Nell’epoca del globalismo economico e delle forme di rappresentazione ad esso connesse, l’asetticità diventa una sorta di metadato simbolico, qualcosa che indirizza tanto la produzione di oggetti d’uso, che la progettazione di edifici e di spazi urbani. Se osserviamo il design contemporaneo, balza facilmente agli occhi che gli oggetti più rappresentativi di esso tendono a presentarsi tutti come lisci e asettici. A partire dallo schermo dell’oggetto simbolo dei nostri tempi, lo smartphone, passando per il resto, la caratteristica più ricorrente per i materiali, le linee e anche i colori adottati sembra quella dell’asetticità: spazi funzionali, schermi, assenza di ornamenti. Il lontano iniziatore di tale tendenza potrebbe essere considerato il grande architetto viennese Adolf Loos, secondo il quale: «L’evoluzione della civiltà è sinonimo dell’eliminazione dell’ornamento dall’oggetto d’uso». Più in generale è l’intero modernismo architettonico, con la sua attitudine razionalistica e positivista, a fondarsi sull’idea che ogni forma debba sussistere solo se assolve a una determinata funzione.
La nostra memoria, tuttavia, e quindi la nostra identità, si strutturano al contrario: non ci ricordiamo di quando le cose sono andate come ci aspettavamo – quello nei ricordi diventa una sorta di indistinto giorno unico – ma di quando è accaduto qualcosa di inatteso, una peripezia, un imprevisto. Quella è la frizione che il mondo ha esercitato su di noi, che ha dato struttura al nostro racconto, cioè alla nostra identità. Il mondo asettico ci dice invece l’opposto: non c’è un passato degno di ricordo, c’è un presente vuoto di riferimenti e di significato predeterminato. Il mondo asettico tende implicitamente a spostare il bisogno di identità dall’appartenenza alla performance.
Tra libertà e identità
Il design contemporaneo, quasi del tutto privo di ornamenti come anche di materiali impuri o organici, genera un senso di freddezza e distanza, e inculca inconsciamente valori utili alla riproduzione tecnica ed economica della società, funzionalizzando la psiche e impoverendola dei suoi elementi di gratuità ed eccentricità. L’essere umano viene spinto a funzionare, proprio come i manufatti che lo attorniano, e non a esistere al pari di un albero, una pietra o un animale.
Alla solitudine e al vuoto simbolico generato da questi ambienti, la psiche contemporanea reagisce riempiendo i corpi di tatuaggi e ingigantendo gli oggetti di status, due fenomeni degli ultimi decenni tanto diffusi, che è impensabile non abbiano un significato collettivo. In un mondo asettico, infatti, la mia identità non si diffonde all’esterno con un oggetto che viene da un nonno o una lapide che racconti un episodio della storia del mio popolo, ma diventa corporea, attraverso la mia marchiatura che dice al mondo chi sono. Quanto più il mondo tende a manifestarsi come luogo privo di storia, tradizione e progetto, come asettico contenitore di merci e funzioni, tanto più i corpi tendono a reagire manifestandosi come storia personale.
Il tatuaggio diventa allora volontà, che il soggetto rivolge a sé stesso, di individuare ciò che nel costante fluire di persone e cose sussiste ed è degno per lui d’esser ricordato, al punto da tenerlo costantemente con sé, inscritto appunto sul proprio corpo. Il corpo si fa in questo modo storia e tradizione individuale, il tatuaggio diventa una roccaforte, un’àncora cui il soggetto possa richiamarsi nelle vicende della sua esistenza, qualcosa che dica non solo agli altri chi è, ma che richiami tale messaggio prima di tutto a sé stesso.
La dialettica tra fenomeni solo apparentemente irrelati, come l’asetticità dei luoghi e del design e la pratica diffusa del tatuaggio, riproduce così al livello degli oggetti d’uso, delle pratiche e dei simboli contemporanei la più ampia dialettica in corso nel nostro tempo tra libertà e identità. Al progressivo dispiegamento del paradigma della libertà e dei suoi effetti collaterali indesiderati come solitudine, anonimato e disorientamento, la psiche reagisce con un’accentuazione degli elementi identitari e di visibilità. Al livello politico la stessa dialettica si trova tra le istanze universalistiche, ma asettiche, del globalismo e le risposte identitarie del sovranismo come promessa di “riconoscimento”.
Tommaso Codignola insegna Storia e Filosofia in un liceo di Firenze ed è l’editore delle Edizioni di Storia e Letteratura. Dottore di ricerca in Filosofia, i suoi interessi sono rivolti alla psicologia dello sviluppo, all’etologia e alla teoria politica.
Tra i suoi libri, La civiltà dell’eccesso. Curare l’anima nell’epoca della quantità, pubblicato da Edizioni di Storia e Letteratura.






