Lo sharenting è un termine che indica la tendenza, sempre più diffusa, dei genitori a condividere online foto, video e informazioni riguardanti i propri figli. Il termine nasce dall’unione di share (condividere) e parenting (genitorialità). Nella maggior parte dei casi, questa esposizione avviene senza il consenso dei minori: perché troppo piccoli per comprenderne le implicazioni o perché il loro parere non viene considerato. Il risultato è una narrazione pubblica dell’infanzia costruita dagli adulti, spesso senza filtri.
Identità digitale e diritto all’oblio: implicazioni sociologiche
Uno dei nodi centrali riguarda la creazione di una traccia digitale precoce, che precede la capacità del minore di autodeterminarsi. Ogni contenuto pubblicato oggi diventa parte di un’impronta permanente, difficile da rimuovere, che potrà influenzare la reputazione online del bambino una volta adulto.
In questo senso, lo sharenting può rappresentare una sottrazione al diritto all’oblio: il minore eredita un’identità digitale non scelta, che rischia di condizionare la sua libertà futura. Le conseguenze non sono solo giuridiche, ma anche psicologiche.
L’identità “non negoziata” può generare una distanza tra sé reale e sé digitale, alimentando insicurezza, ansia e perfino influenzando la percezione corporea. Inoltre, il bambino può percepire che il genitore attribuisca più valore ai “like”, che alla sua privacy.
Due sguardi sociologici: Goffman e Lupton
Per comprendere meglio il fenomeno, due prospettive teoriche risultano particolarmente illuminanti.
Erving Goffman distingue tra front stage (la scena pubblica) e back stage (lo spazio privato). Con lo sharenting, momenti intimi e domestici vengono portati sul front stage dei social media, annullando la distinzione tra pubblico e privato. In alcuni casi, i figli diventano veri e propri “oggetti di scena”, per costruire l’immagine di una famiglia perfetta.
Deborah Lupton sposta l’attenzione sulla dimensione dei dati: il bambino diventa un “corpo di dati”, un insieme di informazioni che precedono la sua volontà e perfino la sua consapevolezza. Ogni contenuto contribuisce a un profilo digitale, che può essere monitorato, analizzato e potenzialmente sfruttato.
Il quadro normativo: Italia e Francia
In Italia non esiste ancora una legge specifica sullo sharenting, ma la sensibilità giuridica è in aumento. Sempre più tribunali ordinano la rimozione delle immagini dei minori, quando uno dei genitori non è d’accordo, e il Garante della Privacy ha pubblicato linee guida sui rischi legati al furto d’identità e alla pedopornografia.
La Francia, invece, nel 2024 ha introdotto una normativa pionieristica, che ridefinisce l’autorità genitoriale per tutelare la vita privata del minore online. La legge prevede:
- consenso congiunto dei genitori per la pubblicazione delle immagini;
- intervento del giudice in caso di conflitto;
- divieto di pubblicazione se la dignità del minore è a rischio;
- sospensione del diritto di gestire l’immagine del figlio nei casi più gravi.
Come contrastare lo sharenting: educazione e consapevolezza
Contrastare lo sharenting non significa colpevolizzare i genitori, ma promuovere consapevolezza. Alcune strategie utili:
- educare ai rischi per privacy e benessere psicologico dei minori;
- coinvolgere i bambini, quando possibile, chiedendo il loro consenso;
- evitare la pubblicazione di dati sensibili (scuole, routine, luoghi abituali);
- preferire alternative sicure come album privati o piattaforme protette.
Lo sharenting è un fenomeno complesso, che intreccia affetti, tecnologia e rappresentazione sociale. Comprenderlo significa proteggere non solo la privacy dei minori, ma anche il loro diritto a costruire liberamente la propria identità.









