22 Mag 2026

La “passione ardente” di San Carlo Acutis: un giovane da non ridurre a “santino”

Oltre l’icona del “santo dei social” e l'immagine evocativa di Assisi, chi era davvero Carlo Acutis? Il giornalista Andrea Ceredani, che lo ha raccontato in un podcast di “Avvenire”, ci racconta il suo impegno per riscoprire l'umanità autentica di questo “santo della porta accanto”

foto: San Carlo Acutis, Santuario della Spoliazione, Assisi

«Carlo rischia di essere bidimensionale se rimane solo in quella stanza ad Assisi», afferma il giornalista Andrea Ceredani, mettendo in guardia contro la semplificazione di una figura complessa come quella di Carlo Acutis. In questa intervista, Ceredani racconta il suo viaggio investigativo volto a superare l’immagine statica del “santo con la felpa”, per riscoprire l’autentica umanità di un ragazzo normale, che è vissuto in modo speciale. Attraverso un rigoroso lavoro di scavo tra testimonianze dirette e tracce digitali, il giornalista ci restituisce la profondità di quella che Papa Francesco ha definito la “santità della porta accanto”.

Immagino che, prima di iniziare la tua investigazione per il podcast che hai realizzato, conoscessi già in qualche modo la figura di Carlo Acutis. Qual è la differenza tra il Carlo che conoscevi prima e quello che hai scoperto dopo?

«Prima conoscevo Carlo attraverso immagini forti: un giovane con la felpa, mostrato ai devoti ancora prima di diventare santo. Lo conoscevo con quell’immagine evocativa della salma ad Assisi, che però rischiava di rimanere bidimensionale. Il mio lavoro da giornalista è stato raccontare una storia che si conosce, ma forse non fino in fondo, scavando tra le tracce lasciate. Ho avuto l’opportunità di stringere la mano a decine di persone che lo hanno conosciuto in vita, scoprendo un ragazzo normale nella scuola, nello sport e negli amici, ma con un modo di vivere speciale, che è stato d’ispirazione per molti. Ho toccato con mano la “santità della porta accanto”».

Nel preparare il tuo lavoro, c’è stata un’evoluzione tra l’idea iniziale e il risultato finale?

«Siamo partiti con l’idea di seguire le tracce, le “briciole di Pollicino” che Carlo ha lasciato. Tutto è cambiato via via che scoprivo elementi nuovi. L’esempio più importante è stata la storia di un ragazzo timido ed escluso, che Carlo aiutò durante le scuole medie: scoprire chi fosse e la sua tragica fine ci ha convinti a dargli un primo piano nel podcast che ho fatto: questo dettaglio racconta l’umanità e la spiritualità di Carlo nella vita quotidiana meglio di qualunque altra cosa».

Parliamo del “filtro” giornalistico (le cose che non sono state raccontate). Sicuramente ci sono dettagli emersi nelle interviste, soprattutto con le persone più vicine a Carlo, che hai deciso di non includere nelle puntate. 

«Il primo criterio è stato giornalistico: l’utilità, la rilevanza e la notiziabilità. Abbiamo tenuto da parte dettagli intimi o opinioni personali emersi durante le lunghe chiacchierate che non avrebbero arricchito il racconto sociale. Al contrario, abbiamo dato risalto a momenti come quello ricordato da una professoressa, che scoprì solo nel momento del funerale la presenza di molti poveri,che Carlo aiutava in segreto. Questo era un elemento centrale per capire chi fosse Carlo e come vivesse la santità, quindi lo abbiamo messo in primo piano».

Nella quarta puntata dici che Carlo ha lasciato tracce dei suoi pensieri intimi in alcune poesie sul computer. Che tipo di scritti hai trovato?

«Ho avuto tra le mani il suo computer. Sono scritti di un ragazzo di 13-14 anni, acerbi dal punto di vista formale e delle figure retoriche, ma molto maturi e carichi di spiritualità. Le poesie rivelano una tensione al Divino che parte da esperienze umane concrete, tangibili e passionali; trasmettono una “passione ardente” tipica degli adolescenti, ma particolarmente accesa».

Nelle ricerche sulle figure di santi, capita a volte di imbattersi in aspetti ed episodi meno “luminosi” o più difficili. Hai incontrato materiale di questo tipo?

«No, e forse è tutta la storia di Carlo a parlare di questo. Non ci sono “scivoloni”: i suoi scritti tendono all’umano nel senso più profondo della ricerca e delle emozioni che poi tendono al Divino. In quegli scritti non c’è un riferimento esplicito al Divino nelle forme cattoliche; si intravede però che ogni passione e ricerca viene nobilitata in una dimensione trascendentale e spirituale».

Carlo è chiamato il “patrono di internet” e sul suo sito c’è una “Webcam” della tomba. Il teologo Andrea Grillo ha criticato questa scelta in un articolo nella rivista Phase. Qual è la tua posizione su questo fenomeno?

«Giornalisticamente, l’installazione delle telecamere si inserisce in un fenomeno di devozione mondiale senza precedenti, nel nuovo millennio. Ad Assisi ho visto centinaia di migliaia di pellegrini da tutto il mondo. Una visione cinica potrebbe dire che la telecamera serve al successo del personaggio, ma l’estetica di Carlo — in felpa e zaino — ha aiutato la sua fama, perché rompe gli schemi tradizionali. Mettere una telecamera aiuta a far vedere che questa santità esiste, che la gente ci trova qualcosa di profondamente umano, anche se può esserci un risvolto pubblicitario».

Una delle frasi famose di Carlo è: «tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie». Tuttavia, sui social, lui stesso sembra diventato una “fotocopia” estetica (felpa, zaino e scarpe di marca). Come ti sei confrontato con il rischio di alimentare questa sorta di “marchio commerciale” del santo?

«Ho cercato di togliere tutto tutto quello che non potevo verificare direttamente. Non ho incluso frasi tramandate che non avessi letto di suo pugno e ho rimosso testimonianze non verificabili attraverso altre fonti. Come suggerisce il “rasoio di Occam”, ho ritenuto credibile solo ciò che più persone diverse e indipendenti confermavano, come la presenza dei senzatetto al funerale. Ho tolto tutto il resto perché attorno a Carlo è stata fatta troppa pubblicità».

Andrea Grillo parla di possibili “cattivi maestri” e suggerisce che l’ossessione di Carlo per i miracoli possa essere stata influenzata dagli adulti. Hai trovato un ragazzo con un pensiero autonomo o un adolescente che ripeteva quello che gli adulti volevano sentire?

«È una domanda difficile perché lui non può più parlare. Carlo ha avuto un’educazione familiare e sociale, che lo ha introdotto al cristianesimo, ma è difficile verificare quanto fosse autonomo nella dottrina. I suoi scritti non parlano esplicitamente di un Dio teologico, quindi non conosciamo con precisione il suo quadro dottrinale. È naturale che a 15 anni avesse dei maestri; ho cercato di ascoltare tutte le voci, senza però dare troppa rilevanza ai tentativi di inserirlo in un tipo di cattolicesimo o in un altro».

Nell’ultima puntata, alcuni giovani dicono di essere attratti da Carlo ma, allo stesso tempo, dicono che la Chiesa e la Messa sono noiose o non ci credono affatto. Secondo te, la figura di Carlo porta le persone a Cristo o le porta solo alla sua tomba per vedere il “miracolo” del corpo incorrotto?

«Molti giovani sono attratti dall’estetica, ma non sono disposti a scendere a compromessi sui loro dubbi e sulle domande genuine che hanno sulla fede e sulla Chiesa. Carlo non deve essere una “panacea”, per rendere la Chiesa attraente agli occhi degli adulti. I giovani sono vicini all’idea che questa figura debba solo condurre oltre; è un buon modo per farsi interrogare e arrivare al nocciolo della questione».

In una puntata sentiamo molte persone di diverse età e Paesi che visitano la sua tomba. Oltre alle testimonianze che hai incluso, cosa hai visto nei volti e nelle vite di chi passava davanti al suo corpo?

«Ho visto di tutto: persone dal Canada, Brasile, Corea. Molti erano mossi dalla curiosità per l’estetica o per l’aspetto quasi macabro della salma esposta, ma altri hanno trovato un momento di raccoglimento profondo. Ho visto genitori interrogarsi sul rapporto con i figli e sulla morte. C’era chi cercava di capire cos’è la santità in modo razionale e chi usava Carlo come trampolino per approfondire la propria emotività».

Carlo è considerato un appassionato di informatica e questo lo rende molto popolare sui social. Credi che questo successo mediatico aiuti davvero la gente ad andare a Messa o serve solo a far guardare la figura del santo?

«Suscita curiosità, ma non può bastare la pubblicità sui social per cambiare la credibilità delle istituzioni o la partecipazione alla Messa. Sarebbe sbagliato vedere in Carlo la soluzione a tutte le difficoltà nel dialogare di fede con le nuove generazioni. Tuttavia, la sua figura serve a ricordarci, che anche oggi esiste una sete autentica e una domanda di fede profonda nei giovani».

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