Congo. La fame non è un’emergenza, ma un problema strutturale

La Repubblica Democratica del Congo affronta una delle crisi alimentari più gravi al mondo. Tra conflitti armati persistenti nell'Est del Paese, inflazione galoppante e una cronica carenza di infrastrutture, oltre 25 milioni di persone versano in condizioni di insicurezza alimentare acuta

Nell’immaginario collettivo occidentale, la fame in Africa ha spesso il volto di un’improvvisa carestia o di una siccità implacabile che svuota i granai. Ma nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), la realtà è paradossale e molto più complessa: in un Paese potenzialmente capace di sfamare l’intero continente, grazie alle sue terre fertili e alle sue risorse idriche, la malnutrizione non è un ospite inatteso, ma una presenza silenziosa, costante e “di sistema”.

Non siamo di fronte a un’emergenza passeggera, causata da un singolo evento catastrofico, bensì a una crisi strutturale che affonda le radici in decenni di instabilità, erosione dei servizi pubblici e fragilità economica. È una fame che colpisce tanto i villaggi isolati dai conflitti, quanto le grandi metropoli come Kinshasa, dove il cibo c’è, ma è diventato un lusso inaccessibile a causa dell’inflazione e della dipendenza dalle importazioni.

In questa intervista, Brigitte Bakabamba (coordinatrice di Caritas Development Kananga nella provincia di  Kasai Centrale, Repubblica Democratica del Congo e Religiosa della congregazione delle Sorelle della Carità di Gesù e di Maria) ci guida oltre la superficie dei dati, per analizzare le ferite profonde del Paese: dalla distinzione vitale tra malnutrizione acuta e cronica – quest’ultima una vera “ipoteca” sul futuro intellettivo e produttivo delle nuove generazioni – fino al paradosso di un’agricoltura, che produce frutti destinati a marcire per la mancanza di strade.

Attraverso le sue parole, emerge una verità scomoda ma necessaria: se i cibi terapeutici sono la medicina fondamentale per salvare vite oggi, la vera cura per la “malattia Congo” risiede nella sovranità alimentare e nella ricostruzione di quel legame spezzato tra una terra ricchissima e la tavola delle sue famiglie.

Spesso nell’immaginario collettivo la malnutrizione è associata alle immagini di carestie improvvise. Perché nel caso della RDC è più corretto parlare di una “crisi strutturale e cronica” piuttosto che di un’emergenza passeggera?

«Definiamo la situazione in RDC come “strutturale”, perché non è causata da un singolo evento catastrofico isolato, come un terremoto. È il risultato di decenni di erosione dei servizi pubblici, instabilità politica e dipendenza dalle importazioni. Se la malnutrizione fosse solo un’emergenza, finirebbe quando arriva il cibo. In RDC, invece, la malnutrizione persiste anche quando i raccolti sono buoni, perché il sistema che dovrebbe distribuire ricchezza e salute è rotto alla base».

Qual è la differenza sostanziale tra la malnutrizione acuta (quella che mette a rischio la vita immediata) e quella cronica (lo stunting o ritardo della crescita), e come quest’ultima compromette il futuro di un’intera generazione congolese?

«La distinzione è vitale per capire l’entità del danno. La malnutrizione acuta è un’emergenza medica: il corpo consuma i propri tessuti per sopravvivere. È quella che vediamo nelle cliniche e che trattiamo con i cibi terapeutici. Tuttavia, la malnutrizione cronica (stunting) è una minaccia molto più subdola. Si manifesta con un ritardo della crescita fisica e, soprattutto, dello sviluppo cognitivo. Un bambino che soffre di malnutrizione cronica nei primi 1.000 giorni di vita subirà danni irreversibili alle sue capacità di apprendimento. In RDC, parliamo di quasi il 40% dei bambini sotto i cinque anni. Non è solo una crisi sanitaria, è un’ipoteca sul capitale umano del Paese: un intero futuro corpo docente, medico e produttivo che parte con un deficit di sviluppo.»

In che modo l’inflazione e la svalutazione del Franco Congolese incidono sul “paniere alimentare” delle famiglie urbane a Kinshasa o Goma, che pur non essendo in zona di guerra, non riescono più a garantire tre pasti al giorno?

«Nelle aree urbane come Kinshasa, la fame ha un volto diverso: è una questione di potere d’acquisto. La RDC importa gran parte dei beni alimentari di base. Quando il franco congolese si svaluta rispetto al dollaro, il prezzo del pane o del riso raddoppia in pochi giorni. Le famiglie sono costrette alla “strategia di adattamento”: riducono il numero di pasti, eliminano le proteine animali e si rimpinzano di soli carboidrati (fufu di manioca), che saziano ma non nutrono. È una malnutrizione da povertà urbana».

Qual è il ruolo delle infrastrutture? È vero che spesso il cibo viene prodotto nelle campagne, ma marcisce perché mancano le strade per portarlo nei mercati cittadini?

«Assolutamente. Le infrastrutture sono il sistema circolatorio di un Paese. Senza strade, le aree rurali diventano isole. Abbiamo situazioni assurde dove in una provincia c’è abbondanza di prodotti agricoli che marciscono nei depositi, mentre nella provincia confinante i bambini muoiono di fame. La mancanza di catene del freddo ed elettricità stabile impedisce poi la conservazione, rendendo impossibile stabilizzare i prezzi durante l’anno.»

Esistono dei tabù culturali o delle mancanze educative riguardo allo svezzamento che peggiorano la situazione, nonostante la disponibilità di prodotti locali nutrienti?

«Esistono pratiche radicate che complicano il quadro. Ad esempio, in alcune zone si ritiene che le uova non debbano essere date ai bambini piccoli, o che il latte materno non sia sufficiente nei primi mesi. Tuttavia, non è solo ignoranza: spesso è mancanza di tempo. Una madre che deve lavorare nei campi 10 ore al giorno o camminare chilometri per l’acqua non può garantire uno svezzamento vario e frequente. L’educazione nutrizionale funziona solo se accompagnata da soluzioni pratiche per alleviare il carico di lavoro delle donne.»

Gli aiuti d’emergenza (come i cibi terapeutici pronti all’uso) sono fondamentali per salvare vite, ma possono risolvere una crisi strutturale? Quali sono le alternative per una soluzione a lungo termine?

«Il Plumpy’Nut  (pasta nutritiva pronta all’uso) è un miracolo medico: salva un bambino in fin di vita in poche settimane. Ma non è cibo, è una medicina. Se dimettiamo un bambino guarito e lo rimandiamo in una casa, dove non c’è acqua pulita né cibo vario, lo ritroveremo in clinica dopo un mese. Gli aiuti d’emergenza sono il “pronto soccorso”, ma la stabilità alimentare si costruisce con le sementi, l’irrigazione e i micro-crediti per le piccole imprese agricole.»

Vedete dei segnali di speranza in progetti di agricoltura comunitaria o nel potenziamento delle cooperative locali? È possibile che la soluzione arrivi dalla sovranità alimentare piuttosto che dagli aiuti internazionali?

«La vera speranza risiede nella sovranità alimentare. In alcune comunità stiamo vedendo il successo degli ‘orti comunitari’ e delle cooperative che trasformano i prodotti locali (come la farina di mais fortificata). Quando una comunità smette di aspettare il camion degli aiuti e inizia a produrre e trasformare il proprio cibo, la resilienza aumenta drasticamente. Il futuro della RDC non è nel cibo importato, ma nel valorizzare l’immensa biodiversità alimentare congolese.»

La lotta alla malnutrizione in RDC non si vincerà contando le calorie o distribuendo razioni d’emergenza all’infinito. Quella è la terapia per un sintomo, non la cura per la malattia. La vera sfida, come emerso dalle parole di Brigitte Bakamba, si gioca sulla costruzione di un ponte tra l’immenso potenziale agricolo del Paese e le tavole delle sue famiglie. Salvare un bambino oggi con un alimento terapeutico è un dovere morale, ma garantirgli un domani significa investire in strade, acqua pulita e sovranità alimentare. Finché il cibo marcirà nei campi per mancanza di trasporti e finché l’acqua rimarrà un veicolo di infezioni, la malnutrizione resterà quella “trappola generazionale” capace di soffocare lo sviluppo del cuore dell’Africa.

 

condividi su