Le ondate di protesta in Iran non sono nate dal nulla, ma sono il risultato di un lungo accumulo di crisi politiche, economiche e sociali. Anni di deterioramento economico, l’aumento della povertà e della disoccupazione – soprattutto tra i giovani – insieme alla corruzione strutturale e all’assenza di giustizia nella distribuzione delle risorse, hanno creato un clima di rabbia diffusa e profonda tensione sociale. A ciò si sono aggiunte politiche repressive, restrizioni delle libertà pubbliche e discriminazioni sistematiche nei confronti delle minoranze nazionali e religiose.
L’uccisione della giovane Mahsa Amini nel settembre 2022, avvenuta durante la sua detenzione da parte della cosiddetta “polizia morale”, ha segnato un punto di svolta decisivo, facendo esplodere proteste di massa note con lo slogan “Donna, Vita, Libertà”. Quella che era iniziata come una rivendicazione sociale si è rapidamente trasformata in un movimento politico, che chiedeva un cambiamento radicale nella natura del potere. Nonostante la repressione, gli arresti e l’uso sistematico della forza, la protesta non si è spenta, ma ha continuato a riemergere in forme diverse e in varie regioni del Paese.
La partecipazione dei giovani curdi
In questo contesto, la gioventù curda in Iran svolge oggi un ruolo centrale e determinante. I giovani curdi sono presenti in prima linea nelle manifestazioni, affrontano direttamente l’apparato repressivo e trasformano la rabbia sociale in azione politica concreta. Il loro movimento non è isolato dal passato, ma affonda le sue radici in una memoria di lotta ben consolidata, che riemerge negli slogan e nei cori attraverso il richiamo a figure simboliche che hanno segnato la coscienza collettiva curda.
Il ruolo dei giovani curdi si manifesta in una partecipazione attiva al movimento politico, culturale e sociale, rendendoli la forza più dinamica e visibile nella sfida al sistema di repressione e marginalizzazione. Il loro impegno non si limita alle proteste di piazza, ma si estende a molteplici forme di azione politica, espressione di una crescente consapevolezza sulla natura del conflitto e sui suoi limiti.
La loro presenza è stata particolarmente evidente durante l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà”, quando i giovani curdi hanno guidato le manifestazioni, dalle grandi città ai centri più piccoli del Kurdistan iraniano, contribuendo a trasformare una protesta locale in un movimento nazionale con forti connotazioni politiche e legate ai diritti umani. Parallelamente, una parte di questi giovani ha scelto di unirsi alle organizzazioni armate curde (i Peshmerga), come risposta alla repressione politica continua, alla discriminazione nei diritti e alla mancanza di pari opportunità nel lavoro e nell’istruzione, in un contesto di totale chiusura delle vie politiche pacifiche.
Queste diverse scelte si inseriscono in un lungo storico di conflitti e scontri violenti tra il movimento curdo e le autorità iraniane fin dalla Rivoluzione islamica del 1979. Le regioni curde sono state sottoposte a politiche di sicurezza rigide, operazioni militari ricorrenti e tentativi sistematici di indebolire la struttura politica e sociale curda. Nonostante ciò, le nuove generazioni hanno continuato a rivendicare i propri diritti nazionali, convinte che la questione curda rimanga irrisolta e che l’imposizione della forza non abbia prodotto soluzioni durature.
Le richieste: unità e leadership
In ogni ondata di protesta, tornano a risuonare i nomi di Abdul Rahman Ghassemlou e Foad Mostafa Soltani, divenuti riferimenti simbolici centrali del movimento curdo in Iran.
Ghassemlou, segretario generale del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, fu assassinato il 13 luglio 1989 a Vienna durante un incontro negoziale con rappresentanti del regime iraniano, quando venne colpito a colpi d’arma da fuoco all’interno della sala dei colloqui. Il suo assassinio segnò un colpo durissimo al percorso di soluzione politica e consolidò la sua immagine come simbolo del dialogo deliberatamente eliminato.
Foad Mostafa Soltani, uno dei principali fondatori del partito Komala, cadde invece nell’agosto 1979 durante scontri armati con le forze dei Guardiani della Rivoluzione nella zona di Marivan, nel quadro della campagna militare lanciata dal nuovo regime contro le forze curde.
Il richiamo a queste due figure nelle proteste odierne non rappresenta nostalgia del passato, ma un messaggio politico chiaro di una giovane generazione che afferma la continuità della lotta e collega i sacrifici storici alle sfide del presente. I giovani curdi, mentre affrontano la repressione, chiedono unità, superamento delle divisioni e una leadership all’altezza delle loro aspirazioni, ribadendo che la legittimità nasce dall’azione e dal sacrificio, non dalla retorica.
In questo senso, il movimento della gioventù curda in Iran rappresenta oggi un percorso continuo di resistenza politica e sociale, in cui memoria e realtà, protesta e storia si intrecciano, di fronte a un potere che, fino ad ora, non è riuscito a spezzare la volontà della strada né a cancellarne i simboli.






