“Se te ne vai”, lo spettacolo che racconta una generazione. O forse due

L’attrice Francesca Ritrovato porta in scena “Se te ne vai”, il testo teatrale di Kelly Rivière che parla di abbandono scolastico. E, in realtà, di molto altro...

Scena dello spettacolo "Se te ne vai" (Foto: Benedetta Folena)

Ho lasciato la Calabria a diciannove anni, subito dopo il diploma. Arrivata nella Capitale, il TrovaRoma, inserto settimanale della Repubblica, che raccoglieva le proposte culturali, è stata la prima scoperta felice. Lo sfogliavo, lo studiavo, lo sottolineavo e mi facevo riempire le serate; due su sette erano dedicate al teatro. Poi, da allieva dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, sono diventata spettatrice obbligata e curriculare e mi sarei riappropriata del gusto che mi dava assistere a una pièce solo dopo essere arrivata a Parigi, per frequentare il Conservatoire National D’Art Dramatique.

Sono stati anni di disordinato andirivieni tra l’Italia e la Francia, i primi da fuorisede.

A Roma ho imparato come non deve essere un’attrice, ho scoperto pochi luoghi di vero teatro alternativo, non sono mai riuscita a lavorare. A Parigi ho parecchio imparato, qualche volta lavorato, ho conosciuto un certo teatro libero, certi teatranti liberi, una certa libertà del teatro.

Da questo incanto arriva Kelly Rivière, meravigliosa attrice di cui avevo visto due solo en scène (costruiti grazie al supporto di piccoli teatri, amici appassionati, produttori coraggiosi). Proprio lei, conosciuta durante un workshop cinematografico, mi ha invitata a vedere Si tu t’en vas, testo che un regista le aveva commissionato per riabilitare la figura degli insegnanti. Lei avrebbe interpretato la professoressa, in dialogo con un suo allievo, intenzionato a lasciare la scuola prima del diploma.

La storia di Nathan

Un’ora di verità, di verità per tutti. L’unica distrazione nel corso dello spettacolo erano lampi di testo in italiano, io che mi confondevo in Kelly e in Mme Ogier. E, poi, le lacrime finali.

Qualche giorno dopo ho chiesto il testo all’autrice e l’ho tradotto. Mentre lo avvicinavo a me, perdevo fiducia in quelle parole: mi sembrava fossero state apparecchiate per dimostrare che alla fine il bene trionfa e giustifica il male di qualcuno. Perché quell’abbaglio? Era stato un abbaglio?

Ho riletto, ho ripreso il testo in francese e una cosa mi è sembrata evidente: la verità di quella drammaturgia era tutta nell’incontro di due esseri umani fuori posto. Ma, se per il ragazzo Nathan interrogarsi sembra legittimo, per la professoressa è solo un vecchio ricordo, una possibilità non accolta quando il tempo glielo avrebbe consentito.

Nathan confida – in una lettera alla professoressa – l’intenzione di lasciare scuola, casa e padre per tentare il successo e fare soldi a Dubai. Prima di andarsene, decide di incontrare Mme Ogier, per avere un confronto con lei e ribadire la sua posizione. La professoressa cerca di dissuaderlo: cosa significa recidere tutti i legami affettivi in modo così netto? Il dialogo tra i due rivela la complessità del rapporto tra docente e studente, ponendo domande morali in un contesto intimo. Emergono le reciproche fragilità, grazie a un parlare dritto che rompe lo schematismo dei ruoli e le contraddizioni del presente: il capitalismo come orizzonte inevitabile, l’ansia ecologica e la centralità del denaro come unica possibilità di esistenza.

L’orario extra scolastico, l’urgenza dell’allievo Nathan di essere ascoltato, rendono per entrambi impossibile la fuga. Stanno, si cercano, si parlano, si scontrano, si feriscono.

Un luogo, dove la parola abbia un senso

La scuola è sempre più riconosciuta come luogo di espressione del disagio sociale, tema discusso da pensatori impegnati nella costruzione di una società più civile, ma spesso ignorato da chi ha il potere di agire concretamente sul sistema scolastico, da cui dipende il futuro della collettività. Il disagio scolastico non riguarda solo studenti, famiglie o insegnanti, ma l’intera istituzione scolastica.

Il culto del successo individuale, aggravato dall’invadenza genitoriale e dall’abuso di smartphone, si riflette nella scuola, dove domina il concetto di “performance” – come dimostra il linguaggio stesso del Ministero dell’Istruzione. A questa logica possiamo opporre il recupero del ruolo dell’insegnante, figura cruciale nella trasmissione del sapere e nel risvegliare il desiderio di conoscenza.

E non ha forse l’insegnante la stessa vocazione che dovrebbe avere il teatro?

Il teatro rappresenta il luogo dove la parola non si è standardizzata, dove la parola ha ancora un senso e non un’efficacia. A teatro si ricostruisce la struttura complessa di cui la realtà è fatta. È la consistenza del reale a riapparire a teatro, luogo di vita e non di rappresentazione.

E mi viene in mente uno spettacolo, forse il primo a cui ho assistito arrivata a Roma: Cara professoressa, della drammaturga russa Ljudmila Razumovsskaja, regia di Valerio Binasco con Maria Paiato, Claudia Coli, Fulvio Pepe Denis Fasolo e Aram Kian. A un certo punto della scena, qualcuno chiede: Che ore sono? Ho guardato l’orologio.

Il tempo era passato e, a spettacolo finito, avevo scoperto tutto il bene che il teatro può dare: un grande testo, un regista che usa la verità in modo spietato e attori sublimi.

La scuola, come il teatro, vive dentro il movimento della storia, del tempo nel quale agisce; scopre i guasti, individua le contraddizioni, smaschera le imposture, insegna a conoscere i drammi, e non per farne un freddo elenco, un lamentoso elenco. La scuola forma coscienze critiche, spinge verso la resistenza etica, verso la fermezza morale. La scuola di oggi, scleroticamente burocratica, aziendale, di questo tempo abbrutito da ossessioni estrattive, involgarito dallo sfruttamento del tutto, ossessionato dall’edonismo, dovrebbe sapere insegnare una lunga serie di nuove, ma antichissime, libertà. Forse anche attraverso il teatro.

Confido che, nella nostra Italia desertificata, abbrutita dalla colonizzazione televisiva e dal consumismo coatto, il teatro possa essere una lieve luce, un’artigianale luce, nel buio.

 


Francesca Ritrovato ha studiato all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma e al Conservatoire National Supérieur D’Art Dramatique di Parigi.

Ha lavorato in teatro, in Italia in Francia, dove ha collaborato con la compagnia La Pensée Chatoyante. Ha assistito a due creazioni di Thomas Ostermeier, “Il gabbiano”, al Teatro Vidy a Losanna, e “Retour” a Reims, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano. In Italia, dopo due menzioni speciali – al Dante Cappelletti e a Giovani Realtà – per lo spettacolo “Colline”, tratto da un testo di Hemingway, ha creato “Alienate”, vincitore del festival Storie interdette, all’ex San Salvi di Firenze, e del festival Monodramma di Salerno.  Al cinema, tra le ultime partecipazioni, quella in “Una femmina” di Francesco Costabile, presentato al festival Berlino. Per FranceTv ha interpretato un ruolo infelice nella serie Parlement 4.

Lo spettacolo Se te ne vai, con Francesca Ritrovato nel ruolo della professoressa, Kevin Di Sole nel ruolo di Nathan e la regia di Andrea Collavino (produzione Bam Teatro con la collaborazione del Css – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia) sarà il 21 agosto al Festival La Luna e i Calanchi di Aliano (Matera), e poi in tournée, partendo dalla Calabria, tra settembre e ottobre. Il prossimo anno andrà in scena il 9 febbraio allo Spazio Rossellini di Roma, l’11 il 12 e il 13 febbraio al Teatro Alkestis di Cagliari e al Teatro San Giorgio di Udine dall’8 al 12 marzo.

condividi su