Affollata, elegante, in continuo movimento… così appare la stazione ferroviaria di Roma Termini. È la principale stazione ferroviaria della capitale, la più grande d’Italia e la quinta in Europa. Qui sembra di vedere il mondo intero: circa 150 milioni di passeggeri all’anno e 850 treni che si incrociano ogni giorno.
Eppure Termini è anche un luogo dove si può diventare invisibili. Si arriva in fretta, si riparte in fretta. Migliaia di volti scorrono, ci si sfiora senza conoscersi, si condividono scale mobili senza condividere la vita. Presi dal proprio cammino, gli occhi non riescono a incrociare veramente quelli degli altri.
Attorno a questa struttura così grande e conosciuta si raccolgono i senzatetto e i poveri anonimi. Persone che sembrano assorbite dal ritmo incessante della stazione, quasi scomparse dentro il suo movimento. Non sono viste da chi corre verso un treno, né da chi osserva vetrine scintillanti o souvenir colorati. La luce della stazione illumina tutto, ma non sempre riesce a raggiungere questi fratelli silenziosi.
Un servizio invisibile del sabato
Verso il fine settimana la stazione diventa ancora più affollata. Eppure, proprio ogni sabato a mezzogiorno, qualcosa cambia. Un gruppo di laici e di suore si incontra fuori dalla stazione: condividono un pranzo semplice già preparato e si dividono in due piccoli gruppi. Uno si dirige verso l’esterno della stazione, l’altro entra nell’atrio centrale.
Non sono abbastanza appariscenti da attirare l’attenzione, e in realtà non vogliono esserlo. Sono volontari laici della Comunità di Sant’Egidio e Figlie di Maria Ausiliatrice della Casa Madre di Roma. Partono con il desiderio di donare attenzione a coloro che, agli occhi del mondo, stanno diventando invisibili.
Nutrimento non solo per il corpo
I volontari camminano tra la gente senza lasciarsi trascinare dalla fretta. A un certo punto si fermano: un uomo è avvolto in una coperta sottile, disteso sopra un cartone. «Ciao, amico». Nel rumore della città, quel semplice saluto basta a destarlo. «Vuoi qualcosa da mangiare? Oggi abbiamo…».
Non sono lì per distribuire aiuti come un dovere, ma per guardare negli occhi la persona che hanno davanti. Ascoltano la risposta per offrire ciò che è più adatto, sapendo che alcuni non mangiano carne di maiale per motivi religiosi. Questa delicatezza fa sentire accolti, senza distinzioni.
L’amore che rende visibile l’invisibile
Più avanti incontrano Marta, un’anziana senza fissa dimora che ormai li conosce bene. Solo qualche settimana prima l’avevano trovata a terra da chissà quanto tempo: erano stati loro a sollevarla e a chiamare l’ambulanza.
Ora la salutano, le chiedono come sta, la incoraggiano. Lei non parla italiano, loro non parlano bene l’inglese. Eppure si capiscono. Nel rumore del mondo, il cuore trova il suo linguaggio.
I volontari continuano il loro percorso. I trenta pranzi preparati vengono consegnati con rapidità, ma soprattutto con attenzione. Non basta un pasto a placare la fame quotidiana, ma può riscaldare l’anima.
Ricevendo con gli occhi luminosi e con un cenno rispettoso di ringraziamento, i senzatetto sanno di non essere invisibili, almeno per questi volontari. E nel dare un sorriso, spesso con gli occhi lucidi, i volontari riconoscono qualcosa di invisibile che solo gli occhi del cuore possono scorgere.
La preghiera che sostiene il miracolo invisibile
Dopo circa un’ora la distribuzione termina. Ma l’apostolato non finisce qui. Il gruppo si ritira nella piccola cappella al piano inferiore della stazione. Lì affidano al Padre celeste tutti gli amici incontrati, ringraziano per la gioia condivisa e pregano affinché continui a prendersi cura dei suoi figli più fragili. Semplice e breve, la preghiera diventa la forza invisibile che sostiene il loro servizio.
La stazione continua il suo ritmo frenetico, ignara di ciò che è accaduto in silenzio. Nessun giornale ne parlerà: non porta vantaggi economici né risultati tangibili per la società. Eppure qualcosa di grande è avvenuto: un piccolo miracolo. Perché l’amore, quello vero, ha reso visibile l’invisibile e ha trasformato un luogo di passaggio in un luogo di incontro, più umano, più luminoso, più simile al cuore di Dio.















