19 Gen 2026

Guardarsi negli occhi per costruire la pace

E se la giustizia, da sola, non bastasse a permettere alle vittime e ai carnefici di andare avanti? Un progetto, un modello, e un incontro emozionante, per sperimentare strade nuove e costruttive

Si parla molto di giustizia, anche alla luce del referendum sulla separazione delle carriere su cui l’Italia sarà chiamata ad esprimersi il 22 e 23 marzo 2026, ma spesso ci si dimentica che dietro le norme, i codici, e le procedure ci sono le persone che quella giustizia la toccano direttamente con mano:  giudici e pubblici ministeri, avvocati, ma soprattutto ci sono gli indagati e le vittime che quella giustizia richiedono.

Le vite dei singoli non si fermano infatti al giorno della sentenza, ci sono esistenze da ricostruire, quotidianità da rimettere in moto. Si deve provare ad andare avanti. È con questa consapevolezza che nel 2022 anche l’Italia si è aperta alla possibilità di offrire percorsi di “giustizia riparativa”, regolati dal decreto legislativo 150/22.

La riforma Cartabia definisce come giustizia riparativa “ogni programma che consente alla vittima del reato, alla persona indicata come autore dell’offesa e ad altri soggetti appartenenti alle comunità di partecipare liberamente, in modo consensuale, attivo e volontario, alla risoluzione delle questioni derivanti dal reato, con l’aiuto di un terzo imparziale, adeguatamente formato, denominato mediatore”.

La costruzione di percorsi che richiedono tempo e fatica

È sulla base di questi principi che, nel mese della Pace, il settore giovani dell’Azione Cattolica di Roma e la Caritas di Roma, nella Veglia organizzata il 17 gennaio nella Chiesa del Gesù, hanno posto l’accento su questi percorsi riparativi, giudicati esempi difficili ma percorribili, di come si possa costruire una pace autentica e duratura.

Sono stati proprio due dei protagonisti di un percorso di giustizia riparativa a dare testimonianza del loro cammino: Adriana Faranda, ex brigatista coinvolta nel sequestro di Aldo Moro, e Giovanni Ricci, figlio di Domenico Ricci, membro della scorta di Moro, rimasto ucciso il 16 marzo 1978, durante il sequestro del leader politico. Quel giorno, alle 8:45 del mattino in via Fani, alcuni militanti delle Brigate Rosse fermarono la macchina in cui Moro si trovava, uccisero i cinque uomini della scorta, i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e i poliziotti Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, e diedero inizio a una prigionia durata 55 giorni e terminata con l’assassinio del leader, il 9 maggio lasciato in via Caetani, a Roma.

Fu proprio in quel momento che le storie di Adriana e Giovanni si intrecciarono per la prima volta, per poi ritrovarsi nel 2009, quando Adriana, scontata la sua pena, provò a riavvicinarsi alle famiglie delle vittime.

Desideravo incontrarli, ma era più che una semplice richiesta di perdono

«Desideravo incontrarli, coloro che erano stati colpiti così irrimediabilmente dalle mie azioni. Perché lo dovevo a loro ma anche a me stessa, dovevo affrontare fino in fondo la responsabilità di ciò che era stato fatto», dice Adriana, pur ammettendo che «all’inizio guardarsi negli occhi è stato difficile, eravamo pieni di dubbi, di diffidenze, di accuse».

Ma la difficoltà iniziale è stata superata, oggi i due vanno spesso nelle scuole, nelle conferenze, a far conoscere il pezzo di strada che hanno fatto insieme e che continuano a fare. Giovanni racconta che c’è soprattutto il desiderio di aiutare i giovani, far capire loro che, in un mondo che perpetra la violenza, non è tutto bianco o nero: «avevamo tutti torto, ma la cosa bella è poter guardarsi negli occhi», dice commosso.

“E adesso cerchiamo di comunicarlo ai giovani”

I partecipanti alla Veglia per la Pace, soprattutto giovani e adulti provenienti dalle diverse parrocchie romane, sono rimasti stupiti dalle parole dei due che per tutto il tempo della testimonianza si sono stretti le mani, e molti si sono chiesti da dove si potesse ripartire, per risanare una ferita così profonda.

Si parte dal loro dolore, dal giorno in cui «ho visto mio papà sotto un lenzuolo, e l’ho riconosciuto da un orologio, l’unico regalo che si era fatto dopo anni di sacrifici in polizia», dice Giovanni Ricci, nelle ore drammatiche in cui Adriana Faranda pensa che «tu stai superando il limite, sai che stai facendo l’irreparabile. Sai che non si potrà più tornare indietro». Proprio da quegli attimi si ricomincia per ricucire uno strappo che non può restituire quello che è stato tolto, ma prova ad azzerare le distanze.

È Giovanni il primo ad ammettere che nei primi tempi ha provato un odio profondo, viscerale. Lui, un ragazzino, aveva perso suo padre e non sapeva nemmeno esattamente perché. Lei, una delle colpevoli, una di coloro che aveva organizzato quell’azione delittuosa e tragica del 16 marzo.

Ma l’odio non si cancella con un colpo di spugna

Ma, come lui stesso spiega, le ore, i momenti che davvero contano sono altri, «contano le ore in cui arriva un figlio e tu lo chiami Domenico, come tuo padre, e a quel figlio devi spiegare che non deve odiare come hai odiato tu, perché l’odio non porta a nulla».

Per questo entrambi hanno scelto di intraprendere un percorso di giustizia riparativa che si basa proprio su una scelta libera e consensuale e procede con vari incontri alla presenza di due o più mediatori volti non solo alla riparazione dell’offesa o a gesti riparatori, ma soprattutto al confronto aperto con l’altro.

L’obiettivo è alto

L’obiettivo di questi percorsi è porre al centro le persone affinché si sviluppi la capacità di raccontare e raccontarsi, senza rimanere fermi al fatto compiuto o all’offesa recata.

Adriana e Giovanni hanno testimoniato che si può andare avanti e che c’è una pace possibile, concreta, che passa anche attraverso le loro mani che si abbracciano, ma presuppone il mostrarsi disarmati di tutto, di pregiudizi, di difese, di corazze e ritornare al solo desiderio di incontro con l’altro, consapevoli che, come ha concluso Adriana, «non è detto che le cose devono venire da fuori, il bene può venire anche da noi».

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