12 Feb 2026

Referendum costituzionale sulla giustizia: per un voto consapevole

Il prossimo referendum del 22 e 23 marzo pone questioni complesse, non sempre facili da capire. Anche per questo è importante informarsi e dialogare con civiltà, approfondendo le singole questioni

È molto acceso il dibattito riguardo la riforma costituzionale proposta dal governo, che chiamerà alle urne i cittadini i prossimi 22 e 23 marzo, perché si esprimano sul tema della giustizia. Si vuole infatti portare anche in Italia il cosiddetto “modello portoghese”, che consiste nella separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti e nella creazione di due Consigli Superiori distinti. Si vorrebbe inoltre introdurre una Corte disciplinare a cui è attribuita la responsabilità di procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati.

È proprio per fare chiarezza su questa riforma, che un gruppo di amici del Msac (Movimento Studenti di Azione Cattolica) ha organizzato un dialogo civile e senza contrapposizioni preconcette «tra amici seppur con posizioni diverse», come lo ha definito il mediatore della discussione Danilo Paolini, capo della redazione romana di Avvenire.

Tanti i singoli punti trattati in questo dialogo, avvenuto su una piattaforma online il 9 febbraio. La discussione ha visto come protagonisti due sostenitori del “Sì” alla riforma, Stefano Ceccanti, docente di diritto costituzionale comparato presso la Sapienza di Roma e Giuseppe Onorato, avvocato penalista del foro di Sassari, e due esperti che il prossimo marzo imprimeranno sulla scheda il proprio “No”: l’onorevole Ida Carmina, deputata, e Roberto Rossi, procuratore della repubblica a Bari.

Il primo grande tema affrontato nella discussione è stato proprio quello centrale della riforma: la separazione delle carriere tra pubblici ministeri, coloro che rappresentano l’accusa, e giudici, coloro che si occupando di emettere la sentenza.

La separazione delle carriere

L’onorevole Carmina ha fin da subito evidenziato il rischio che questa riforma presenta, ovvero la possibilità di isolamento in cui  – a suo dire inevitabilmente – si verranno a trovare i pubblici ministeri. Questi, infatti, più che essere figure che per l’interesse dello Stato accertano la verità, diventerebbero invece “avvocati dell’accusa”, perdendo quindi interesse a tenere alta una difesa pubblica per prediligere il “dimostrare di aver ragione”, dice la deputata.

L’onorevole poi evidenzia come – di fatto – le due cariche siano già separate. Infatti, con la Riforma Cartabia, si può richiedere il cambio di carriera (anche se per una sola volta) nei primi dieci anni di professione, e dopo l’accettazione del cambio, si deve cambiare regione nell’esercizio della nuova carica. Inoltre da un dato: questa scelta è fatta da circa 36 persone ogni anno, una percentuale dunque irrisoria per i sostenitori del No.

Anche Roberto Rossi dichiara esplicitamente il suo dissenso nei confronti della nuova riforma «che non avrà effetti immediati, ma effetti che si noteranno nel tempo, anche politici». Egli evidenzia che la criticità della proposta si concentra sul fatto che andrebbe pericolosamente a rompere un sistema garantista, che pone al centro la tutela dei diritti e della libertà dei cittadini. Il procuratore sostiene, infatti, che in Italia non si riuscirebbe mai a raggiungere il modello “portoghese”, alla base della riforma, ma si andrebbero solo a rompere degli equilibri.

La figura del pubblico ministero, e la posizione delle parti in causa, è al cento anche dei ragionamenti di coloro che sono per il sì alla riforma.

Il professor Ceccanti inizia il suo ragionamento proprio dalla lettura dell’inizio dell’articolo 111 della Costituzione che recita “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.” È proprio a partire da questo articolo che Stefano Ceccanti analizza come ad oggi, essendo i giudici e i pubblici ministeri legati da una stessa carriera, non si garantisce il fatto che ci sia «un giudice terzo e imparziale». Egli evidenzia come ad oggi il giudice non sia più un terzo estraneo, ma è effettivamente un collega di una delle due parti, quella dell’accusa.

Anche Giuseppe Onorato sostiene che la riforma andrà a mettere «maggiore parità tra accusa e difesa». L’avvocato mette in luce come, attraverso la riforma, ci sarà un «maggior filtro» del gip (Giudice per le Indagini Preliminari) nelle fasi preliminari e una riduzione del carico delle pratiche che passano al giudizio vero e proprio.

Il problema del sorteggio

Danilo Paolini procede dunque ad aprire l’altro grande tema discusso di questa riforma: il “sorteggio” per la selezione dei membri togati del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura).

Per i sostenitori del Sì, il sostegno diviene una formula per “garantire” che il CSM non sia governato dalle varie correnti politiche ed è proprio questo che evidenzia Ceccanti, affermando che il sorteggio è ammesso perché «il CSM è un organo di organizzazione e non di gestione».

Al contrario Rossi sostiene che «non è un organo di amministrazione, ma è un organo di controllo della magistratura, per questo il sorteggio è inaccettabile», ma Onorato controbatte che non esiste il rischio di affidare questo compito a magistrati inesperti, dal momento che tutti, per ricoprire questo ruolo, hanno affrontato lo stesso iter procedurale di studi e di concorsi.

Il dibattito sulla riforma non si esaurisce qui, rimangono molti gli interrogativi in vista del 22 e 23 marzo. Lo dimostrano anche le domande suscitate dagli ascoltatori, che si interrogano soprattutto sulla parità tra accusa e difesa. In particolare, ci si chiede se in questo modo l’obbligatorietà dell’azione penale (art. 111 Cost.) rende effettivamente paritaria l’accusa o se le offre comunque una posizione di preminenza.

L’importanza di informarsi

È indubbio il fatto che, quest’anno, i cittadini saranno chiamati ad esprimere un giudizio su un argomento molto tecnico come quello della giustizia e proprio per questo è necessario informarsi, e informarsi con dibattiti capaci di far sorgere domande, più che dare inoppugnabili risposte. E soprattutto in clima positivo e ragionevole come questo.

Bisogna inoltre ricordare che presentarsi alle urne è indispensabile per far sentire la propria voce, soprattutto in questo caso in cui il referendum è confermativo e perciò non necessita del raggiungimento del quorum.

Da qui al 22 marzo sarà possibile condividere altri momenti in cui le cose siano spiegate e discusse con pacatezza?

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