L’insegnamento più grande di Pippo Baudo

Torna Sanremo, e tra memoria e riti, torna il ricordo di Pippo Baudo, protagonista della televisione e cultura popolare italiana

È quasi doveroso a distanza di sei mesi dalla sua scomparsa e alla vigilia del 76° Festival di Sanremo, del quale è stato un indiscusso protagonista, fare memoria di Pippo Baudo (1936 – 2025), certamente uno dei personaggi più importanti della televisione e della cultura popolare italiana.

«Adatto per programmi minori» è stato il giudizio riconosciutogli al termine del provino fatto in Rai nel 1960, che lo ha portato alla conduzione del programma televisivo Guida degli emigranti, una serie di reportage, in collaborazione con il Telegiornale, che raccontavano la vita delle comunità italiane all’estero. Così è iniziato ufficialmente il percorso professionale di Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo, classe 1936, mentre quello artistico lo vede già protagonista in età giovanile nell’ambito teatrale e spettacolare di eventi locali nel ruolo di musicista, cantante e  conduttore nel teatro dell’opera salesiana San Filippo Neri di Catania, dove ha frequentato l’oratorio insieme ad altri illustri personaggi dello spettacolo come Leo Gullotta, Turi Ferro, Tuccio Musmeci e il calciatore Pietro Anastasi. Qui, guidato da don Giuseppe Donzelli, ha esercitato le arti dello spettacolo e sviluppato la passione per la cultura e le sue varie forme di espressione.

Pippo Baudo non è stato solo un conduttore televisivo, ma uno dei protagonisti della storia della televisione e della cultura popolare italiana. Per quasi sessant’anni ha accompagnato il pubblico con la sua voce inconfondibile, l’eleganza senza tempo e quella capacità rara di tenere insieme cultura alta e popolare. È stato un autore che ha saputo coniugare tradizione e innovazione, un volto significativo e affidabile della televisione italiana e un talent scout impareggiabile.

Le ragioni del successo

Nato a Militello in Val di Catania, dopo la laurea in giurisprudenza, si avvicina al mondo dello spettacolo da autodidatta, spinto da una passione viscerale per il teatro, la musica e la comunicazione. Approda alla RAI nei primi anni ‘60, in punta di piedi, ma con idee chiare e un talento innato. Le prime apparizioni televisive sono da conduttore e autore di programmi musicali, mostrando da subito uno stile personale, elegante ma diretto, capace di dialogare con artisti e raccontare al pubblico in modo naturale.

Nel giro di pochi anni, Baudo grazie alla televisione diventa un volto familiare. Ciò che lo distingue è la visione: la capacità di intuire ciò che il pubblico volesse prima ancora che lo desiderasse. Una dote rara, che lo accompagnerà per tutta la carriera.

Gli anni ’70 e ’80 sono senza dubbio molto importati per la sua carriera. Baudo conduce alcuni dei programmi più amati e più riusciti – Canzonissima, Fantastico, Domenica In – portando in prima serata la musica, lo spettacolo, la moda e la cultura popolare italiana. È l’epoca d’oro della televisione generalista, e Baudo è stato certamente uno dei volti e degli artefici più rappresentativi.

Dal presentatore al conduttore

Come già detto, non è stato solo un conduttore, ma un autore, un selezionatore di contenuti, un regista occulto, diremmo oggi: uno showrunner, che segue la produzione di uno spettacolo dalla sua ideazione alla realizzazione e conduzione.

Ha strutturato i programmi a lui affidati, sia quelli seriali e sia quelli evento, con precisione maniacale, scegliendo ospiti, tempi, linguaggi. È riuscito a portare davanti alle telecamere un’Italia in trasformazione: dai grandi della musica leggera ai comici emergenti, dagli attori teatrali ai personaggi della cultura, dai fatti di cronaca all’eleganza della moda come espressione della creatività italiana. Ha contribuito, insieme ad altri personaggi della televisione italiana, allo sviluppo e maturazione della figura del “presentatore” in quella del “conduttore”, da uno dei personaggi funzionali e accessori di uno spettacolo al “padrone di casa” della trasmissione.

Sanremo, lo specchio del Paese

Senza ombra di dubbio, però, Sanremo è il programma televisivo che più lo rappresenta. Ha condotto il Festival della canzone italiana per 13 edizioni, più di chiunque altro, e ha curato la sua direzione artistica per 7 volte: la prima nel 1968, l’ultima nel 2008. Nelle edizioni da lui seguite è evidente la sua impronta – rigore, spettacolo, dialettica tra canoni tradizionali e innovazione delle spettacolo, emozione – raggiungendo in alcune i più alti dati di ascolto in assoluto (1987 e 1995) e anche, però, i più bassi (2008).

Gli artisti che lo hanno visto impegnato come Direttore artistico riconoscono la sua alta professionalità, ma anche la sua capacità di affiancarsi a loro con atteggiamento semplice e paterno e individuare possibili punti forza per un maggiore successo. Alcune serate della kermesse nazionale popolare restano scolpite nella memoria collettiva, come la scoperta di giovani promesse poi diventate giganti della musica italiana: Laura Pausini, Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti, solo per citarne alcuni. Sanremo, sotto la sua guida, è diventato uno specchio del Paese accogliendo sul palco dell’Ariston tensioni sociali, mode e gusti che cambiavano. Grazie alla sua conoscenza delle dinamiche dello spettacolo e del pubblico, con i sui gusti e le sue attese, la kermesse canora ha vissuto i più importanti salti evolutivi della sua storia.

Come ogni lunga carriera, anche quella di Baudo ha conosciuto alti e bassi. Le brevi incursioni nella televisione privata, entrambe dovuti a dissidi con la RAI, non sono state fortunate. Nell’autunno del 1987 viene assunto dalla Fininvest – oggi Mediaset – come direttore artistico di Canale 5 per un triennio e conduce Festival e la rubrica Tu come noi nel contenitore domenicale La giostra. Dopo pochi mesi però, per gli esiti negativi del programma, rescinde il contratto pagando anche una importante penale. Nel 1997 ritorna in Mediaset occupandosi di Una volta al mese, La canzone del secolo e Tiramisù, ma non raggiungendo le attese  previste, ritorna in RAI nel 1999.

I momenti difficili

Baudo ha sempre tenuto un basso profilo sulla sua vita privata, anche se alcune vicende private lo hanno portato alla ribalta della cronaca come l’attentato mafioso alla sua villa di Santa Tecla in Sicilia, il riconoscimento tardivo del suo primo figlio Alessandro avuto da Mirella Adinolfi e il matrimonio e, soprattutto, il divorzio con la soprano Katia Ricciarelli.

Non ha mai inseguito mode effimere, né piegato il linguaggio per compiacere le tendenze del momento. E questo, nel mondo veloce e liquido della televisione contemporanea, è un atto di grande coraggio. Il suo modo di fare televisione può sembrare “d’altri tempi”, ma è proprio in questa coerenza che risiede la sua forza. Ha attraversato decenni senza mai perdere il contatto con le persone, senza mai rinunciare alla qualità. L’obiettivo del suo lavoro sembra essere stato quello di costruire un prodotto che fosse insieme popolare e dignitoso ibridando generi e interessi differenti. La sua cifra stilistica è il rispetto per il pubblico, al quale ha parlato sempre con garbo, chiarezza e intelligenza.

Ha saputo gestire con immediatezza ed eleganza anche alcuni momenti non facili della diretta televisiva come l’esuberanza di Roberto Benigni in varie sue apparizioni a Fantastico e Sanremo, o il monologo di Beppe Grillo contro l’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi (Fantastico 7, 1987), che determinò l’allontanamento del comico genovese dagli schermi televisivi, o il forfait di Elton John a Sanremo 1995.

Il suo insegnamento più grande

Alla base della sua professionalità c’è l’uomo colto, ironico, appassionato. L’intelligenza, la memoria prodigiosa, l’ironia affilata, lo hanno reso una delle figure più rispettate anche al di fuori del mondo dello spettacolo. Non è un caso che molti colleghi lo considerino un maestro, anche quelli appartenenti a generazioni diverse. Un esempio di come una buona formazione intellettuale stia alla base di una buona comunicazione e uno spettacolo di qualità.

Il post pubblicato da Enrico Mentana su Istagram all’indomani della sua scomparsa, ben sintetizza il suo lascito: «Se n’è andato anche lui, Pippo. È stato, insieme a Mike, Raffaella, Corrado e Costanzo, uno dei re assoluti della TV. Da Settevoci ai mille Sanremo, fino a quelle pagine indelebili che hanno segnato la nostra storia comune».

In una epoca in cui il medium televisivo è fortemente connesso e ibridato con altri ambienti comunicativi, caratterizzato prevalentemente dallo streamcasting, dominato da format veloci, social, algoritmi e contrassegnato da una fluidità e frammentazione dei contenuti, la figura di Pippo Baudo appare come un monumento a un’altra epoca. Non va coltivata la nostalgia, ma coltivata una memoria storica che conservi e valorizzi la sua eredità professionale, la sua visione di spettacolo e comunicazione.

Il suo insegnamento più grande è la passione il rispetto per il pubblico, è l’idea che la televisione possa ancora essere uno strumento culturale, capace di intrattenere senza abbassare il livello.

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