02 Apr 2026

Il calcio al collasso e gli altri sport al massimo storico. È la fine di un’epoca

La terza mancata qualificazione ai Mondiali evidenzia la crisi profonda del calcio italiano: un fallimento culturale, gestionale e comunicativo che sta disappassionando le nuove generazioni, attirate da altre discipline che stanno crescendo a suon di risultati

«Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici, facciamo rapporti su basi di equità». Queste sono state le prime parole pronunciate dal presidente della FIGC Gabriele Gravina dopo la sconfitta della Nazionale italiana contro la Bosnia. Mentre milioni di italiani, scioccati e rassegnati dalla terza mancata qualificazione ai Mondiali consecutiva, si aspettavano – se non le dimissioni immediate – quantomeno una presa di responsabilità dal vertice del calcio italiano; hanno assistito a una dichiarazione che probabilmente segna la frattura definitiva tra istituzioni calcistiche e tifosi. Una presa in giro che rispecchia le drammatiche condizioni nel quale versa il calcio in Italia nel 2026.

Un fallimento culturale oltre che sportivo

Non si tratta solo di un fallimento sportivo di risultati, ma di un fallimento sistemico-culturale. Il calcio italiano paga errori su errori, accumulati negli ultimi 15 anni da un sistema che ha falle ovunque: dalla gestione dei vivai, a una cultura sportiva sempre più orientata sul risultato immediato. In questo contesto, il talento fatica a emergere, soffocato da dinamiche come clientelismo, pressione eccessiva sui giovani, differenze di genere e innumerevoli riforme promesse e mai attuate.

Parallelamente, vi è un’altra Italia in cui altre discipline sportive stanno vivendo una fase di crescita straordinaria. Un’Italia che neanche la presunzione dei calciofili ha il coraggio di riconoscere, considerandola “dilettantistica”, “minore”, di “serie B”. E all’indomani dell’apocalisse calcistica questo, più che un alibi, risulta un’aggravante, poiché è sotto gli occhi di tutti che federazioni con meno denaro e risorse umane hanno dimostrato che, grazie a programmazione e competenza si riesce a creare talento ed eccellere nel panorama internazionale.

 

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Lo sport in Italia cresce mentre il calcio crolla

Il clima di sconforto odierno non deve offuscare il fatto che lo sport italiano oggi, nel suo complesso, gode di ottima saluta. Solamente il calcio si trova in una fase di crisi ciclica e irreversibili. Federazioni come tennis, pallavolo, basket e atletica stanno registrando negli ultimi anni un notevole aumento di tesserati, dovuto anche al successo internazionale di molti dei suoi protagonisti. Atleti come Jannik Sinner, Paola Egonu, Federica Brignone o Giammarco Tamberi sono diventati simboli ed esempi per una generazione, capaci di aumentare l’eco del proprio sport e di attrarre tanti giovani e appassionati, molti dei quali saturi dei bocconi amari del calcio.

Questo cambiamento si riflette anche nelle scelte delle famiglie, sempre più orientate verso sport percepiti come sani, formativi e portatrici di valori umani assimilabili. Il calcio, al contrario, appare ancora ancorato a modelli superati, poco inclusivi, scarsamente meritocratici. Un ambiente diseducativo in cui l’assunzione di responsabilità, coperta dall’alibi dell’arbitro, viene assimilata dai ragazzi e finisce per protrarsi nel tempo in tutti gli ambiti della vita.

Comunicazione sportiva: fine dell’era calcio-centrica?

Le parole di Gravina non destano più di tanto scalpore per gli appassionati sportivi, che osservano un mondo che agisce nello stesso modo inteso dal presidente. Per anni giornali, televisioni, programmi radio e social network hanno privilegiato il calcio e i suoi protagonisti, per motivi di popolarità e di ritorno economico, relegando agli altri sport un ruolo marginale.

Oggi però qualcosa sta cambiando. Ci troviamo di fronte a un momento storico in cui l’abbandono della visione “pallone-centrica” appare possibile, in quanto la debacle della nazionale italiana (che non fa nemmeno più notizia) coincide con le imprese degli atleti italiani in varie discipline che stanno guadagnando spazio e attenzione.

Per modificare la priorità delle notizie nell’agenda setting, occorre un’ulteriore mobilitazione di appassionati verso nuovi sport che, grazie alle imprese di Sinner, di Bezzecchi e di Antonelli (prima volta dal 1952 che due italiani sono in testa nelle classifiche di F1 e MotoGP) potrebbe avvenire. Servirebbe nel contempo anche un drastico cambio della modalità di narrazione calcistica, intrappolata in schemi ripetitivi e ridondanti: polemiche arbitrali, critiche agli allenatori e analisi superficiali di opinionisti sprovveduti. Un modello che riflette le stesse dinamiche viste nelle dichiarazioni di Gravina e del commissario tecnico Gennaro Gattuso, più orientate agli alibi che all’autocritica.

Mancanza di responsabilità e crisi etica

L’assenza di dimissioni ai vertici federali solleva interrogativi profondi sull’etica del sistema calcio. In qualsiasi altro settore sportivo, così come in un’azienda, risultati così negativi porterebbero a cambiamenti immediati. Nel calcio italiano, invece, sembra prevalere il perseguimento dei propri interessi e il mantenimento della poltrona. Questi limiti si accompagnano ad una visione arrogante e autoreferenziale di che tende a sminuire gli altri sport, definendoli “dilettanteschi”. Una posizione che, oltre la mancanza assoluta di rispetto, viene smentita da realtà che stanno ottenendo successi internazionali e riscrivendo record con risorse ampiamente inferiori rispetto a quelle calcistiche.

 

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Quale futuro per il calcio italiano?

La crisi attuale dovrebbe rappresentare un punto di svolta. Senza riforme profonde – dai settori giovanili alla governance federale – il rischio è quello di un declino strutturale. Ma l’italiano, rimasto deluso del risultato, è altrettanto cosciente che nel calcio non vi è alcuna prospettiva, visto che dalle scorse qualificazioni ai Mondiali del 2022 non si sono viste riforme e gli uomini governativi sono gli stessi. Per risollevarsi dalla crisi di risultati, il calcio italiano necessita di una riforma totale per recuperare credibilità, in cui merito e responsabilità diventino i pilastri fondanti. Se il primo segnale proveniente dal presidente della federazione si riscontra nella resistenza estrema e nella denigrazione degli altri sport, il calcio italiano sarà condannato a un eterno provincialismo.

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