È una domanda che ricorre periodicamente. Timida, a volte isolata. Quasi a riconoscerne un tratto di superficialità, di basso livello culturale e valenza scientifica. In fondo, fare educazione a Trento, Bologna, Torino invece che a Palermo, Napoli, Bari o Reggio Calabria in cosa dovrebbe essere differente?
Personalmente non ho una risposta: nelle attività educative le certezze durano il tempo di un tramonto. Ho qualche idea, che ogni tanto condivido, metto alla prova in confronti sui contenuti, sul senso politico. È da qui che parto, dal senso politico del fare educazione. Non da esperto o studioso, più da intellettuale pubblico (Mariani), organico (Gramsci), col popolo (Dussel).
Ecco, nei Sud del mondo e quindi anche nel Sud nel nostro Paese, diventa fondamentale il paradigma, il quadro di riferimento di valori e principi a cui ispirarsi nel dare un senso al lavoro educativo. Come sosteneva don Milani qualche decennio addietro, «da bestie si può diventare uomini e da uomini santi, ma da bestie a santi in un passo solo non si può diventare».
La diga e il cambiamento
Qualche decennio fa Giuseppe Casarrubea – preside di una scuola media di Partinico, figlio di un sindacalista Cgil e militante Pci ucciso dalla banda Giuliano nel 1947, in seguito a un attacco alla locale Camera del lavoro – definì la costruzione della diga sullo Jato la più grande opera educativa realizzata da Danilo Dolci in Sicilia. Quella costruzione non era solo un’opera di ingegneria, non aveva solo un valore economico. Oltre a cambiare le condizioni materiali delle persone ha avviato, in quelle aree di estrema povertà dove la mafia controllava le risorse idriche, la mutazione dei modelli di produzione, delle forme di pensiero, delle modalità di organizzazione sociale. Da bestie a uomini. Oppure, della partecipazione democratica alla vita delle comunità.
Il mio percorso di studi all’Istituto universitario calabrese, affiliato alla Facoltà di Scienze dell’educazione dell’Università Pontificia Salesiana, non mi ha dato solo il riconoscimento formale di una professione che già esercitavo da anni, mi ha aperto una visione sul mondo e del mondo, di cui prima non ero pienamente consapevole. A cominciare dalla teoria della dipendenza elaborata da Frank e da quella sulle disuguaglianze economiche di Piketty. Entrambe, per alcuni concetti chiave, si adattano bene al modello di sviluppo che ha caratterizzato il Mezzogiorno d’Italia. Circa trent’anni fa, un sociologo dell’Università della Calabria spiegava a giovani operatori e operatrici sociali di Reggio Calabria, come la nostra regione avesse avuto modernità senza sviluppo (o progresso, direi oggi adottando il diverso significato dato ai due termini da Pasolini).
La base: le relazioni
A cominciare dall’idea stessa di chi è la persona altra con cui noi educatori e educatrici immaginiamo di lavorare. Dussel è stato fondamentale:
«Per conoscere l’altro è ineludibile l’esperienza dell’incontro interpersonale, ovvero della “prossimità” distinta dalla “prossimìa”, alla luce di una originale teoria epistemologica, onde fondare la categoria dell’esteriorità non mediante il principio della differenza, che postula l’identità sulla base dell’analogia, bensì della distinzione, che si pone all’esterno dell’identità. Si tratta, dunque, di una trasformazione che implica il superamento di ogni egemonia per liberare il distinto onde poterlo cogliere nella sua peculiarità».
Perché educare non è solo saper usare strumenti, documentare, elaborare e leggere dati, agire. Tutta questa dimensione, in un lavoro costruito sull’unico bene che si produce mentre si consuma, la relazione, andrebbe vissuta all’interno di una cornice di princìpi e valori che ne esplicitano il senso. Riprendo Paulo Freire, ricordando che il paradigma della pedagogia degli oppressi è istituzionalmente e costituzionalmente diverso (opposto) dall’educazione bancaria. Elaborare e leggere criticamente i dati, magari anche produrre nuove conoscenze dall’uno o dall’altro punto di vista non solo cambia la prospettiva, ma l’organizzazione stessa del mondo.
Nell’ottica dell’azione educativa finalizzata alla trasformazione metabletica, introdotta da Van den Berg e ripresa da Duccio Demetrio come struttura delle strutture all’interno della quale un processo educativo si origina, giustifica e termina, coloro che operano in ambito educativo non possono e non devono ridurre la professione a mera esecuzione tecnica professionalmente asettica, indipendente dal contesto di vita dell’altro con cui costruiscono relazioni.
Pasquale Neri, educatore professionale, da oltre trent’anni opera in attività e servizi educativi, socio assistenziali e sociosanitari. È portavoce del Forum Terzo Settore in Calabria.






