Tra la Via Crucis di Beirut e la tenerezza di Roma: grazie Italia, mia seconda patria

Mentre il Libano è colpito dai raid israeliani, i suoi figli che vivono in Italia scoprono la solidarietà del popolo italiano. L'amore accorcia le distanze e l'amicizia aiuta a resistere

Da ieri, guardando Beirut sotto i bombardamenti, ho avuto l’impressione di non trovarmi davanti alla semplice distruzione di una città, ma davanti alla messa a nudo della sua anima ferita. Mi è tornata alla mente una definizione di Ziad Rahbani, compositore e drammaturgo libanese, che parlava con amara ironia di un “lungo film americano”, criticando quell’immaginario hollywoodiano fondato sull’enfasi, sulla spettacolarizzazione della violenza e su una verità deformata fino a somigliare alla menzogna. Ma ciò che ieri si consumava su Beirut non aveva nulla del cinema: il fumo era vero, la paura era vera, e la città che tremava non era sullo schermo, ma dentro di me.

Eppure, nel mezzo di quella notte pesante, il mio telefono non ha smesso di suonare. Messaggi, chiamate, parole di affetto e di apprensione da parte dei miei amici italiani, che seguivano gli eventi e chiedevano della mia famiglia, di Beirut, di noi. In quelle ore ho sentito che la distanza tra Roma e Beirut si era improvvisamente accorciata, quasi dissolta; che il Mediterraneo non separava più le due città, ma le univa come un ponte di emozione, di vicinanza, di umanità. Ho sentito Roma avvicinarsi a Beirut fino a sfiorarne le ferite. E ho sentito l’Italia, mia seconda patria, entrare nel mio dolore con la discrezione delle anime nobili.

Libano e Italia sulla Via Crucis

Ieri Beirut mi è apparsa come una città in cammino sulla Via Crucis, piegata sotto il peso della sua croce, sanguinante e luminosa insieme. Una città che vacilla ma continua a camminare, che cade ma si rialza, come se il suo destino fosse quello di attraversare il fuoco per restare testimone della vita. Dall’altra parte, ho visto l’Italia come Maria ai piedi della croce: non in grado di fermare il supplizio, ma capace di restare, di amare, di consolare; capace di offrire a chi soffre la grazia immensa di non soffrire da solo. Così mi è apparsa Roma: non come una città lontana che osserva da oltre il mare, ma come una sorella nell’umanità, china sulla città ferita per sussurrarle con dolce fermezza: non sei sola.

Il Libano e l’Italia si somigliano più di quanto sembri. Entrambi sono figli del mare, della civiltà e della memoria. Entrambi sanno trasformare il dolore in bellezza, la fatica in dignità, la storia in presenza viva. Il Libano è piccolo nella geografia, ma vasto nello spirito: ha la montagna e il mare, la poesia e la musica, e un popolo che continua a sorridere persino sull’orlo dell’abisso. L’Italia è il paese della luce e dell’arte, della pietra che diventa memoria, della piazza che si fa vita, del quotidiano che sa ancora farsi senso. In entrambi i paesi, la bellezza non è un lusso: è una forma di resistenza.

Fierezza e accoglienza

Quanto a Beirut e Roma, non sono soltanto due città: sono due modi di restare in piedi. Beirut è ferita e ostinata, spezzata e fiera. Ogni volta che la morte crede di averla vinta, essa torna a fiorire dalle sue stesse ceneri, con quella grazia tragica che appartiene solo alle città troppo amate dal dolore e troppo attaccate alla vita. Roma, la città eterna, non colpisce solo per la sua grandezza: accoglie. Ha la maestà della storia, ma anche il calore di una casa. È una città che non schiaccia chi arriva stanco, ma lo raccoglie, come se dicesse sottovoce: qui c’è ancora posto per la quiete, per la dignità, per una speranza che non si arrende.

Io, tra Beirut e Roma, non mi sono mai sentito diviso tra due città, ma custodito da due cuori. Beirut è la prima ferita, la prima lingua, la prima casa: quella che continua ad abitarmi ovunque io vada. Roma è l’abbraccio che mi ha accolto quando la terra si stringeva attorno a me, quando l’ingiustizia cercava di soffocarmi con accuse false, persecuzioni e odio. Per questo l’Italia, per me, non è soltanto un Paese amato. È un Paese che ha salvato in me qualcosa di profondo dalla frattura, dalla solitudine, dalla caduta.

Una presa di posizione dell’anima

Per questo oggi dico, dal fondo del cuore: grazie, Italia. Grazie, mia seconda patria. Grazie a questo popolo che sa che l’amicizia non è una formula di cortesia, ma una presa di posizione dell’anima; che sa che chiedere notizie di chi soffre è già una forma di nobiltà; che sa accorciare le distanze non con i discorsi, ma con la premura. Grazie a ogni amico italiano che ha scritto, chiamato, chiesto, condiviso con noi l’angoscia per i nostri cari e per la nostra città. In momenti come questi, i Paesi non si misurano dalla loro estensione, ma dalla qualità del cuore della loro gente.

Il Libano resterà, nonostante coloro che hanno voluto ridurlo in cenere. Beirut resterà, nonostante chi l’ha desiderata inginocchiata, esausta, votata al silenzio e alla morte. E l’Italia resterà nel mio cuore non solo come il Paese che mi ha accolto, ma come una seconda madre che, come Maria, è rimasta ai piedi del mio dolore e mi ha dato, nel mezzo di questo supplizio, una ragione in più per credere che la resurrezione sia ancora possibile, e che l’amore sappia ancora accorciare le distanze tra Roma e Beirut, tra l’esilio e la casa, tra la ferita e la speranza.

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