La scelta di occuparsi di disagio giovanile, per Paola Pannicelli, non nasce solo da un interesse professionale. Dopo il suicidio del figlio Moraldo, rapper con il nome d’arte Boez, ha trasformato il lutto in un progetto televisivo che prova a mettere la fragilità al centro del racconto. Paola Pannicelli viene dal montaggio e dal cinema verità: dagli esordi sui set di Fellini, all’edizione italiana di Torre Bela di Thomas Harlan e alla collaborazione con Alberto Grifi, ha imparato a cercare nei “giornalieri” – cioé nel meriale grezzo appena girato e non ancora lavorato – i momenti di vita che scappano dalla sceneggiatura. Dopo gli anni nel cinema, entra in Rai nel 1999 e segue come editor e produttrice fiction popolari come Il maresciallo Rocca, Orgoglio, L’oro di Scampia o Mare fuori, fino ad approdare alla struttura Docu-Serie di Rai Fiction.
Il suo principio guida è restituire un’immagine che di fronte alla fragilità non abbia un carico di potere gerarchico, cioé non si ponga su un piano di superiorità. Da dove nasce questa necessità e perché, secondo lei, la TV o la comunicazione in generale spesso fallisce in questo?
«Penso che sia molto difficile, quasi impossibile, essere davvero sullo stesso piano di chi racconta il proprio vissuto, soprattutto quando la narrazione avviene davanti a un mezzo che registra e rende tangibile la sofferenza. Avere coscienza di questa possibilità obbliga ad abbassare l’ego, ad allontanarsi dalle velleità autoriali e dal fascino del “colpo” commovente o sensazionale, che spesso mortifica il potenziale di coinvolgimento tra chi racconta, chi realizza e il pubblico. La mia ambizione è che questa relazione abbia un effetto reale sulla quotidianità di tutti i soggetti coinvolti, e in questo senso il lavoro con il dottor Tito Baldini, psicoanalista che ha accompagnato sia Boez – Andiamo via, sia Zona protetta, è stato fondamentale».
Da dove le viene la sensibilità per lavorare con giovani che hanno vissuto il carcere o la disabilità?
«Nasce innanzitutto dal montaggio. Guardando il materiale grezzo, i “giornalieri”, scoprivo momenti di verità fuori copione: una smorfia, uno sfogo, un gesto che svelava più di tante battute. Esperienze come il film verità L’ultimo giorno di scuola per Rai2 o il lavoro con Alberto Grifi mi hanno mostrato come la presenza della macchina da presa possa cambiare davvero la vita dei protagonisti. Il tema del disagio giovanile mi accompagna da sempre, ma dopo la morte di mio figlio ho trovato l’energia per trasformare quella ferita in un progetto di aiuto attraverso il mezzo televisivo, all’interno della struttura docu-serie di Rai Fiction».
Serie come Boez – Andiamo via e Zona protetta usano l’arte della comunicazione per aiutare i giovani a “tirare fuori” il pensiero. Può raccontare un episodio specifico in cui ha visto questa trasformazione avvenire in tempo reale?
«Con Boez – Andiamo via, un viaggio a piedi con sei giovani in esecuzione penale esterna, ero quasi certa che il cammino avrebbe fatto esplodere emozioni e crisi all’interno del gruppo. Lontani dalle carceri e dai luoghi d’origine, immersi nella fatica quotidiana e nella bellezza della natura, i ragazzi hanno iniziato a raccontarsi, a produrre pensiero e a rappresentare se stessi oltre i ruoli imposti da famiglie malavitose, traumi o povertà. Alla fine del percorso quattro di loro sono usciti dall’illegalità e uno, il più segnato dall’eredità criminale, oggi lavora nell’aiuto agli altri e ha coinvolto parte della sua famiglia nella scelta della legalità.
In Zona protetta, docu-serie nata dall’incontro con le comunità e le case-famiglia, il cambiamento è stato altrettanto evidente. Alcune ragazze considerate “irrecuperabili” hanno smentito quel presagio: una di loro è uscita dall’obesità e dalla dipendenza da psicofarmaci, ritrovando uno spazio di autonomia e relazione».
Lei ha detto che per essere cristiani, ma anche per essere comunicatori, è necessario attraversare il dolore. È un rischio che il mondo della comunicazione deve correre?
«Non lo considero un rischio, ma una forma di consapevolezza. Il dolore, personale o altrui, se viene accolto con rispetto e attenzione, può diventare uno strumento di responsabilità: costringe chi racconta a non essere rapace, a rifiutare uno sguardo voyeuristico sulla sofferenza. Auguro al mondo della comunicazione di avere più fiducia nella possibilità di relazioni solide con le persone di cui si occupa, al di là delle logiche di audience o di click».
Qual è la sua prossima sfida come comunicatrice per aiutare i giovani? C’è una fragilità che sente ancora poco raccontata in modo etico?
«Attualmente sto lavorando a una serie fiction ispirata alle docu-serie precedenti, ancora una volta legata al disagio giovanile e alle carceri. L’idea è portare nel linguaggio della fiction quello che abbiamo imparato sul campo con Boez – Andiamo via e Zona protetta, senza tradire la complessità delle storie reali».









