Nel non finito raccontato dal fotografo Angelo Maggio su questa rivista c’è qualcosa di interrotto, in attesa. In Calabria però il non finito comunica una ineluttabile certezza: non sarà mai finito. Un’entità che non è, o non è del tutto. Una eresia filosofica, dove l’essere e il non essere non rappresentano il divenire ma l’immobile.
A volte è casa non sognata, altre è focolare senza il tepore di famiglia, perché vive di lontananza o provvisorietà. È amarezza, lutto non elaborato, dolore non compiuto, non finito. Dal balcone di casa mia, sulle colline oltre la fiumara, si vedono i simulacri del non finito immersi nel verde invernale e nel dominante giallo estivo.
Monumenti al non finito. Come questo “paesaggio” familiare ai nostri occhi si insinua nei nostri cuori? È solo una questione estetica? O è la rivelazione di un decadimento spirituale e relazionale?
Il non finito: una violenza alla speranza
Come scrive Angelo Maggio, quelle immagini di mattoni, cemento e ferro arrugginito sono più di quello che mostrano. Sono la rottura con lo spirito meticcio, testardo, accogliente della popolazione calabrese, quello che a Melissa andava incontro alla morte perché si ribellava alle miserie e anelava a una vita degna, che partiva per il nord o per la Merica sperando di tornare. Che ha prodotto prosa e poesia, forse anche per rimanere aggrappato a quella millenaria storia a cui apparteniamo, per lo più a nostra insaputa. È una crepa che segna le famiglie calabresi e reso fantasmi intere generazioni di giovani, mentre “la restanza” è sfidata dalle condizioni di vita.
Perché il non finito di una casa, una scuola, una palestra, un ponte, una strada, un ospedale, una biblioteca… non significa solo imbruttire un paesaggio, un ambiente, uno spazio che non sarà mai luogo. È una ferita alla dignità e alle speranze di chi quegli spazi li voleva luoghi da abitare e curare, per diventarne parte.
Era il diritto al desiderio e alla dignità dei contadini, che andavano incontro alla morte chiedendo terre da coltivare; di chi nei secoli, emigrato, ha dato vita a un’altra Calabria sparsa per il mondo.
Senza desiderio e dignità è lo spirito che si violenta, lentamente, come un albero che si lascia senz’acqua. Muore ogni giorno un po’ di più, fino a quando neanche tutta l’acqua del mondo riuscirà a farlo rivivere.
Il non finito sociale
Con i calabresi lo spirito si è spezzato; si lasciano in agonia, si mantiene un rivolo per farli sopravvivere. La quantità sufficiente a mantenere lo stato vegetativo del corpo sociale calabrese. Lo ricorda Leonida Repaci (in Calabria grande e amara) con l’altra faccia dei «difetti nobili» dei calabresi e come questi, «sotto l’aspetto funzionale di una civiltà di bisogni che… crea la struttura sociale adatta a soddisfarli, possono apparire gravi lacune». Un’incredibile capacità di adattamento, di accontentarsi quasi di niente, insieme all’abitudine alla privazione e alla miseria, hanno fatto da base alle «servitù sociali della Calabria di ogni tempo, inclusa quella beneficiata dalla Cassa, dall’Ente Sila e dalle Leggi Speciali».
Oggi ci sono i fondi Coesione, il PNRR, l’FSE e così via. L’immagine non cambia di molto e, con Repaci, quella capacità di adattamento e l’abitudine alla privazione, sono ancora tradotti e declinati in «comuni senza strade, senz’acqua, senza luce, senza scuole, senza ospedali, senza gabinetti scientifici, senza teatri, senza cinema, senza biblioteche, senza asili infantili, senza cimitero».
La vita del Mezzogiorno «è quella stagnante di sempre, i problemi della rinascita posti sul tappeto non sarà la Cassa a risolverli, ma il popolo meridionale unito nella lotta, nel rispetto della Costituzione, nella Coscienza dei suoi diritti e dei suoi doveri».
Oggi molte di queste cose ci sono, non tutte e non in tutti i comuni calabresi, soprattutto nelle aree interne. Rappresentano la quantità di acqua necessaria a sopravvivere. Ma una vita degna è un’altra storia.
Il non finito spirituale e relazionale
E qui entra in gioco il non finito spirituale, relazionale. In una Calabria che ha vissuto gli ultimi due secoli in un percorso di modernità senza progresso, lo spirito di donne e uomini è ormai spezzato, il ricordo ancestrale dei millenni di storia si è ridotto a frammenti di immagini confuse, a folklore che alimenta la “psicologia patologica” pasoliniana.
Invece di feudatari, baroni, latifondisti, la modernità propone senatori, onorevoli, manager, avvocati, ecc.
Ma la Calabria continua a perdere la sua linfa vitale; giovani calabresi continuano ad andare via a migliaia ogni anno, anche gli anziani genitori partono per ricongiungersi in cerca di servizi e diritti. Alla sofferenza per la partenza si aggiunge il dolore per l’abbandono della propria terra. Non è forse di questo spirito spezzato che scrive Franco Costabile nella sua poesia Epitaffio? E, come la Cassa e i Fondi Coesione, gli incentivi per studiare nelle università calabresi o ripopolare la Calabria hanno il valore del bicchiere d’acqua versato ai piedi dell’albero morente. Quieta la coscienza di chi lo versa, non cambia le prospettive di vita di chi lo riceve.
È come attaccare i frutti su un albero malato, ricordava decenni addietro Ceriani Sebregondi. Se ne muta l’aspetto, non si affronta la malattia. Si mortifica lo spirito, si spezza la dignità. I frutti (le eccellenze regionali?) sono funzionali a una società di bisogni che crea le strutture sociali adatte a soddisfarli?
La costituzione e il sogno
Quali relazioni umane in una linea tra passato, presente e futuro vissuti in una dimensione di disperazione latente, a cui ci si adatta e abitua?
La “capacità ad aspirare” dell’antropologo statunitense Arjun Appadurai ci consegna una grande responsabilità: perché gli articoli 2 e 3 della Costituzione si realizzano se si sogna e si desidera una vita diversa. Disuguaglianze e marginalità mortificano questa capacità.
A dispetto di chi ha contribuito a distruggere sogni e aspirazioni, anche da calabrese e dall’interno, l’inizio della risalita è da ricercare nello spirito antico delle popolazioni calabresi e dei loro “difetti nobili”: solo «uniti nella lotta, nel rispetto della Costituzione, nella coscienza dei propri diritti e dei propri doveri», possono invertire il senso di una storia che sembra già scritta.
Pasquale Neri, educatore professionale, da oltre trent’anni opera in attività e servizi educativi, socio assistenziali e sociosanitari. È portavoce del Forum Terzo Settore in Calabria.











