«Se i bambini non possono imparare col nostro metodo, dobbiamo insegnare col loro modo di imparare». La riflessione di Ignacio Estrada, educatore e studioso dei processi di apprendimento, rappresenta uno dei principi fondamentali della pedagogia inclusiva contemporanea. La dislessia, infatti, è un disturbo specifico dell’apprendimento che interessa le abilità di lettura e scrittura, senza incidere sulle capacità cognitive o sull’intelligenza generale dell’individuo. Si tratta di una diversa modalità di elaborazione delle informazioni, che richiede approcci didattici personalizzati e strategie adeguate. Oggi esistono numerose fonti online affidabili che permettono di consultare medici, psicologi ed esperti dei disturbi specifici dell’apprendimento. Questi professionisti offrono supporto qualificato e indicazioni su metodi di studio personalizzati, pensati per rispondere alle esigenze delle persone con dislessia.
Comprendere la dislessia significa superare una visione standardizzata dell’insegnamento e riconoscere il valore delle differenze nei percorsi di apprendimento. In questo contesto si inserisce l’intervista ad Andrea, la cui esperienza personale diventa testimonianza concreta di come l’accettazione e il giusto supporto possano trasformare una difficoltà in una risorsa.
Andrea ha 30 anni e oggi lavora in una prestigiosa azienda che si occupa di organizzare eventi politici e aziendali. Guardandolo ora è difficile immaginare quanto sia stato complicato per lui arrivare fin qui. Da bambino ad Andrea è stata diagnosticata la dislessia, una condizione che per molto tempo lo ha fatto sentire diverso dagli altri. Con il passare degli anni ha imparato ad accettarla fino a trovare un equilibrio e a potenziare le proprie capacità. Oggi racconta la sua esperienza nelle scuole, parlando ai bambini e agli insegnanti e ricevendo sempre un grande riscontro.
Quando hai capito che c’era qualcosa di diverso nel tuo modo di studiare?
«Abbastanza presto, già alle elementari. Mi rendevo conto che facevo più fatica degli altri a leggere e a scrivere. Quando la maestra mi chiedeva di leggere ad alta voce andavo in ansia. In classe sembrava che tutti capissero subito, mentre io restavo indietro. All’inizio pensavo semplicemente di essere meno bravo.»
Quando è arrivata la diagnosi di dislessia, come l’hai vissuta?
«Inizialmente male. Da bambino non capisci davvero cosa significhi, senti solo di avere un “problema”. Mi sentivo etichettato e diverso dagli altri. Anche se la diagnosi spiegava tante cose, dentro di me cresceva la sensazione di non essere come i miei compagni. Questa cosa mi ha fatto soffrire molto, soprattutto a livello emotivo.»
Ti sei mai sentito escluso dai tuoi coetanei?
«Sì, spesso. Non tanto perché gli altri bambini fossero cattivi, ero io a sentirmi fuori posto. Vedevo i miei amici studiare senza troppa fatica e prendere buoni voti, io dovevo passare ore sui libri. Questo mi faceva sentire frustrato e arrabbiato con me stesso.»
Che ruolo hanno avuto la tua famiglia e la scuola in questo percorso?
«La mia famiglia è stata fondamentale. I miei genitori mi hanno sempre supportato, anche nei momenti in cui io ero il primo a non credere in me stesso. A scuola è stato più complicato. Alcuni insegnanti erano molto attenti e preparati, altri meno. All’epoca non c’era la sensibilità che c’è oggi su questi temi, spesso mi sentivo frainteso.»
Quando hai iniziato ad accettare davvero la dislessia?
«Durante le superiori. È stato un periodo in cui ho iniziato a conoscermi meglio e a capire che non ero solo le mie difficoltà. Ho scoperto di essere bravo a parlare, organizzare le cose, a lavorare con gli altri. Piano piano ho smesso di vergognarmi e ho iniziato ad accettare la dislessia come una parte di me, non come qualcosa che mi definiva.»
Oggi dici di averla superata del tutto. Cosa significa per te?
«Non la vivo più come un limite. Ho imparato a gestirla trovando strategie, soprattutto ho lavorato molto sulla mia sicurezza. Non ho più paura di sbagliare o di essere giudicato. La dislessia c’è e ha fatto parte della mia crescita ma oggi non condiziona più le mie scelte.»
Parliamo del tuo lavoro: cosa fai?
«Mi occupo di organizzare eventi politici e aziendali. È un lavoro molto dinamico che richiede tanta organizzazione, capacità di comunicare e problem solving. In un certo senso penso che il mio percorso mi abbia aiutato: ho sviluppato una grande capacità di adattamento e di visione d’insieme, che oggi sono fondamentali nel mio lavoro.»
Come è nata l’idea di andare nelle scuole a parlare di dislessia?
«È nata quasi spontaneamente. Sentivo il bisogno di raccontare la mia storia per aiutare altri bambini che magari si sentono come mi sentivo io da piccolo. Volevo far capire loro che non sono sbagliati e che la dislessia non li rende meno intelligenti o meno capaci.»
Che reazioni hai avuto da bambini e insegnanti?
«Molto positive. I bambini si aprono tantissimo facendo domande, si sentono capiti. Anche gli insegnanti spesso mi ringraziano, perché ascoltare una testimonianza diretta li aiuta a comprendere meglio cosa vivono i loro alunni. È una delle cose che mi dà più soddisfazione.»

Se potessi parlare al piccolo Andrea cosa gli diresti?
«Gli direi di non mollare e di non sentirsi inferiore agli altri. Gli direi che la fatica un giorno avrà un senso e che proprio quella diversità diventerà una forza.»
Un messaggio finale per chi oggi sta vivendo la tua stessa esperienza?
«Non abbiate paura di essere diversi, con il giusto supporto e imparando a credere in voi stessi, potete fare qualsiasi cosa. Non siete diversi, siete speciali.»








