Storie in trecento parole:
Cercare lavoro

“Amelia, si accomodi”, l’accolse l’uomo e lei si sedette composta sulla sedia di plastica, le mani in grembo. “Ho una buona e una cattiva notizia, da quale parto?”

Lavorava al Centro per l’Impiego da trent’anni e non aveva mai aiutato nessuno a trovare lavoro. Si limitava alle domande di rito, senza empatia: dati anagrafici, esperienze pregresse, scolarizzazione. É auto munito? Livello di inglese? Ad un primo sguardo già sapeva chi avrebbe trovato lavoro e chi no. Bastava concentrarsi sui vestiti: un maglione più logoro del normale, una scarpa dalla punta usurata, ma anche un abbigliamento troppo appariscente. I primi puzzavano di povero, gli ultimi di disperazione.

Non le erano mai piaciute le persone; quello che la rendeva felice era far passare le otto ore di lavoro il prima possibile e tornare alla sua pace di casa. Era precisa, archiviava le schede dei disoccupati, compilava le cartelle e non aveva mai discusso con nessuno. Per questo non sapeva spiegarsi, quella mattina, perché il direttore volesse vederla. “Amelia, si accomodi”, l’accolse l’uomo e lei si sedette composta sulla sedia di plastica, le mani in grembo. “Ho una buona e una cattiva notizia, da quale parto?”

Lei non rispose, attese, stava perdendo tempo, doveva finire le sue schede e tornare a casa. “Ecco”, proseguì lui lievemente a disagio per quel silenzio “finalmente abbiamo costruito un programma che fa esattamente il suo lavoro, raccoglie dati, crea curricula e invia ai candidati proposte di lavoro ad hoc”. “Questa è la buona notizia”, disse lei, senza punto di domanda. “No, questa è la cattiva. La buona è che questo programma la aiuterà a cercare un nuovo lavoro perché da oggi, mi rincresce, non abbiamo più bisogno dei suoi servizi”.

“Provi, provi. Vede?”, prosegui il direttore. “Dati anagrafici, formazione, il suo livello di inglese? È auto munita? Un click e inseriamo tutto qui”.

Ma Amelia non lo stava più ascoltando, un fischio acuto si era impossessato delle sue orecchie e il cuore iniziò a battere all’impazzata.

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