22 Feb 2026

Perché politica e Olimpiadi non si separano mai

Dalla neutralità del CIO alle proteste degli atleti, fino alla propaganda dei governi: Milano-Cortina riaccende il dibattito sul confine sempre più sottile tra sport, comunicazione politica e libertà di espressione

Con le Olimpiadi invernali di Milano Cortina ormai concluse, è emerso come questa manifestazione non rappresenti solo un evento sportivo, ma anche uno spazio simbolico attraverso cui atleti e potenze politiche veicolano messaggi propagandistici. Rispolverate alla fine del XIX secolo dallo storico francese Pierre De Coubertain con l’obiettivo di ricostruire un senso di fratellanza internazionale e di tregua tra i popoli, nel tempo hanno però mostrato quanto sia difficile separare sport e politica. L’organizzatore di questi eventi, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) tenta di mantenere una neutralità istituzionale, evitando prese di posizione che possano compromettere equilibri diplomatici globali, ma questa scelta finisce talvolta per apparire più come un silenzio politico.

Il palcoscenico olimpico diventa inevitabilmente anche un centro dell’opinione pubblica mondiale. Governi e partiti sfruttano la visibilità degli atleti, catalizzatori dell’attenzione che spesso vengono trasformati in simboli nazionali o strumenti comunicativi. Il meccanismo sta nell’estrapolare le loro parole e i loro gesti dal contesto sportivo per poi depistarli e riutilizzarli in chiave politica o elettorale, snaturando il significato originario delle loro imprese. Il vero fine è quello propagandistico, con l’atleta che si vede danneggiato nella sua essenza e ridotto, a sua insaputa, a un mero testimonial politico.

Un casco che non ha protetto

Un caso recente che ha scosso le olimpiadi di Milano-Cortina riguarda quello dello skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych, escluso prima ancora dell’evento per aver scelto di gareggiare con un casco che raffigurava atleti ucraini morti nel conflitto con la Russia. Il CIO ha applicato la regola 50 della Carta Olimpica che vieta qualsiasi forma di manifestazione o propaganda politica in luoghi di interesse olimpico. Nessuna delle due parti ha deciso di compiere un passo indietro, con il CIO che si è limitato alla fredda applicazione della norma. Posto di fronte alla scelta tra cambiare casco o rinunciare alla competizione, l’atleta ha accettato la squalifica, dichiarando che in tempo di guerra la memoria delle vittime vale più di una medaglia. L’episodio ha riacceso il dibattito su dove finisca la neutralità sportiva e dove inizi la responsabilità morale.

La politica che scivola sul ghiaccio

Negli ultimi giorni in Italia ha fatto discutere anche un contenuto social del Partito Democratico legato alla campagna referendaria sulla giustizia del prossimo 22-23 marzo. Il video in questione utilizzava le immagini di un evento olimpico, il curling – divenuto improvvisamente popolare in Italia grazie al bronzo conquistato dalla coppia Mosaner-Costantini – attribuendo al prodotto un linguaggio ironico ma al contempo propagandistico. Il video ha presto suscitato l’indignazione del CONI e degli stessi atleti, totalmente estranei all’iniziativa. Qualche giorno dopo, il contenuto è stato totalmente rimosso dai social, con il PD costretto a scusarsi con i diretti interessati per il fraintendimento. Il rischio in questi eventi sta nello sfruttare l’eco popolare dello sport, seguendo l’onda del like e degli engagement del pubblico, per ottenere un consenso attraverso linguaggi più vicini all’intrattenimento che alla comunicazione politica.

 

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Quando lo sport si è schierato politicamente

La storia olimpica è ricca di proteste individuali divenute poi dei simboli a livello globale. Oltre al suddetto skeletonista ucraino, le ultime olimpiadi estive a Parigi hanno visto manifestazioni di atleti contro il regime del proprio paese o a favore della comunità LGBT+, repressa in molte nazioni. Gesti singolari che rompono la tradizionale cerimonia dell’atleta che si assume consapevolmente il rischio di compromettere la sua singolare carriera sportiva per mettere in risalto una causa sociale riguardante molti suoi simili.

Il caso più celebre resta quello del 1968 di Città del Messico che fece così scalpore da rendere tassativamente vietata la manifestazione nel luogo più simbolico dei Giochi, il podio. Tale decisione è dovuta a ciò che accadde a in quell’estate del 1968, anno dei movimenti di contestazioni. Gli statunitensi Tommie Smith e John Carlos, rispettivamente oro e bronzo nella finale dei 200 metri, alzarono il pugno guantato di nero sul podio al momento dell’inno nazionale. Un gesto contro le discriminazioni e le ingiustizie sociali degli afroamericani negli Stati Uniti che costò loro la carriera sportiva, ma li rese delle icone della lotta per i diritti civili.

Come la politica ha sfruttato l’evento olimpico

Parallelamente, le Olimpiadi vengono utilizzate dagli Stati come strumenti di soft power, dove la comunicazione politica diventa fondamentale per costruire e rafforzare l’immagine di una nazione, ma possono diventare un terreno fertile per incrementare le tensioni tra nazioni. Esempio esemplare furono le Olimpiadi di Berlino nel 1936 che rappresentarono la vetrina propagandistica del regime nazista di Adolf Hitler per mostrare la supremazia tedesca. I Giochi di Monaco di Baviera del 1972 furono invece ricordati per l’attacco terroristico all’interno del villaggio olimpico contro atleti della delegazione israeliana da parte di estremisti sostenitori della causa palestinese. In piena Guerra Fredda, i boicottaggi di statunitensi e sovietici rispettivamente a Mosca 1980 e Los Angeles 1984 trasformarono i Giochi in un riflesso diretto dello scontro tra blocchi ideologici, privando al contempo la competizione dei migliori atleti e contraddicendo lo stesso spirito di tregua voluto da De Coubertin.

Sport come specchio della società

In conclusione le Olimpiadi dimostrano così una contraddizione irrisolta: mentre aspirano a essere uno spazio neutrale e universale, restano inevitabilmente immerse nelle tensioni del mondo reale. Lo sport rischia di diventare uno specchio della società, in cui la politica finirà per trovare sempre uno spazio tra le corsie, i podi e le cerimonie per manifestarsi. Il futuro non deve prevedere censure o repressioni e non si dovrà sradicare la politica dallo sport (obiettivo impossibile), ma trovare un equilibrio capace di preservare la libertà di espressione senza trasformare un’olimpiade in un campo di battaglia ideologico.

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