LIBANO. La mia casa non è stata distrutta. Non ho visto il suo soffitto crollare davanti ai miei occhi, né ho cercato tra le mie personali macerie una fotografia, una chiave o il giocattolo di un bambino. Eppure ne sono stato strappato con la forza, spinto verso l’esilio, e ho conosciuto, seppure per un’altra via, che cosa significhi lasciare la propria casa, non perché si è scelto di partire, ma perché una forza più grande ti ha spinto fuori.
Ho conosciuto il significato di una casa che resta alle spalle, lontana, più presente nella memoria che nelle mani; il significato di una chiave che smette di essere strumento di ritorno e diventa simbolo di perdita e attesa. Ho conosciuto cosa voglia dire perdere la propria prima sicurezza e camminare nel mondo portando dentro di sé una stanza chiusa, nella quale non si riesce più a entrare.
La casa e il dolore
Per questo, quando vedo una casa distrutta, sento di capire qualcosa di quel dolore, non tutto. Capisco lo sradicamento, ma non oso equiparare l’esilio alle macerie. La mia casa non è stata demolita: esiste ancora, là, al suo posto, e aspetta il mio ritorno. Custodisce ancora i miei dettagli come li ho lasciati: la mia biblioteca, il mio letto, la mia stanza, le mie piccole cose, forse perfino l’impronta della mia mano su una porta, su un libro, su un angolo.
E tuttavia, pur sapendo che la casa è ancora in piedi, sento il dolore della distanza e l’amarezza di avere la mia sicurezza in un luogo, mentre io mi trovo altrove. Che cosa prova, allora, chi non è stato soltanto allontanato dalla propria casa, ma ha visto la casa stessa cancellata? Chi non ha perso solo la distanza che lo separa dalla casa, ma la casa con tutto ciò che conteneva?
Chi conosce il significato dell’essere strappato dalla propria casa, sa che la casa non è un indirizzo postale. Che dire, allora, di chi vede la propria casa cancellata dall’esistenza? Chi conosce l’amarezza dell’esilio sa che la perdita del luogo apre nell’anima una lunga frattura. Che dire, allora, di chi vede il proprio luogo trasformarsi in macerie? Chi ha provato a partire contro la propria volontà sa che la sicurezza non si sostituisce facilmente. Che dire, allora, di chi ha visto la propria sicurezza diventare essa stessa bersaglio dei bombardamenti?
Le case non sono pietre sovrapposte. Non sono soltanto tetti, muri, porte e finestre. Le case sono la nostra prima memoria: l’infanzia che ha imparato a camminare tra una stanza e un corridoio, la paura che ha trovato un tetto, l’inquietudine che ha imparato il senso della quiete. Sono il luogo a cui torniamo non perché sia sempre il più bello dei luoghi, ma perché ci conosce prima ancora che noi conosciamo noi stessi.
La casa è la prima biografia dell’essere umano. In essa si forma il nostro primo rapporto con il mondo; in essa scopriamo che la vita ha un odore, che la sicurezza ha una voce, che la memoria ha pareti capaci di custodirla. La casa è l’odore del pane al mattino, la voce della madre che chiama, l’ombra del padre sulla soglia, l’armadio della nonna, la fotografia dei defunti, i libri di scuola, i vestiti della festa, una piccola cicatrice sul muro di cui conosce il significato solo chi ha vissuto lì.
Distruggere la casa, la comunità e il sistema di vita
Gaston Bachelard, filosofo dello spazio e dell’immaginazione, ha scritto ne La poetica dello spazio, che la casa è «il nostro angolo di mondo», il nostro «primo universo». Non intendeva la casa come semplice spazio geometrico, ma come grembo simbolico, in cui si formano le nostre prime immagini della sicurezza, del sogno, della memoria e del rapporto con il mondo. La casa non è soltanto fuori dall’essere umano: è anche dentro di lui. Non abitiamo soltanto le case; sono le case ad abitare noi.
Per questo, quando una casa viene distrutta, non cade solo un edificio. Cadono con esso strati di memoria. Cadono l’odore della cucina, il suono dei passi, il letto del bambino, lo specchio, il tavolo, la chiave, le fotografie, i documenti, le piccole cose che non hanno grande valore materiale, ma racchiudono il valore più grande nella vita di chi le possiede.
Da qui nasce il fatto che la distruzione delle case nella Dahiyeh e nel Sud, e la distruzione dei villaggi uno dopo l’altro, siano molto più di un evento militare o di sicurezza. È un atto che colpisce la struttura profonda della società. Il villaggio non è soltanto un luogo geografico: è una rete di parentele, memoria, tombe, matrimoni, strade e nomi. Quando un villaggio viene bombardato, le persone non sono espulse solo da un luogo, ma da una parte della definizione stessa di sé.
L’uomo non ricorda da solo
In sociologia, la memoria non viene compresa come una questione puramente individuale. Maurice Halbwachs ci ricorda, ne La memoria collettiva, che l’essere umano non ricorda da solo: ricorda dentro una comunità, dentro la famiglia, il quartiere, il villaggio, la lingua e il luogo. La memoria, in questo senso, non è conservata soltanto nella mente, ma è distribuita nelle case, nelle strade, negli alberi, nelle tombe e nelle vecchie porte.
Perciò la demolizione di una casa non è la demolizione della memoria di una sola persona, ma un colpo inferto a un’intera memoria collettiva. Ogni casa distrutta è un archivio familiare aperto sulla perdita. Ogni villaggio cancellato è una biblioteca sociale che brucia. Ogni sfollamento forzato è lo sradicamento dell’essere umano dalla rete di significati che gli permetteva di sentirsi appartenente a un luogo, a una comunità, a una storia.
Attraverso il concetto di habitus elaborato da Pierre Bourdieu, sociologo francese, possiamo comprendere la casa come il luogo in cui prendono corpo le abitudini quotidiane: il modo di sedersi, di accogliere gli ospiti, di disporre le stanze, di preparare il cibo, di parlare, di tacere, di distribuire i ruoli, di vivere i riti familiari. Questi dettagli non sono semplici come sembrano: sono parte della formazione sociale dell’essere umano e del modo in cui la società si deposita nel suo corpo e nei suoi comportamenti.
La perdita della fiducia
Noi non siamo al posto dei proprietari di quelle case. Questa frase va pronunciata con umiltà morale. Noi guardiamo da lontano, loro vivono il dolore dall’interno. Noi vediamo le macerie su uno schermo, loro vi cercano una fotografia, una chiave, il giocattolo di un bambino, un documento, qualcosa che dica loro che la loro vita non è stata un’illusione. Noi proviamo tristezza, ma loro sanguinano memoria. Noi descriviamo, loro sopportano. Noi scriviamo, loro raccolgono ciò che resta della loro vita tra pietre e polvere.
In psicologia, John Bowlby, medico e psicoanalista britannico, fondatore della teoria dell’attaccamento, ha scritto del bisogno dell’essere umano, fin dall’infanzia, di una “base sicura” da cui partire verso il mondo e a cui poter tornare. È vero che Bowlby parlava anzitutto del rapporto del bambino con la figura di cura e protezione, ma la casa può essere compresa come l’estensione spaziale di questa base sicura: essa contiene la relazione, la protezione, la regolarità quotidiana, la certezza che esista un luogo a cui tornare quando si è stanchi.
Quando la casa viene distrutta, non si spezza solo la pietra: si spezza l’idea stessa di sicurezza. Il bambino che vede crollare la propria casa non perde soltanto una stanza; perde la prima immagine del mondo come luogo di cui ci si può fidare. La madre che fugge dalla propria casa sotto i bombardamenti non porta soltanto una borsa: porta nel petto l’angoscia per i figli, per la propria memoria, per un domani che non ha più forma. Il padre che resta davanti alle macerie non guarda soltanto cemento spezzato: guarda anni di fatica diventati polvere in un istante.
Judith Herman, studiosa della traumatologia psichica, spiega in Trauma and Recovery che il trauma non termina con la fine dell’evento violento, ma continua nella memoria e nel corpo. La guarigione, per lei, comincia dalla ricostruzione della sicurezza, passa attraverso la possibilità di ricordare e raccontare il dolore, e arriva alla riconnessione con la vita e con la comunità. Questo è importante perché coloro le cui case vengono bombardate non hanno bisogno soltanto di cemento e ferro: hanno bisogno anche di sicurezza, riconoscimento e narrazione, affinché il loro dolore non venga consegnato all’oblio.
Il trauma non finisce quando tace il rumore degli aerei. Rimane nel corpo: nel sonno leggero, nella paura dei suoni improvvisi, nel tremore del bambino quando una porta sbatte, nella madre che conta i figli ogni notte come se temesse di perderne uno, nell’uomo che non piange davanti agli altri, ma si spezza quando vede in tasca la chiave della sua casa e non c’è più nessuna casa.
Qui la scienza incontra il sentimento. Il sentimento dice che la casa era calda, che il bambino nascondeva il suo giocattolo sotto il letto, che la madre conosceva l’ordine dei bicchieri, che il padre riconosceva il suono della porta quando si apriva. La sociologia dice che tutto questo non è solo dettaglio emotivo, ma struttura sociale che produce appartenenza. La psicologia dice che la perdita di quei dettagli può diventare una ferita lunga nella memoria e nel corpo.
Il contenitore della memoria
Se Pierre Nora, storico francese della memoria, ha parlato di “luoghi della memoria”, cioè di luoghi e simboli che custodiscono la memoria delle comunità quando esse sentono minacciata la propria continuità, allora la casa e il villaggio possono essere compresi come alcuni dei più intimi tra questi luoghi. Nella casa si condensano le immagini dei defunti, le abitudini alimentari, il dialetto della famiglia, le sue feste, i suoi lutti, le sue stagioni. Nel villaggio si condensa la storia quotidiana delle persone: chi è nato qui, chi si è sposato là, chi è stato sepolto in quella terra, chi ha lasciato il proprio nome su una pietra, su un albero o su una soglia.
Per questo la distruzione della casa non è soltanto la rimozione di un luogo abitativo, ma la rottura del contenitore stesso della memoria.
Un problema politico
Politicamente, la distruzione di case e villaggi non è un dettaglio marginale della guerra. È un messaggio di forza: nessun luogo è sicuro, la memoria può essere bombardata, gli esseri umani possono essere spinti verso lo sfollamento, la perdita e una lunga attesa. La casa diventa così una questione profondamente politica, perché il diritto all’abitare non è un lusso, ma una condizione della dignità umana. L’essere umano non ha bisogno solo della vita biologica; ha bisogno di un luogo che impedisca alla sua esistenza di ridursi a pura sopravvivenza.
Martin Coward, studioso della politica e della violenza urbana, ha scritto del concetto di urbicide, cioè della distruzione del tessuto urbano e sociale che rende possibile la vita comune. Gli edifici non sono semplici blocchi di cemento: sono condizioni del vivere insieme. Quando vengono distrutte case, strade, mercati e scuole, non viene distrutto soltanto lo spazio materiale, ma viene ferita la capacità stessa della società di continuare.
In questo senso, bombardare case e villaggi significa colpire le condizioni stesse della vita sociale. La casa è la prima cellula della società, il villaggio è la memoria estesa di quella cellula. Quando entrambi vengono colpiti, la società viene ferita alla radice: nella sua sicurezza, nel suo passato, nella sua capacità di immaginare un futuro non fondato sulla paura.
Vivere dentro la ferita
Edward Said, pensatore palestinese-americano, ci ricorda, in Reflections on Exile, che l’esilio non è un semplice spostamento geografico, ma una frattura insanabile tra l’essere umano e il suo luogo d’origine, tra il sé e la sua vera casa. Chi viene strappato con la forza dalla propria casa non si sposta soltanto da un luogo a un altro: viene costretto a vivere dentro una ferita aperta, dove il passato pesa più del presente e la casa diventa un’immagine che lo perseguita più di quanto sia un luogo capace di accoglierlo.
Per questo non possiamo guardare le case distrutte come numeri. Il numero è necessario, ma non basta. Ogni numero nasconde un nome, ogni nome nasconde un volto, ogni volto nasconde una casa, ogni casa nasconde un mondo intero. La politica che riduce le vittime a cifre infligge loro una seconda ingiustizia, perché cancella la loro unicità dopo che le loro case sono state cancellate.
Le case bombardate non erano vuote. C’era vita.
La nostra responsabilità
Noi guardiamo da lontano, sì. Ma guardare da lontano non ci solleva dalla responsabilità. Il minimo che possiamo fare è chiamare le cose con il loro nome: demolire le case significa demolire la memoria; distruggere i villaggi significa distruggere il tessuto sociale; sradicare le persone dai loro luoghi è una ferita psicologica, politica e morale. Solo chi porta quel dolore ne conosce la profondità; a noi spetta offrire a quel dolore l’ascolto, la dignità e la testimonianza che merita.
E tuttavia, le case demolite restano vive nel petto di chi le ha abitate. Il tetto può cadere, ma la memoria non cade con esso. I muri possono essere cancellati, ma i nomi delle stanze restano. La casa può diventare maceria, ma chi l’ha abitata continuerà a dire: qui c’era mia madre, qui sedevamo, qui c’era un albero, qui c’era la mia infanzia.
E questo dire non è soltanto pianto: è resistenza. Perché chi conserva la propria memoria rifiuta di essere cancellato. Chi racconta la propria casa dopo la sua distruzione la ricostruisce prima con le parole, poi con le pietre, quando la vita lo consentirà. La casa, in fondo, non è soltanto ciò che una bomba può demolire; la casa è anche ciò che resta nel cuore, nella lingua, nell’odore, nell’immagine, e nel diritto delle persone a tornare in un luogo che dica loro: non siete di passaggio; qui avete una radice, una storia, un nome.
Riferimenti
- Gaston Bachelard, The Poetics of Space, translated by Maria Jolas, Beacon Press, 1994. (Gaston Bachelard: filosofo francese, tra i principali autori ad aver scritto sulla casa come spazio della memoria, dell’immaginazione e della quiete).
- Maurice Halbwachs, On Collective Memory, edited and translated by Lewis A. Coser, University of Chicago Press, 1992. (Maurice Halbwachs: sociologo francese, tra i fondatori del concetto di memoria collettiva e del suo rapporto con la comunità e il luogo).
- Pierre Bourdieu, Outline of a Theory of Practice, translated by Richard Nice, Cambridge University Press, 1977; Pierre Bourdieu, The Logic of Practice, translated by Richard Nice, Stanford University Press, 1990 (Pierre Bourdieu: sociologo francese, noto per il concetto di habitus, che spiega come le abitudini sociali si incarnino nel comportamento quotidiano e nel corpo).
- John Bowlby, A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development, Basic Books, 1988. (John Bowlby: medico e psicoanalista britannico, fondatore della teoria dell’attaccamento e del concetto di “base sicura” nello sviluppo psicologico).
- Judith Lewis Herman, Trauma and Recovery: The Aftermath of Violence—from Domestic Abuse to Political Terror, Basic Books, 1992. (Judith Lewis Herman: psichiatra statunitense, tra le principali studiose del trauma psicologico, della violenza e dei processi di guarigione).
- Pierre Nora, Between Memory and History: Les Lieux de Mémoire, “Representations”, No. 26, University of California Press, 1989. (Pierre Nora: storico francese, noto per il concetto di “luoghi della memoria” e per lo studio del rapporto tra memoria, storia e simboli collettivi).
- Martin Coward, Urbicide: The Politics of Urban Destruction, Routledge, 2009. (Martin Coward: studioso di politica e relazioni internazionali, ha scritto sulla distruzione delle città e dell’ambiente urbano come forma di violenza politica).
- Edward W. Said, Reflections on Exile, in Reflections on Exile and Other Essays, Harvard University Press, 2000. (Edward Said: pensatore e critico palestinese-americano, tra i più importanti autori sul tema dell’esilio, dello sradicamento, dell’identità e del rapporto dell’essere umano con il luogo).











