Non c’è nulla che riveli la povertà del discorso politico contemporaneo più di un capo di una grande potenza che minaccia la “morte di una civiltà” antica, come se le civiltà potessero essere cancellate con una frase, annientate dal capriccio di un governante o espunte dalla storia con una minaccia passeggera. Parole del genere, per quanto roboanti, non esprimono forza ma ignoranza, e non mostrano solidità culturale: rivelano piuttosto una drammatica incapacità di comprendere che cosa sia davvero una civiltà.
Civiltà e regime: una distinzione necessaria
Una civiltà non è un regime politico da sostituire, né un potere temporaneo da giudicare, né un governo destinato a salire o cadere. Una civiltà è un lungo accumulo umano, una memoria collettiva, il frutto di secoli di pensiero, arte, lingua, letteratura, scienza, simboli e valori. Per questo, confondere l’opposizione a un sistema politico con l’attacco alla civiltà di un intero popolo non è solo un errore di valutazione: è una caduta in una logica barbarica incapace di distinguere tra Stato e nazione, tra potere e storia, tra politica e umanità.
Da questo punto di vista, la minaccia rivolta alla civiltà iraniana dice meno dell’Iran di quanto dica sulla mentalità di chi la pronuncia. L’Iran non è soltanto un titolo di cronaca, né soltanto un dossier nucleare, né solo un avversario politico nella bilancia degli interessi internazionali. È una delle grandi matrici culturali di questa regione, uno dei nomi saldi nella storia del pensiero, della poesia, della filosofia, della spiritualità e dell’arte. Ed è, prima di tutto, un popolo vivo, con dignità, memoria e un contributo esteso alla costruzione della civiltà umana.
Criticare il regime iraniano, contestarne le politiche e respingerne le pratiche è legittimo. Ma nulla di tutto questo giustifica la degradazione verso un linguaggio che minacci di cancellare un’intera civiltà. Anzi, la verità più amara è che il pericolo per la civiltà iraniana non è venuto soltanto dall’esterno: è venuto anche dall’interno, da un sistema repressivo che ha confiscato lo spirito della società, ristretto la vita delle persone e avvelenato lo spazio pubblico con una cupa ideologia soffocante, fino a sommergere il Paese in un mare nero di religiosità politica coercitiva che offusca la gioia della sua storia, la pluralità della sua identità e la ricchezza della sua sensibilità.
L’Iran tra grandezza culturale e repressione interna
Quel regime criminale che ha ucciso Mahsa Amini, trasformando il corpo di una donna in uno strumento di esibizione del proprio potere nudo, non rappresenta la civiltà iraniana: ne è uno dei nemici. Quando opprime le donne, spezza i giovani, perseguita le libertà e riduce un Paese antico a un discorso chiuso e a una visione irrigidita, non difende la storia: la aggredisce. Non custodisce l’identità di una nazione: la deforma. Non protegge una civiltà: lavora, consapevolmente o no, per strapparla dalla vita concreta delle persone e ridurla a un guscio propagandistico vuoto.
Per questo bisogna dirlo con chiarezza: così come Trump non ha alcun diritto di minacciare la cancellazione della civiltà iraniana, allo stesso modo il regime iraniano non ha alcun diritto di sequestrarla, né di presentarsi come la sua immagine, il suo custode o il suo unico interprete. Le civiltà sono più vaste dei regimi, più durature dei poteri, troppo nobili per essere ridotte agli apparati repressivi, ai linguaggi della mobilitazione ideologica o alle pretese di una falsa legittimità.
L’Iran che resta è l’Iran del popolo, non quello delle prigioni. L’Iran della poesia, non quello delle forche. L’Iran di Ferdowsi, di Abu Muhammad Muslih al-Din ibn Abd Allah al-Shirazi, noto come Saadi di Shiraz, di Hafez, di Avicenna e di Mulla Sadra, non l’Iran della paura, della repressione e della sacralizzazione del potere. Quando Saadi scrive: «I figli di Adamo sono membra di un solo corpo», consegna al mondo l’immagine dell’Iran che merita di restare: l’Iran del significato, dello spirito e dell’umano.
La mentalità del dominio e il paradosso della forza
Non è affatto casuale che un linguaggio di annientamento venga da una mentalità abituata a guardare il mondo attraverso il prisma del dominio nudo. È una mentalità che vede nelle nazioni soltanto aree di influenza, nei popoli soltanto pedine nel gioco della forza, nella storia soltanto una materia da riscrivere dalla posizione dell’egemonia. È una mentalità che sa minacciare, ma non sa comprendere i popoli; sa usare le armi, ma non capisce che ciò che le civiltà producono è più profondo di ciò che gli eserciti possono colpire, e più duraturo di ciò che gli imperi possono distruggere.
Le esperienze moderne di egemonia si sono costruite, in più luoghi del mondo, sull’esclusione, sulla sottomissione e sulla cancellazione: dallo schiacciamento dei popoli originari fino alle guerre che hanno devastato intere nazioni sotto slogan seducenti che nascondevano, in realtà, la volontà di dominio. Per questo, un simile discorso non è un incidente isolato, ma il prolungamento naturale di una mentalità che non si è ancora riconciliata con l’idea di una vera comunità umana, né con il diritto dei popoli a essere diversi, indipendenti e radicati nella propria memoria e nella propria identità.
Qui appare con la massima evidenza il paradosso: una civiltà che ha offerto all’umanità poesia, saggezza, visione etica e respiro umano viene affrontata con un linguaggio che non possiede altri strumenti se non la minaccia e il ricatto. Chi ha più titolo a parlare in nome della civiltà? Chi accumula significato o chi accumula rovina? Chi insegna all’essere umano a elevarsi o chi, ogni volta, gli ricorda che la forza nuda è ancora capace di produrre le forme più degradate del linguaggio politico?
Sono svaniti imperi che si credevano eterni, si sono dissolti eserciti che riempivano la terra di paura e clamore, eppure la poesia è rimasta, la saggezza è rimasta, sono rimasti i nomi di coloro che hanno creato senso, non distruzione. Questa è la verità che gli arroganti comprendono solo troppo tardi: si può abbattere una pietra, ma non bombardare uno spirito; si possono devastare città, ma non estirpare una memoria civile; si può ferire una nazione antica, ma non cancellarla.
Difendere la civiltà iraniana, in questo contesto, non significa difendere un regime politico né schierarsi con un potere. Significa difendere un principio: che le civiltà non sono un bersaglio legittimo per il dileggio o la minaccia, che i popoli non possono essere ridotti ai loro governanti, e che la storia umana è troppo alta per essere trattata con la logica dell’annientamento. Chi vuole opporsi a uno Stato o contestare un regime lo faccia sul terreno della politica; ma evocare la cancellazione di una civiltà è una regressione morale e intellettuale degna solo di menti che non hanno imparato nulla dalla storia.
L’Iran, come civiltà, popolo, memoria e contributo umano, è più grande di Trump ed è più grande anche del suo regime. Più grande della minaccia esterna, più grande della repressione interna. Più grande delle parole dell’arroganza, più grande delle illusioni del potere. Perché ciò che rimane, alla fine, non è il rumore dei governanti, ma ciò che i popoli consegnano alla storia. E per questo l’Iran che ha generato poeti, saggi e pensatori resterà più saldo nella memoria dell’umanità di tutti coloro che lo hanno minacciato, sequestrato o tradito. Questa è la verità delle civiltà: si elevano al di sopra dei tiranni e sopravvivono a tutti loro.





