Le ombre di Ottobre sulla Tanzania. I cittadini chiedono verità e trasparenza

Tra il 29 e il 31 ottobre 2025, una serie di violenze hanno sconvolto il Paese, e ancora non si conosce la verità. Intervista a Boniface Anyisile Mwabukusi, che ci ricorda che la Tanzania appartiene ai cittadini, non alla paura

foto: facebook.com/mwabukusi

Boniface Anyisile Mwabukusi è il presidente della Tanganyika Law Society (TLS), un’associazione di avvocati della Tanzania, nota per la difesa dello stato di diritto. La sua testimonianza è importante perché, dopo gli eventi tragici del 29-31 ottobre 2025 – caratterizzati da uccisioni di civili, blocco totale di Internet e un coprifuoco imposto senza trasparenza – la TLS è stata una delle pochissime voci istituzionali ad alzarsi per i diritti fondamentali. Lo abbiamo raggiunto per comprendere cosa sia realmente accaduto e quali passi siano necessari per ricostruire la fiducia nazionale.

Partiamo dai fatti. Cosa è realmente accaduto tra il 29 e il 31 ottobre 2025?

«Quello che sappiamo, sulla base delle testimonianze raccolte e dei rapporti preliminari, è che in quei tre giorni si sono verificati episodi di violenza armati contro civili disarmati, in almeno quattro regioni del Paese. Le forze dell’ordine sono intervenute in modo sproporzionato, e in alcune aree si è parlato apertamente di “operazioni di contenimento”, che hanno portato alla morte di decine di persone. Le cifre esatte restano incerte, proprio a causa del blocco delle comunicazioni».

Avete dati sul numero delle vittime?

«Possiamo parlare solo di stime. Le informazioni raccolte da avvocati locali, ONG e famiglie indicano tra 60 e 120 morti, ma potrebbero essere di più. Ci sono inoltre persone scomparse, di cui non si hanno notizie da allora. La mancanza di accesso ai luoghi e il blackout informativo hanno reso tutto estremamente difficile».

Il blocco di Internet ha avuto un impatto enorme. Dal punto di vista giuridico, come lo valutate?

«È stato un atto gravissimo. La Tanzania ha obblighi internazionali chiari: il diritto all’informazione non può essere sospeso arbitrariamente. Il blackout totale ha impedito ai cittadini di comunicare, ha ostacolato i soccorsi e ha reso impossibile documentare gli abusi. Dal punto di vista legale, non esiste una base costituzionale che giustifichi un blocco così esteso e prolungato».

E il coprifuoco nazionale? Era legittimo?

«Il coprifuoco può essere dichiarato solo in condizioni eccezionali e seguendo procedure precise. In questo caso non sono stati pubblicati decreti ufficiali, né è stato informato il Parlamento. È stata una misura imposta de facto, non de jure. Questo apre un problema enorme: quando lo Stato agisce fuori dal quadro legale, mina la fiducia dei cittadini e crea un precedente pericoloso».

Boniface Anyisile Mwabukusi.
Boniface Anyisile Mwabukusi

TLS ha provato a dialogare con le autorità durante quei giorni?

«Sì. Abbiamo inviato richieste formali di chiarimento e di accesso alle informazioni. Non abbiamo ricevuto risposte immediate. Solo dopo diversi giorni ci è stato comunicato che “la situazione era sotto controllo” e che “le misure erano necessarie per la sicurezza nazionale”. Ma nessuna spiegazione concreta è stata fornita».

Parliamo di responsabilità. Chi dovrebbe rispondere di quanto accaduto?

«In uno Stato di diritto, la responsabilità di quanto accaduto ricade su più livelli, coinvolgendo direttamente le forze dell’ordine che hanno preso parte ai fatti, i comandanti che hanno impartito gli ordini e le autorità politiche che hanno autorizzato o tollerato le operazioni. Proprio per questa complessità, è necessaria un’inchiesta indipendente che non sia gestita internamente alle stesse istituzioni coinvolte».

TLS ha avviato iniziative concrete?

«Abbiamo istituito una Commissione Legale d’Urgenza per raccogliere testimonianze, prove e documenti. Stiamo preparando una relazione ufficiale, che sarà resa pubblica. Inoltre, stiamo valutando azioni legali, sia a livello nazionale che internazionale».

Molti cittadini hanno paura di parlare. Come possono denunciare senza rischiare ritorsioni?

«Abbiamo attivato canali sicuri, anche tramite avvocati locali. Inoltre, collaboriamo con organizzazioni che offrono protezione ai testimoni. La paura è comprensibile, ma il silenzio non può diventare la norma».

Quali sono, secondo lei, le conseguenze sociali e politiche di quei giorni?

«Profondissime. La fiducia nelle istituzioni ѐ stata scossa. Molti cittadini si sentono traditi. Se non si farà chiarezza, questo episodio rischia di diventare una ferita permanente nella memoria collettiva e un precedente che potrebbe giustificare nuovi abusi».

Che cosa dovrebbe fare il Paese, subito, per ricostruire la fiducia?

«Dovrebbe fare subito tre cose: riconoscere pubblicamente ciò che è accaduto, avviare un’inchiesta indipendente con osservatori esterni e riformare i meccanismi di controllo delle forze dell’ordine. Senza questi passi, non ci sarà guarigione».

Un ultimo messaggio ai cittadini?

«Non perdete la Speranza. La verità può essere rallentata, ma non può essere cancellata. La Tanzania appartiene ai suoi cittadini, non alla paura. Continuate a chiedere trasparenza, continuate a chiedere giustizia».

L’intervista con il dottor Mwabukusi ci restituisce un quadro duro, ma necessario. Il Paese si trova davanti a un bivio: scegliere la strada della trasparenza e della responsabilità, oppure lasciare che il silenzio copra le voci delle vittime.

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