È ormai da qualche tempo che i mezzi di informazione non parlano più di Gaza, o lo fanno troppo poco. Per comprendere la realtà attuale dobbiamo riflettere su quanto raccontato dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, al termine della sua ultima visita sul territorio. Il cardinale, che ha visitato Gaza diverse volte, sia prima che durante il conflitto, ha definito la situazione un vero e proprio disastro.
Intere città non esistono più, letteralmente rase al suolo; Rafah è una di queste, completamente azzerata. Pizzaballa ha spiegato che l’impatto visivo all’ingresso nella Striscia è devastante, ma la cosa che più colpisce è la necessità di muoversi su percorsi di fortuna, in mezzo a distese di tende.
L’odore della morte
Quasi tutti gli edifici sono distrutti o gravemente danneggiati. La popolazione vive letteralmente circondata dalle fognature a cielo aperto. Il cardinale ha sottolineato che le immagini non possono restituire la realtà degli odori e l’orrore di una delle piaghe più gravi di questo momento: i topi. I roditori proliferano a causa delle condizioni igieniche degradate e mordono i residenti, specialmente i bambini, che a Gaza rappresentano la maggior parte della popolazione. Assistere a decine di chilometri di territorio in questo stato è drammatico.
Sebbene oggi entri una minima quantità di cibo, destinata soprattutto ai circuiti commerciali, quasi tutto il resto rimane proibito. Le autorità israeliane bloccano qualsiasi materiale considerato dual use (a doppio uso), temendo che possa essere utilizzato da Hamas. Il cardinale ha testimoniato come, per questa ragione, sia vietato introdurre persino banchi di scuola, quaderni, matite e i vetri per le finestre. Nei presidi medici mancano i farmaci specialistici di cui gli ospedali hanno estremo bisogno. Pizzaballa ha raccontato la sua visita a un ospedale oftalmico distrutto, dove il personale ha dovuto riadattare la struttura con mezzi di fortuna, applicando teli di plastica al posto dei vetri alle finestre. Il suo racconto genera nella mente un’immagine indelebile di distruzione e dolore.
Le parole esatte usate dal cardinale descrivono una realtà senza filtri: «Le città sono rase al suolo, livellate, azzerate. Rafah non esiste più. Ciò che a me colpisce di più è il fatto di viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. Qui vive la gente di Gaza. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Mordono soprattutto i bambini e Gaza è piena di bimbi».
Davanti a questo scenario, Pizzaballa ha rivolto un appello accorato al mondo dei media: «l’informazione che cerca di far capire è importante. Parlatene e non seguite le mode».
Il nostro compito
Alla luce di questa testimonianza, sorge spontaneo chiedersi come possano l’Unione Europea e la comunità internazionale assistere senza intervenire con maggiore determinazione a livello politico e umanitario per sostenere il popolo palestinese.
In Italia, ad esempio, è ferma in Parlamento una Proposta di Legge di Iniziativa Popolare per il riconoscimento dello Stato di Palestina con capitale Gerusalemme Est, che attende ancora di essere discussa, se non altro per sollevare il dibattito e rompere il silenzio. Lo Stato di Palestina è già stato riconosciuto ufficialmente da oltre 150 Paesi (le stime più recenti indicano circa 161 Stati membri delle Nazioni Unite su 193). Questa larghissima maggioranza comprende gran parte dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina e, in seguito a recenti sviluppi diplomatici, diversi storici membri dell’Unione Europea. Presso l’ONU, inoltre, la Palestina gode dello status di “Stato osservatore permanente”.
Parallelamente, a livello europeo, una mobilitazione cittadina ha superato il milione di firme per chiedere formalmente la sospensione dell’Accordo di Associazione tra l’Unione Europea e Israele. Segnali importanti che dimostrano come la società civile si stia muovendo, ma che da sola non basta. C’è bisogno di coraggio e volontà politica da parte delle istituzioni per decidere da che parte stare, promuovendo come valore primario la tutela dei popoli, della loro storia e delle loro origini.
Dobbiamo, insomma, “restare umani”. Questa espressione richiama la profonda riflessione sulla responsabilità che Papa Leone XIV ha voluto inserire nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, prendendo in prestito le parole dello scrittore J.R.R. Tolkien: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, affinché coloro che vivranno dopo abbiano una terra pulita da coltivare. Ma il tempo che ci è dato non lo sappiamo decidere. Tutto quello che dobbiamo decidere è che cosa fare con il tempo che ci viene dato».







