiste solidarietà di classe reale senza che il lavoratore della società dominante si opponga ai privilegi del proprio Stato, all’occupazione, all’assedio, alle colonie e alla discriminazione.
Il lavoratore israeliano che vuole essere davvero internazionalista non può limitarsi a dire di essere contro il capitalismo. Deve essere anche contro l’occupazione. Deve riconoscere che la propria liberazione dalla militarizzazione della società e dal potere del capitale non può essere separata dalla liberazione del palestinese dall’assedio e dal colonialismo. Pretendere l’unità con il lavoratore palestinese mentre restano in piedi le colonie, il muro, i posti di blocco e il sistema dei permessi non è internazionalismo: è chiedere all’oppresso di stringere una mano mentre è ancora in catene.
La riconquista dell’essere umano: oltre la struttura coloniale
Frantz Fanon, psichiatra e pensatore anticoloniale, mostrò che il colonialismo non occupa soltanto la terra, ma tenta anche di occupare la memoria e la coscienza. Nel suo libro “I dannati della terra”, scrisse: «Il colonialismo non si accontenta di tenere un popolo nelle sue mani e di svuotare il cervello dell’indigeno di ogni forma e contenuto. Con una sorta di logica perversa, si rivolge al passato del popolo oppresso, lo distorce, lo sfigura e lo distrugge». Per Fanon, dunque, la liberazione non è una semplice riforma economica, ma un processo di riconquista dell’essere umano, della terra, della dignità e della capacità di agire nella storia.
Per questo, l’unità tra lavoratori palestinesi e israeliani non è impossibile in linea di principio, ma diventa impossibile sul piano morale e politico, se si fonda sull’ignorare l’occupazione. Può diventare possibile solo su una base chiara: riconoscere il diritto del popolo palestinese alla liberazione, rifiutare la struttura coloniale e lottare contro il sistema, che trasforma il lavoratore palestinese in manodopera a basso costo, controllata, limitata e privata della sovranità.
Lo slogan «Proletari di tutti i Paesi, unitevi!» non perde significato in Palestina; al contrario, vi trova la sua prova più difficile. L’unità vera non consiste nel coprire la ferita, ma nel dire chi l’ha prodotta. Non consiste nel mettere sullo stesso piano la vittima e chi vive dentro una struttura di privilegio, ma nel chiedere a chi gode di quel privilegio di ribellarsi contro di esso, se vuole davvero occupare una posizione internazionalista e liberatrice.
Sintesi teoriche e politiche
Primo: l’unità dei lavoratori non significa negare le differenze storiche.
Non tutti i lavoratori occupano la stessa posizione. Il lavoratore dentro lo Stato coloniale non vive nelle stesse condizioni del lavoratore sotto il colonialismo.
Secondo: il lavoratore palestinese è oppresso sul piano di classe e sul piano nazionale.
La sua sofferenza non riguarda solo il datore di lavoro o il salario, ma anche l’occupazione, l’assedio, i permessi, i posti di blocco, la confisca della terra e la mancanza di sovranità.
Terzo: il lavoratore israeliano può essere sfruttato, ma vive dentro una struttura di privilegio.
Può essere vittima del capitalismo israeliano, ma allo stesso tempo appartiene a una società che beneficia del controllo esercitato sui palestinesi.
Quarto: l’internazionalismo operaio non può essere neutrale davanti al colonialismo.
La neutralità tra colonizzatore e colonizzato non è una posizione di sinistra, ma una rinuncia al principio stesso della giustizia.
Quinto: non esiste solidarietà di classe reale senza una posizione contro l’occupazione.
Il lavoratore israeliano che vuole un’unità autentica con il lavoratore palestinese deve opporsi alle colonie, all’assedio, al muro, ai posti di blocco e al sistema dei permessi.
Sesto: nella condizione palestinese, la liberazione nazionale è una condizione della liberazione sociale.
Non si può separare il pane dalla terra, il salario dalla libertà, il lavoro dal diritto di un popolo a decidere il proprio destino.
Settimo: l’uguaglianza formale tra lavoratori può diventare una forma di giustificazione del colonialismo.
Quando si dice che “sono tutti lavoratori” senza vedere i rapporti di potere, si finisce per equiparare chi porta la catena a chi vive dentro il sistema che la produce.
Ottavo: il lavoratore nello Stato coloniale non diventa internazionalista con lo slogan, ma con la posizione politica.
L’internazionalismo non si misura con le parole sull’unità dei lavoratori, ma con la disponibilità a sfidare i privilegi del proprio Stato quando quei privilegi si fondano sull’oppressione di un altro popolo.
La questione dei lavoratori israeliani e palestinesi non è soltanto una questione sindacale. È una domanda sul significato stesso della sinistra. O la sinistra è un chiaro schieramento dalla parte degli oppressi e dei colonizzati, oppure diventa un discorso generale sulla giustizia che teme di chiamare l’ingiustizia con il suo nome.
Sì, il sogno della sinistra è stato l’unità dei lavoratori. Ma in Palestina questa unità non passa sopra l’occupazione: passa attraverso la sua opposizione. Non comincia ignorando la differenza tra il lavoratore israeliano e il lavoratore palestinese, ma riconoscendo che il lavoratore palestinese non ha bisogno soltanto di un salario giusto; ha bisogno di libertà, dignità, terra e sovranità.
Non esiste vera unità operaia sotto il colonialismo, e non esiste internazionalismo sincero senza un chiaro sostegno alla liberazione della Palestina.









