Essere imperfetti è bello. Ditelo ai social network…

I social ci spingono ad essere i migliori e questo provoca malessere, depressione, burnout. Prendere le distanze da questi strumenti, ritrovare se stessi e accettarsi per come si è: nasce da qui la vera felicità

Per milioni di persone in tutto il mondo, i social media sono il modo perfetto per passare il tempo e tenersi in contatto con amici lontani. Eppure, per tantissime persone, quella stessa bacheca si trasforma, giorno dopo giorno, in una sottile e silenziosa fonte di ossessione. Com’è possibile? Per comprendere questo fenomeno, dobbiamo fare un piccolo passo indietro e guardare cosa è cambiato negli ultimi vent’anni all’interno dell’ecosistema digitale. All’inizio, i social network erano nati semplicemente per far dialogare amici, parenti o compagni di scuola. Oggi siamo passati a un modello “verticale”, dominato dalla dinamica tra influencer e follower.

Inoltre, strumenti apparentemente innocui, come i like e i commenti, diventano dei veri e propri voti in pagella. La partecipazione si trasforma in performance, e la socialità diventa una gara di visibilità.

È all’interno di questa dinamica che le piattaforme digitali costituiscono un contesto ideale per alimentare il confronto sociale, diventando una fonte di ispirazione che spinge gli utenti a conformarsi ai modelli osservati. Questo confronto porta poi a una competizione con se stessi per poter essere all’altezza del giudizio del proprio pubblico e dei propri amici. Una corsa alla ricerca di like e commenti positivi, come forme di affermazione del proprio valore, produce una pressione crescente a ottimizzare ogni aspetto dell’esistenza. Drammaticamente, la maggior parte degli utenti, soprattutto i più giovani, non è del tutto consapevole di questi ingranaggi invisibili.

La competizione con lo specchio

Il primo aspetto di questa pressione è il rapporto con il nostro corpo. Gli schermi non sono più una finestra sul mondo reale, ma una galleria di vite e corpi idealizzati, quasi sempre modificati. Gli esperti parlano di:

  • auto-oggettivazione: quando iniziamo a guardarci da fuori, valutandoci e giudicandoci come se fossimo oggetti da esporre su uno scaffale.
  • dismorfia digitale: la condizione per cui un individuo diventa letteralmente ossessionato dal modo in cui appare online, deformando la percezione del sé reale.

A forza di vedere immagini perfette e patinate, molti ragazzi sviluppano una profonda insoddisfazione per il proprio aspetto fisico, fino a provare vergogna per il proprio corpo reale. Questo forte disagio può purtroppo tradursi in restrizioni alimentari severe, che rischiano di sfociare in veri e propri disturbi del comportamento alimentare, pur di rincorrere quell’ideale di bellezza irraggiungibile promosso online.

In questo modo, l’identità dei giovani rischia di non costruirsi più attraverso una reale conoscenza di sé, accettando i propri difetti. Al contrario, l’autostima finisce per dipendere da parametri quantitativi: Quanti like ho preso oggi? Quanti follower ho guadagnato?

L’utente come un’azienda: la cultura dell’Always On

Questa ossessione per l’ottimizzazione colonizza anche il mondo del lavoro e dello studio. I social media hanno diffuso l’idea che il valore di una persona si misuri solo in base ai successi visibili e agli obiettivi raggiunti. L’utente comune finisce per comportarsi come un brand: deve fare self-branding, ovvero promuovere se stesso come se fosse un prodotto sul mercato.

Sui social c’è spazio solo per ciò che è positivo, vincente e performante. Ci dicono che dobbiamo “dare sempre il massimo” e massimizzare la nostra produttività. Questa mentalità genera la cultura dell’always on (sempre connessi) e, inevitabilmente, porta al burnout, cioè all’esaurimento totale delle nostre energie. Il tempo libero viene colonizzato: persino un hobby o un momento di relax devono essere fotografati, condivisi e potenzialmente monetizzati.

Questa realtà è il peggior nemico della crescita dei giovani. Per costruire un’identità solida servono tempo libero, silenzio, la capacità di fermarsi e di riflettere su di sé con pazienza. Spinti da una corsa continua verso la produttività, i ragazzi rischiano di non esplorare la propria interiorità, di non capire le proprie reali capacità, e soprattutto di non saper accettare i propri limiti o un fallimento, che è invece un’occasione fondamentale di crescita.

Alla ricerca di una felicità autentica

Sui social media abbondano anche le storie di successo personale materiale. I social media fanno sì che il benessere materiale sembra essere l’unità di misura del successo e della felicità. Si tratta però di una felicità fragile, alimentata dagli algoritmi e dagli influencer. Possiamo provare una gioia momentanea quando abbiamo l’ultimo modello di smartphone o indossare abiti griffati, ma è una soddisfazione effimera. Finita la novità, torna una costante sensazione di vuoto e di mancanza, che ci spinge a una nuova rincorsa.

Questa ossessione allontana i giovani dai valori interiori e spirituali, fondamentali per la costruzione dell’identità. Gradualmente e in modo inconsapevole, si formano e interiorizzano criteri univoci per valutare la felicità nella propria vita e in quella altrui, basati esclusivamente su parametri materiali. Tuttavia, tale approccio non è mai sufficiente per raggiungere una felicità autentica e profonda.

La via dell’imperfezione consapevole

Per natura, noi esseri umani siamo spinti a migliorarci, ed è un desiderio bellissimo, che va sostenuto. Ma quando questo impulso viene sfruttato dai media, il desiderio si trasforma in un’ossessione che prosciuga le nostre energie.

Non possiamo cancellare i social media dalle nostre vite, ma abbiamo il potere di interrogarci sulle motivazioni profonde delle nostre azioni. Prendiamo l’essere a dieta come esempio. Chi cade nella trappola dell’ottimizzazione dettata dai social pensa: «Oddio. Niente mi sta bene! Sono grassa e brutta. Mi vergogno del mio aspetto. Devo essere diversa per essere degna di amore e appartenenza».

Chi invece insegue obiettivi sani ragiona in modo diametralmente opposto: «Voglio farlo per me stessa. La bilancia non decide se sono amata e accettata. Voglio sentirmi meglio e in forma. Posso farlo».

Quando riusciamo a compiere anche piccoli gesti in modo libero e consapevole, possiamo sottrarci all’ossessione dell’ottimizzazione che i social media ci impongono.

La sfida è aperta, complessa, ma possibile. Vale la pena provarci.

 


Riferimenti bibliografici e sitografici

  • BYUNG-CHUL H., La società della stanchezza, Milano, Nottetempo.
  • GANCITANO M. – COLAMEDICI A., La società della performance. Come uscire dalla caverna, Roma, Edizioni Tlon.
  • BROWN B., I doni dell’imperfezione, Milano, Feltrinelli.
  • FREDRICKSON B. – ROBERTS T.-A., Objectification theory. Toward understanding women’s lived experiences and mental health risks, in «Psychology of Women Quarterly».
  • PETRA Z. – MARIČ M., The brand called you, in Fast Company, (consultato il 08.09.2025).
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