Don Preite: “Salvare anche un solo ragazzo cambia il futuro. L’Italia scelga la prevenzione”

Ragazzi pieni di sogni ma schiacciati da pressioni emotive, adulti che ascoltano senza orientare, povertà educativa che si trasmette: Don Francesco Preite (Salesiani per il sociale) racconta l’Italia del dossier “Fragili” e l’urgenza di un nuovo patto educativo

In Italia i giovani vivono una stagione complessa: pressioni crescenti, solitudine, paura del futuro, ma anche una voglia ostinata di trovare spazi in cui contare davvero. Il nuovo Dossier Fragili, pubblicato da “Salesiani per il sociale” all’inizio del 2026, prova a leggere questa realtà senza filtri, riportando al centro ciò che spesso resta ai margini del dibattito pubblico: la voce dei ragazzi. Ne abbiamo parlato con Don Francesco Preite, presidente nazionale di Salesiani per il Sociale, per capire che cosa raccontano davvero quei numeri e quali responsabilità – e possibilità – ha oggi la società adulta.

Dossier Fragili
Dossier 2026 “Fragili” – Accogliere, proteggere, sostenere il futuro: l’impegno salesiano per i giovani più vulnerabili

Don Francesco, perché “Salesiani per il sociale” ha sentito l’urgenza di pubblicare il dossier “Fragili”? Ma soprattutto, come si costruisce una fotografia così complessa: è solo una questione di numeri statistici o c’è anche un ascolto che va oltre il dato?

«Certamente tutte e due le cose. C’è l’esperienza sul campo dei nostri operatori che, da Nord a Sud, registrano l’aumento della povertà e, soprattutto, delle difficoltà legate alla salute mentale dei nostri giovani. Emergono fragilità molto forti, che richiedono un accompagnamento della dimensione emotiva dei ragazzi. Questi dati vengono poi confermati dalla ricerca scientifica, che ha accompagnato il dato esperienziale dei nostri educatori. Il dossier fotografa in maniera netta come la povertà della salute mentale e la fragilità dei nostri giovani emergano nella loro complessità; questo richiede un ascolto attivo e competente da parte della nostra rete associativa, degli educatori e di chiunque si interessi al mondo giovanile».

Dallo studio emerge un’immagine di ragazzi ricchi di sogni, ma schiacciati da una pressione emotiva fortissima: come spiega il fatto che solo il 42% dei giovani dichiara di godere di un buon benessere mentale?

«Sono molto sollecitati. I giovani di oggi hanno diverse possibilità: dall’uso dell’intelligenza artificiale ai modelli digitali, fino alle connessioni virtuali che poi diventano reali. Questa pressione costante esercita una forza emotiva che a volte intercetta, ma spesso comprime, i sogni e i desideri di felicità che ogni giovane ha nel proprio animo e nella propria vita. Molto spesso questi sogni vengono soffocati dalla pressione emotiva di quello che ascoltano, vedono e vivono quotidianamente».

Il dossier evidenzia un “paradosso dell’adulto”: i ragazzi ricevono supporto affettivo, ma solo il 50% vede negli adulti una guida per le proprie scelte. Secondo lei perché?

«Questo è un dato che ci ha fatto molto riflettere. Ciascuno di noi, nella propria vita, ascolta i giovani, ma il problema non è soltanto l’ascolto o il supporto affettivo, bensì l’ascolto competente e consapevole. Credo che gli adulti abbiano bisogno innanzitutto di “esserci” con la propria presenza, con il proprio peso e con la propria disponibilità; anche il supporto affettivo, come abbiamo visto dalle indagini, ha un valore limitato, se non è accompagnato da competenze relazionali e capacità di orientamento e discernimento. Su questo il mondo degli adulti deve interrogarsi e maturare».

C’è timore verso la tecnologia: il 61% teme di perdere la capacità di ragionare autonomamente. In che modo gli adulti possono aiutare i giovani a restare padroni del proprio pensiero in questa era di intelligenza artificiale?

«Certamente gli adulti devono supportare l’autostima dei ragazzi. È fondamentale che i giovani — ognuno originale, diverso dall’altro, con la propria creatività, i propri talenti, i propri sogni e anche i propri limiti — rimangano se stessi. L’intelligenza artificiale è un supporto importante, ma bisogna avere un background di attenzione e competenza. Nessun algoritmo può dotare un essere umano di quell’originalità che è propria di ogni ragazzo. C’è una rivoluzione digitale in corso molto importante che va accompagnata: non va né subìta né repressa, ma educata e vissuta come una possibilità di sviluppo, se usata sapientemente, per il giovane stesso».

Recenti fatti di cronaca, come quelli di Massa-Carrara o Pavia, scuotono l’opinione pubblica. Secondo lei questi episodi sono il sintomo di un fallimento educativo? E, se sì, da attribuire a chi?

«Certamente sono un fallimento educativo che ci interpella, che interpella tutti quanti. Chi ha a cuore il bene dei giovani non può non interrogarsi di fronte a questi gravi reati. Purtroppo è la conferma dei dati che abbiamo analizzato e raccolto: le fragilità, se non ascoltate, orientate o comprese, esplodono nella loro tragicità attraverso un’emotività incontrollata. Questo è uno dei temi su cui stiamo cercando di capire come intervenire con un supporto psicologico e un supporto affettivo competente, con la possibilità di educare sempre più i ragazzi a una relazione consapevole, a riconoscere le propri e emozioni e a vivere in un mondo che, pur essendo fatto di tanta fatica, permette di far crescere i propri sogni attraverso la responsabilità».

Spesso di fronte alla cronaca si invoca la repressione. Secondo lei, la prevenzione è ancora una strada percorribile, anche di fronte ai fatti più gravi?

«La repressione è una risposta immediata, che purtroppo non ha nessun effetto, se non quello di metterci la coscienza al sicuro. La repressione certamente è un aspetto che va esercitato in episodi così violenti, ma non basta da sola, perché non incide sulla qualità della vita né sul futuro delle giovani generazioni. Reprimere è la cosa più semplice, ma ha costi altissimi. Pensiamo a un giovane che si macchia di un reato grave: sconta il carcere, ma spesso questo non permette la riabilitazione, anzi accresce il senso di colpa e non permette al ragazzo di ripensare la propria vita per reinserirsi serenamente nella società complessa. La repressione è un dato di fatto, ma — come dicevo — non è l’unico rimedio. Bisogna investire in maniera molto più concreta e forte nella prevenzione educativa. La prevenzione non solo ha costi limitati rispetto alla repressione, ma incide positivamente, perché interviene prima che le cose accadano, mettendo un argine prima dell’irreparabile. Questo comporta un risparmio per lo Stato rispetto alla sola detenzione punitiva, ma soprattutto garantisce un accompagnamento della responsabilità di ogni ragazzo per una vita che si sta aprendo alla società adulta, che ha bisogno di piccoli accorgimenti, piccole correzioni, attenzioni. Investire nella prevenzione educativa ci permette di limitare il danno sia personale sia sociale».

Lei parla di prevenzione, ma oggi la figura dell’educatore è sottopagata e poco riconosciuta. Cosa dovrebbe fare lo Stato per valorizzare davvero chi lavora con la fragilità dei ragazzi?

«C’è bisogno di rivalutare la figura degli educatori, che oggi purtroppo sono sottopagati e non ricevono un riconoscimento pubblico adeguato, rispetto a ciò che la società chiede loro. L’educatore è una figura sociale che subisce forti pressioni dalla vita dei ragazzi che incontra e accompagna: lo Stato deve intervenire per valorizzare questa categoria come fondamentale per il futuro della società stessa».

I dati ISTAT parlano di oltre 2 milioni di minori a rischio povertà. La povertà in Italia ha anche conseguenze psicologiche?

«Certamente sì, dipende dai contesti. Un ragazzo in un contesto fragile, con privazioni materiali, economiche e di possibilità sociali, è chiaro che risente di queste condizioni sul proprio benessere psicologico. L’essere umano non funziona a compartimenti stagni: la persona registra tutto ciò che vive, e la capacità di rispondere a queste situazioni segna profondamente le generazioni che si affacciano alla vita adulta. Pertanto direi proprio di sì».

La povertà educativa sembra essere ereditaria: se i genitori non hanno titoli di studio, il rischio di abbandono scolastico per i figli sale al 23%. Come può la vostra rete di servizi socio-educativi spezzare questo “destino scritto” per i ragazzi, in particolare quelli delle periferie?

«Purtroppo la scala sociale è bloccata e chi vive in privazione ha meno possibilità degli altri. Noi cerchiamo innanzitutto di accogliere le fragilità, comprenderle e accompagnarle. Sia per fede sia per professione, crediamo che dalla fragilità possa nascere la speranza. Dalla Croce nasce la resurrezione. Le esperienze educative sul campo ci dicono che è possibile, laddove ci sono fragilità forti, con un investimento di azione, prevenzione educativa e progettualità, cambiare il destino dei ragazzi. Anche se le percentuali non sono confortanti, a noi basta salvarne uno. Don Bosco ci insegna proprio questo, come anche la parabola della pecora smarrita: lasciare le 99 che si sono comportate bene, per rincorrere quella pecorella che si è smarrita. Per noi significa mettere in campo tutte le nostre forze, le nostre possibilità, le risorse per salvare quella vita che si è persa».

Quale messaggio vuole lasciare ai lettori di Open Prisma, in particolare agli studenti di Comunicazione Sociale?

«Di non scoraggiarsi e, soprattutto, raccontare il bene che si fa. Il bene magari fa meno notizia rispetto alla cronaca nera, ma le storie di speranza aiutano e motivano il lavoro sociale e la comunicazione, migliorando la qualità di tutta la società italiana».

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