La scuola è «il motore dell’integrazione, della coesione sociale e della cittadinanza». Sono le parole che, il 21 settembre 2026, all‘inaugurazione dell’anno scolastico presso l’istituto omnicomprensivo Sergio Marchionne di Amatrice, sono state pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e che hanno aperto il dibattito politico. Il discorso ha ricordato che le parole del Presidente non sono solo un invito al presente: sono il punto di arrivo di un lungo percorso storico che ha costruito i diritti civili italiani. Per capire la forza del messaggio, bisogna tornare indietro di un secolo. Proviamo a farlo, seppure in estrema sintesi.
Quando nascono davvero i nostri diritti
La libertà di parola, di stampa, di associazione e il diritto all’educazione e alla formazione non sono conquiste improvvise: sono il risultato di un secolo di lotte, tensioni e trasformazioni.
Tra il 1900 e il 1948, l’Ialia attraversa diversi fenomeni sociali e culturali: industrializzazione e nascita della classe operaia, scioperi e prime rivendicazioni sindacali, crisi sociali e disuguaglianze territoriali, la Prima Guerra mondiale; e poi la repressione fascista, la resistenza e la rinascita democratica. Dopo questi grandi eventi storici e dopo la dittatura fascista arrivano due tappe fondamentali: nel 1946 nasce la Repubblica e le donne votano per la prima volta e nel 1948 la Costituzione riconosce i diritti inviolabili dell’uomo (art.2) e pone il lavoro come fondamento della vita collettiva (art 1 e 4).
L’Italia che cambia: fabbriche, operai e nuove rivendicazioni
All’inizio del Novecento, l’Italia è ormai entrata pienamente nell’era industriale. Le fabbriche crescono, la classe operaia prende coscienza del proprio ruolo e nasce la richiesta di riconoscimento e tutela dei vecchi e nuovi diritti: di sciopero, di associazionismo, di tutela del lavoro.
In questo contesto, l’Italia liberale e Giovanni Giolitti che la governa, sembra comprendere che le agitazioni non sono solo un pericolo, ma un segnale di maturazione sociale. Nel 1901, infatti, afferma: «le classi popolari conquisteranno la loro parte di influenze economiche e politiche». Questa intuizione apre la strada a riforme decisive: protezione per anziani e invalidi, norme per donne e bambini, riposo settimanale, salari più equi, scuole migliori e obbligo scolastico fino a 12 anni. È il primo vero passo contro il lavoro minorile.
Croce e Salvemini: due letture opposte del “metodo Giolitti”
C’è anche chi non è d’accordo. Il pensiero di Giolitti viene interpretato in modo diverso dai grandi studiosi dell’epoca. Benedetto Croce, pur criticandone il pensiero, riconosce a Giolitti la capacità di governare senza la paura delle masse. Nella sua Storia d’Italia scrive: «Giolitti seppe intendere che la vita moderna non si governa col manganello, ma con la libertà». Per Croce, le agitazioni popolari sono segno di maturazione democratica, non una minaccia. Gaetano Salvemini, critico severo del giolittismo, invece, accusa Giolitti di non emancipare davvero le classi popolari. Nel severo pamphlet Il ministro della mala vita, afferma: «Giolitti non governa: traffica». E definisce il giolittismo: «il sistema che permette ai potenti di restare potenti». Per Salvemini, Giolitti comprende le masse, ma le usa per mantenere equilibrio di potere.
La riflessione sui fenomeni storici e sulla conseguenza politiche, insomma, è partita già in quegli anni e non si è fermata.
Scioperi sindacati e una società che si divide
L’opinione pubblica si divide, mentre in Italia gli eventi tumultuosi si moltiplicano.
Il primo sciopero generale del 1904 segna una svolta. Nel 1906 nasce la CGL (Confederazione generale del lavoro); mentre il mondo cattolico apre alla legislazione sociale con l’enciclica Rerum Novarum, primo e importante tassello della dottrina sociale della chiesa cattolica, pubblicata il 15 maggio 1891 da papa Leone XIII. L’enciclica affronta i problemi nati con la rivoluzione industriale: sfruttamento, povertà, assenza di tutela. È il documento fondativo della dottrina sociale della chiesa: riconosce la dignità del lavoro, la necessità di salari giusti e il ruolo dei sindacati.
Non solo: l’Italia corre a due velocità: mentre il nord industriale avanza il sud resta indietro. La povertà del Mezzogiorno diventa la grande migrazione verso Stati Uniti, Brasile e Argentina. Nasce così la questione meridionale, una ferita, purtroppo, destinata a durare ancora decenni. Con diversi intellettuali che avanzano proposte ma con poche risposte politiche e determinanti.
Settimana rossa, biennio rosso e l’ombra del fascismo
La settimana rossa (che si è svolta tra il 7 e il 14 giugno 1914 nelle Marche e in Romagna, ma le proteste si estesero rapidamente anche in grandi città come Torino, Milano, Roma e Napoli), fu un evento scatenato dall’uccisione di tre manifestanti anti-militaristi ad Ancona da parte delle forze dell’ordine. La confederazione generale del lavoro proclamò lo sciopero generale in tutta Italia e per una settimana il Paese fu paralizzato da violenti scontri. L’esercito stroncò la rivolta con la forza, provocando decine di morti. Il Paese sembrava precipitare, soprattutto in vista della Prima guerra mondiale. L’Italia entra ufficialmente in guerra il 24 maggio 1915 dichiarando guerra all’Impero austro-ungarico.
Prima dell’ingresso in guerra il paese fu spaccato da un duro scontro ideologico tra neutralisti e interventisti. I neutralisti – la maggior parte del Parlamento e del Paese – voleva tenere l’Italia fuori dal conflitto, per via diplomatica ed economica. Gli interventisti – una minoranza rumorosa e aggressiva – spingeva per la guerra, vista come un’occasione di riscatto nazionale e di espansione territoriale. Il paese uscì dal conflitto economicamente devastato.
Il movimento (del “biennio rosso”) si sviluppò su scala nazionale. Nonostante abbia avuto specifici epicentri, segnò l’intero Paese. Si è manifestato attraverso scioperi generali coordinati dai sindacati nazionali; ha generato forti tensioni politiche che hanno colpito direttamente il governo centrale a Roma. Le lotte operaie e contadine furono profondamente influenzate dal pensiero di Marx, il quale trovò un riscontro pratico nella contemporanea e vincente rivoluzione russa del 1917. In linea con la teoria marxista, le masse puntavano alla demolizione del sistema capitalistico e alla conquista del potere politico. La reazione e l’ascesa del fascismo a partire dal 1919, anno di nascita dei fasci di combattimento, e la risposta dello stato a queste insurrezioni furono brutali. La forte repressione delle proteste indebolì la già fragile democrazia liberale, preparando il terreno fertile – e fornendo i “necessari” alibi della borghesia italiana – per l’avvento della dittatura fascista.
Dalla storia alla scuola, dalla scuola ai diritti
Sugli anni della Costituzione e dei diritti con essa garantiti, si hanno maggiori conoscenze. Su cui ritorneremo magari inquadrandoli in un contesto internazionale ed europeo.
Il discorso di Mattarella ad Amatrice, quindi, ricorda che la scuola non è solo un luogo di apprendimento, ma il punto di arrivo di un lungo cammino storico. Un cammino fatto di lotte operaie, pensatori critici, riforme sociali, repressione e rinascite democratiche. È grazie a quel secolo di trasformazioni che oggi la scuola può essere, come ha detto il Presidente, la casa della cittadinanza e dei diritti inviolabili.
Nella foto in alto: Il presidente Enrico De Nicola firma la Costituzione (1947)








