Messico. Il labirinto delle sparizioni e la lotta per non essere un fascicolo dimenticato

Mentre il Governo parla di 132.534 persone scomparse, famiglie ed esperti contestano la classificazione ufficiale che rende invisibili le vittime e riduce la tragedia a una semplice gestione di scartoffie negli uffici ministeriali

La Presidente Claudia Sheinbaum, durante la presentazione del rapporto del RNPDNO

In Messico, la scomparsa di persone ha smesso di essere un semplice numero per diventare una ferita aperta, che colpisce tutta la società. Fino a marzo 2026, il Governo guidato dalla presidente Claudia Sheinbaum Pardo ha ammesso ufficialmente l’esistenza di più di 132.500 persone scomparse e non localizzate, secondo il rapporto diffuso dal Governo Federale lo scorso 27 marzo. Questa cifra non rappresenta solo un problema burocratico, ma un dramma umano enorme. La responsabilità di queste sparizioni sembra essere legata allo Stato e alla sua complicità con la criminalità organizzata. Nel corso dei decenni, migliaia di famiglie hanno trasformato il loro dolore in una ricerca che non si ferma mai, scontrandosi con un sistema di governo, che spesso sembra più interessato a sistemare le carte che a ritrovare chi è sparito.

L’eredità di una violenza che non si ferma

La crisi delle sparizioni nel Paese non è una cosa nuova, ma nel tempo è cambiata in modo drastico. Il registro storico, presentato dal sottosegretario per i Diritti Umani Arturo Medina, che va dal 1952 a oggi, mostra due momenti critici che definiscono la geografia del dolore in Messico. Da una parte c’è il periodo della “Guerra Sporca” (1952-2005), segnato dalla repressione politica dello Stato con 2.356 casi; dall’altra, l’esplosione iniziata nel dicembre 2006 con la strategia di sicurezza nazionale, che ha fatto schizzare il numero agli attuali 130.178 scomparsi.

Tutte queste assenze riflettono non solo la violenza criminale che colpisce il Paese, ma anche l’impunità che sta dentro al governo stesso. Nel rapporto del Governo Federale troviamo tre gruppi di persone scomparse: quelle senza dati sufficienti per essere cercate (46.742), quelle che hanno avuto attività registrate dopo la scomparsa (40.308) e quelle che non hanno registrato alcuna attività o pratica burocratica (43.128). Fa impressione che, nel gruppo senza tracce di attività, solo 3.869 persone abbiano un’inchiesta aperta, mentre 26.611 hanno solo una denuncia di scomparsa. César Contreras, avvocato del Centro Prodh, spiega che avere così poche inchieste non significa che non ci sia stato un reato, ma dimostra l’enorme impunità che c’è nel Paese.

Il pericolo di essere un dato insufficiente

Uno dei punti più discussi della nuova strategia del governo è il modo in cui vengono divisi i registri. Marcela Figueroa, a capo della Segreteria Esecutiva del Sistema Nazionale di Pubblica Sicurezza, ha spiegato che il governo ha identificato che il 36% dei casi non ha informazioni base come il nome completo, l’età o il luogo dei fatti. Le autorità dicono che questo rende impossibile cercarli fisicamente, ma le famiglie rispondono che la colpa è dello Stato, perché sono state le procure e le commissioni a non fare bene il lavoro di documentazione all’inizio.

Per le Madri Cercatrici, come Laura Curiel, questa divisione usata dal Governo serve a rendere invisibili le vittime. Il caso di sua figlia, Daniela Mabel Sánchez Curiel, sparita nel 2015, è un esempio doloroso: il suo fascicolo ufficiale ha solo il 5% dei dati compilati richiesti dal Registro Nazionale delle Persone Scomparse (RNPDNO), e mancano dettagli fondamentali che la famiglia ha dato più volte. Mettere questi casi nel gruppo dei “dati insufficienti” senza far controllare le famiglie sembra un trucco per abbassare i numeri ufficiali.

Il gruppo dei 40.308 che risultano vivi in database ufficiali come quello elettorale (INE) o dei vaccini è un altro punto di scontro nel rapporto. Per il governo, le persone sono in questo elenco perché la persona potrebbe essere stata trovata; per avvocati e famiglie, invece, è una bugia pericolosa, perché una mossa burocratica non garantisce che la persona stia bene, potrebbe essere un caso di omonimia, un errore o un furto d’identità.

L’impatto emotivo di dire a una famiglia che il proprio caro è stato trovato solo per un movimento al computer, senza un controllo fisico, è davvero terribile. Chi cerca insiste che un nome in un database è solo una pista, non un ritrovamento vero, come vorrebbero far credere Marcela Figueroa e la presidente Claudia Sheinbaum. Si può dire di aver trovato qualcuno solo quando lo Stato può garantire il ritorno della persona a casa, non quando si cancella un nome da una lista.

Il grido per l’aspetto umano

La crisi delle sparizioni in Messico ha bisogno di qualcosa di più di una pulizia di archivi o di incroci di dati al computer. La richiesta di gruppi come Mariposas, Buscando Corazones è chiara: il governo deve capire che dietro ogni numero c’è una vita interrotta. Non si può smettere di cercare qualcuno solo perché il suo fascicolo è incompleto, soprattutto se mancano dati a causa della negligenza degli uffici pubblici.

La soluzione proposta da chi cerca nelle fosse e nelle procure è tornare alle basi: cercare uno per uno. Serve volontà politica per dare soldi alle commissioni, sedersi con ogni famiglia e ricostruire i fascicoli con dignità. Solo così, passando dalle scartoffie alla ricerca vera, si potrà pagare l’enorme debito di verità e giustizia che il Governo del Messico ha verso i suoi scomparsi.

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