Le Forze Democratiche Siriane sono una forza militare, che ha svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro l’ISIS dal 2014, con il sostegno della coalizione internazionale, pagando un prezzo altissimo in vite umane in battaglie ampiamente documentate.
La combattente conosciuta come Deniz Çiya, apparteneva alle Forze di Sicurezza Interna (Asayish), attive nei quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafieh della città di Aleppo. Il quartiere di Sheikh Maqsoud è stato oggetto di un attacco armato nel contesto di un’escalation militare nel nord di Aleppo. Secondo i comunicati delle Asayish e delle Forze Democratiche Siriane, l’attacco è stato condotto da fazioni affiliate a ciò che è noto come Esercito Nazionale Siriano; alcune di queste includono elementi che avevano combattuto in passato con l’ISIS o che provenivano da gruppi di matrice jihadista, tra cui formazioni precedentemente legate al Fronte al-Nusra.
Deniz Çiya faceva parte di un gruppo di difesa, schierato su uno degli assi del quartiere. Lo scorso 10 gennaio il gruppo è stato accerchiato durante gli scontri; i combattimenti sono proseguiti fino alla perdita dei contatti, e Deniz Çiya è stata uccisa durante lo scontro.
Dopo la sua morte, si è diffuso un video che mostra il suo corpo gettato dall’alto di un edificio nel quartiere di Sheikh Maqsoud. Piattaforme siriane di verifica, indipendenti, hanno confermato che il filmato è stato girato nello stesso luogo e che il corpo appartiene a lei, per tempistica e contesto. L’episodio costituisce una profanazione del corpo e una violazione delle norme del diritto internazionale umanitario, che proibiscono l’oltraggio ai caduti e la violenza simbolica contro i morti.
La scelta
Deniz era una ragazza giovane, in un’età che dovrebbe appartenere alla vita e non alla morte. Ha scelto di restare dove era nata, di difendere il suo quartiere, la sua gente e la sua memoria. Non è partita per conquistare terre altrui, né ha preso le armi per potere o bottino, ma perché la terra su cui stava veniva strappata con la forza, e perché la libertà, quando è minacciata, smette di essere un’idea astratta e diventa un atto.
Si è unita a forze che, nell’immaginario di molti, rappresentavano la difesa dell’esistenza stessa, soprattutto dopo anni di lotta contro l’ISIS, quando l’uso delle armi era legato all’idea di impedire un massacro, non di perpetrarlo.
Quando è stata uccisa, la sua morte non è stato lo shock più grande. Lo shock è arrivato dopo la morte.
L’uomo che ha gridato “Allahu Akbar”, mentre infieriva sul suo corpo e lo gettava dall’alto di un edificio, non era in un momento di vittoria militare, ma di totale collasso morale.
La domanda non è: perché l’ha uccisa? La domanda più profonda è: a cosa stava pensando?
Credeva forse che invocare il nome di Dio potesse giustificare l’umiliazione di un corpo senza vita? Il significato del takbir si è confuso fino a diventare una copertura per l’oltraggio a una donna morta? Oppure non si trattava affatto di religione, ma del desiderio di spezzare l’immagine della donna libera, della donna che ha preso le armi per difendere una scelta propria, non per obbedire a uno sceicco o a un emiro?
Il simbolo
In quel momento, Deniz Çiya non era più solo una combattente uccisa, ma è diventata un simbolo:
- del conflitto tra chi vede la terra come una casa e chi la vede come un bottino;
- tra chi riconosce la donna come essere umano pieno e chi non tollera la sua libertà;
- tra il combattimento come difesa e il combattimento come vendetta e umiliazione.
La profanazione del suo corpo non era rivolta solo a lei: era un messaggio per terrorizzare tutti coloro che le somigliano: «Questo è ciò che facciamo a chi sceglie la libertà».
Ma la storia dice un’altra cosa: il corpo può essere umiliato e spezzato, ma il significato che ha incarnato non può essere gettato da un edificio.
Ciò che le è accaduto non è un episodio isolato, ma lo specchio di due tipi di combattenti: uno che si vede come il custode della propria casa e un altro che si comporta come giudice e carnefice nel nome di un’idea deformata.
In questa storia, l’eroismo non sta nella morte, ma nella scelta: la scelta di restare, di resistere e di pagare il prezzo da sola, mentre coloro che l’hanno uccisa restano stranieri in quella terra… e ancora più stranieri al significato della libertà.





