Oggi un artista qualunque può firmare un contratto discografico senza aver mai calcato un palco reale. È così. Basta un reel virale: il talento, almeno in apparenza, si misura in numeri. Visualizzazioni, condivisioni, retention, tasso di completamento. Ma è davvero così che nasce una carriera solida oppure c’è il rischio di confondere la visibilità con il talento?
Un tempo il lavoro discografico era un atto di scommessa culturale. Serviva infatti intuire ciò che ancora non si vedeva, bisognava avere la capacità di riconoscere una direzione prima che diventasse tendenza. Negli anni Ottanta e Novanta, ad esempio, Claudio Cecchetto rappresentava un modello quasi artigianale di scouting: ascoltava demo su cassetta, frequentava i live, osservava postura, energia e fame di successo. Non cercava semplicemente una canzone che funzionasse, ma un’identità in costruzione.
Con Jovanotti intuì la trasformazione possibile di un dj in icona pop, capace di attraversare generi e generazioni. Con gli 883 colse la forza narrativa di una provincia raccontata senza retorica, in cui milioni di ragazzi si sarebbero riconosciuti. In Fiorello vide un carisma che superava il mezzo radiofonico, intuendo una personalità mediatica prima ancora di un format. In tutti questi casi l’investimento precedeva la prova numerica: era l’intuizione a guidare il rischio, non il foglio excel. Lo scouting era fiducia, non calcolo predittivo.
Prima il successo, poi l’investimento
Oggi lo scenario è rovesciato. Le etichette presidiano ciò che è già performante e l’algoritmo sostituisce l’intuizione. L’A&R di un’etichetta analizza engagement, crescita organica, target demografico, replicabilità del contenuto. Prima la prova statistica, poi l’investimento. Il talento non viene cercato nei margini, ma validato quando è già esploso. L’algoritmo non anticipa il successo: lo misura mentre accade, e lo amplifica se risponde ai parametri della piattaforma.
In questo minestrone discografico, il caso di “Soltero” di Leonardo De Andreis è emblematico. Pubblicato nel dicembre 2024, il brano ha conosciuto una diffusione massiva solo molti mesi dopo, grazie a un frammento di venti secondi caricato quasi casualmente come prosecuzione di un ritornello. Quel segmento è diventato matrice sonora riutilizzabile: milioni di utenti lo hanno fatto proprio, trasformandolo in colonna sonora di video, confessioni, rivendicazioni. L’algoritmo ha intercettato la frequenza di utilizzo, ha amplificato il segnale e lo ha reso ubiquo.
A quel punto il passaggio all’industria tradizionale è stato quasi automatico: ingresso nelle classifiche streaming, Viral 50 di Spotify, visibilità televisiva, firma con ADA Music Italy (distribuzione del gruppo Warner Music Italy), uscita radiofonica. Il sistema non ha generato il fenomeno: lo ha certificato. Ma lo ha fatto solo dopo che la rete aveva già svolto il lavoro di validazione.
“Soltero” non è soltanto una dinamica musicale, ma simbolica. Il messaggio – meglio soli che in relazioni tossiche – si presta a diventare slogan identitario. È semplice, condivisibile, adattabile a molte biografie. Nell’ecosistema digitale, la semplicità è un vantaggio competitivo: riduce l’ambiguità, favorisce l’adesione immediata, aumenta la replicabilità. La canzone non è più solo ascolto, ma dispositivo narrativo a disposizione dell’utente.
Il pericolo della dittatura dell’algoritmo
Qui emerge la frattura: se in passato l’artista attraversava un tempo di maturazione – errori, concerti semi vuoti, sperimentazioni, fallimenti formativi – oggi può trovarsi catapultato in una diffusione massiva prima di aver consolidato la propria identità. La crescita esterna precede quella interna. L’algoritmo accelera, l’identità rincorre.
Le conseguenze psicologiche sono tutt’altro che secondarie. Quando il valore personale si lega ai numeri, l’autostima diventa oscillante: sale con i like, crolla con l’irrilevanza. La creatività rischia di trasformarsi in risposta anticipatoria alla piattaforma: cosa funzionerà? quale hook è più riutilizzabile? quale frase può diventare caption? L’artista interiorizza il parametro di performance e finisce per auto monitorarsi costantemente. Ansia, paura di sparire, frustrazione quando l’onda si ritira: dinamiche spesso silenziose, ma pervasive.
Non si tratta di demonizzare la tecnologia. Le piattaforme hanno democratizzato l’accesso, consentito a molti di emergere senza mediazioni elitarie, dato voce a territori prima invisibili. Il problema non è l’algoritmo in sé, ma la sua centralità assoluta come criterio di valore. Se tutto ciò che non performa viene escluso dall’investimento, il sistema si chiude su ciò che è già conforme alle logiche di rapidità e impatto.
La ricerca del talento autentico
Il talento autentico, però, raramente è immediato. Richiede tempo, stratificazione, errori. Richiede anche silenzio, zone d’ombra, tentativi che non producono engagement ma crescita. La viralità premia l’impatto rapido, non la complessità; privilegia il frammento rispetto all’opera; esalta il ritornello prima della canzone. È un sistema efficiente, ma fragile: vive di picchi e dimenticanze, di accelerazioni e obsolescenze.
Quando la musica smette di essere ricerca, per diventare risposta all’algoritmo, a impoverirsi non è soltanto il mercato discografico. Si impoverisce l’esperienza umana che la musica dovrebbe custodire: la possibilità di raccontare sfumature, ambivalenze, contraddizioni non immediatamente monetizzabili. Se il parametro ultimo diventa la misurazione continua, ciò che non è quantificabile – profondità, trasformazione, maturazione – rischia di essere percepito come irrilevante.
La domanda allora non è nostalgica, ma strutturale: vogliamo un sistema che intercetti ciò che già funziona o uno che sappia ancora cercare ciò che non è evidente? Tra l’intuizione e il dato non dovrebbe esserci una guerra, ma un equilibrio. Senza quello spazio di rischio e fiducia che un tempo caratterizzava lo scouting, la musica rischia di diventare soltanto l’eco di ciò che è già stato validato. E un’arte che non anticipa più il futuro finisce per inseguire il presente.






