Negli ultimi anni si parla sempre più di abusi nei contesti religiosi ed ecclesiali. Accanto alle forme più note, come gli abusi fisici o sessuali, esiste però una tipologia meno visibile, spesso ignorata o minimizzata, ma non per questo meno distruttiva: l’abuso spirituale. È una forma di violenza sottile che colpisce il cuore dell’identità personale, intaccando la relazione con Dio, con il senso della vita e con la propria coscienza.
Su questo tema si terrà un dibattito, il 7 maggio 2026 alle ore 15:30, presso l’Università Pontificia Salesiana.
Custodire con forza la dimensione dello spirito
Parlare di abuso spirituale non significa screditare l’esperienza religiosa nel suo insieme. Al contrario, in un contesto fortemente segnato dal materialismo, dalla frammentazione dei legami e dalla perdita di orizzonti di senso, il riferimento alla dimensione spirituale appare oggi più che mai auspicabile. Proprio per questo, però, essa va custodita, tutelata e sottratta a ogni forma di strumentalizzazione che rischi di trasformarla nel suo opposto.
Si parla di abuso spirituale quando una persona, un gruppo o un’istituzione esercitano controllo e manipolazione sulla vita interiore di altri, utilizzando il linguaggio della fede, dell’obbedienza e della volontà divina. La vittima viene progressivamente indotta a rinunciare al proprio discernimento, a fidarsi ciecamente della “guida”, a vivere dubbi e domande come segni di infedeltà o mancanza di fede. In questo modo, l’autorità spirituale prende il posto della coscienza personale.
La responsabilità delle parole e il disagio di chi le sente
Il contesto culturale contemporaneo rende tutto questo più facile. In una società segnata da incertezza e smarrimento, cresce il bisogno di risposte semplici e di figure rassicuranti. La paura di sbagliare e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte può spingere molte persone ad affidarsi totalmente a chi promette sicurezza spirituale, orientamento chiaro e salvezza garantita.
Le dinamiche dell’abuso spirituale seguono spesso un andamento ricorsivo. Si inizia con una fase di accoglienza e fascinazione: la persona si sente scelta, riconosciuta, valorizzata. Segue poi un progressivo irrigidimento del rapporto, in cui emergono richieste sempre più invasive, segreti da custodire, sensi di colpa e isolamento. Infine, può instaurarsi una vera e propria dipendenza emotiva e spirituale, che rende difficile prendere le distanze anche quando il disagio è evidente.
Chi subisce abuso spirituale non è necessariamente una persona debole o ingenua. Spesso si tratta di individui impegnati, coscienziosi, desiderosi di crescere nella vita di fede. Proprio questo desiderio autentico li rende più vulnerabili, soprattutto in momenti di fragilità personale. La responsabilità dell’abuso non è mai della vittima, ma sempre di chi esercita il potere in modo manipolativo.
Le conseguenze possono essere profonde
Ad esempio: perdita di autostima, confusione identitaria, senso di colpa cronico, isolamento, depressione e crisi della fede. Non di rado, ciò che era nato come ricerca di Dio diventa una ferita che allontana dalla spiritualità stessa.
In questo senso, parlare di abuso spirituale significa anche interrogarsi sul modello di comunità che costruiamo. Comunità sane sono luoghi in cui il confronto non è punito, la trasparenza è valorizzata e il dissenso non viene letto come tradimento. Dove è possibile dire di no senza essere esclusi, fare domande senza essere colpevolizzati, chiedere aiuto senza paura. Solo così la spiritualità rimane uno spazio di crescita e non diventa una gabbia morale. Diventare consapevoli di questi meccanismi è un atto di responsabilità civile e spirituale, ed è anche una forma di tutela dei più vulnerabili.
Riconoscere e prevenire l’abuso spirituale è una responsabilità collettiva. Significa ripensare il modo in cui viviamo l’autorità, la guida e la relazione educativa. Perché la fede, quando è autentica, non controlla né opprime, ma apre spazi di libertà e rende più umani.











