«Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità». Sono parole del messaggio di Papa Leone XIV per la giornata mondiale della pace del 1 gennaio 2026. Sentite e risentite, mai fin troppo meditate, soprattutto in questi giorni, quando i conflitti e le azioni di forza (la “destabilizzazione planetaria”) sono sempre di più testimonianza che, come dicevano, “si vis pacem, para bellum” è facile da tradurre, e non solo a parole.
Il ritorno alla legge del più forte
Uno degli Stati più potenti del mondo (gli Usa) ormai ha certificato un concetto: quello che vogliamo lo possiamo prendere, se non con gli accordi, con la forza. E i diritti dei popoli vanno a farsi friggere…
Il punto che va oltre le questioni specifiche del Venezuela o della Groenlandia, che già ci lasciano stupiti e preoccupati, è il progetto chiaro e realizzato passo dopo passo, di sfasciare tutta la comunità internazionale, per fare emergere – nel caos – la predominanza della legge del più forte. Dall’America first, si è passati all’America only. E si tratta solo sulla base di soldi, risorse e forze armate.
La notizia che non è apparsa con sufficiente rilievo, è che Donald Trump ha annunciato la decisione di ritirarsi da 66 tra programmi e organizzazioni internazionali, di cui 31 fanno parte delle Nazioni Unite. Confermando l’intenzione della Casa Bianca di allontanarsi dalla politica dell’Onu e del multilateralismo, realizzando così le proposte fatte in campagna elettorale. Agenzie, commissioni e panel consultivi che si occupano di clima, lavoro, migrazione e altri temi che l’amministrazione americana considera troppo inclusivi, non in linea con la matrice suprematista e anti-ambientalista della Casa Bianca, sono abbandonate.
Tra le organizzazioni inserite nell’elenco, figurano (lo scrive “La Repubblica“) la Partnership for Atlantic Cooperation, l’International Institute for Democracy and Electoral Assistance e il Global Counterterrorism Forum, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, definita “fondamentale” dai governi che hanno appoggiato la linea verde. E poi: l’Intergovernmental Panel on Climate Change, comitato dell’Onu. I governi americani da anni non riconoscono neanche la Corte Penale Internazionale, che si occupa di presunti criminali di guerra come il presidente russo Vladimir Putin e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ma Trump è andato oltre, imponendo sanzioni ad almeno otto giudici e due procuratori della Cpi. E ancora i tagli al budget della cooperazione internazionale che hanno lasciato milioni di persone in Africa di fronte al collasso sanitario. Gli Stati Uniti usciranno anche da UN Women, che promuove l’uguaglianza di genere, e dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, l’agenzia dell’organizzazione internazionale che si occupa di pianificazione familiare e di salute materna e infantile in più di 150 Paesi.
Sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia
I principi che fondavano (si parla al passato?) la Carta fondativa dell’ONU (firmata da 51 membri originari ed adottata per acclamazione a S.Francisco il 26 giugno 1945, entrata in vigore con il deposito del ventinovesimo strumento di ratifica il 24 ottobre 1945, ratificata dall’ltalia con legge 17 agosto 1957), non sempre sono stati tutelati fino in fondo, è vero, ma almeno, lavorandoci ancora, permettevano di cercare strade per migliorare questo mondo:
«1. Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed a questo scopo: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità ai principi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace; 2. Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-determinazione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale» (Articoli 1 e 2).
Era un mondo che sta ricostruendosi dopo la tragedia immensa della Seconda Guerra Mondiale. E ora? C’è chi dice che non bisogna disperare, anzi, bisogna guardare lontano e rilanciare. Pensando di costruire seriamente – e non riguarda solo i politici, ma i popoli interi (quindi anche noi) – gli Stati Uniti d’Europa.
Ribadisce il Papa: «I ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza».
Noi che crediamo e che abbiamo un futuro (migliore) da costruire, “sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia” vogliamo lavorare. A prescindere dai confini, e dalle lingue europee, che, in realtà, ormai non ci separano più.






