Sono andato a vedere uno spettacolo teatrale, a Roma, e, quasi senza accorgermene, mi sono ritrovato a camminare dentro lo spettacolo.
Il titolo è “Sogni che non si possono comprare”, scritto e diretto da Giorgio Barberio Corsetti, uno dei protagonisti della ricerca teatrale italiana contemporanea. È un progetto di Fattore K, ideato da Olimpia Nigris Cosattini, con le musiche originali e il coordinamento corale di Massimo Sigillò Massara.
Pensavo, come normalmente accade quando si dice “andare a teatro”, di trovare una sala, delle poltrone, un palcoscenico e quel momento preciso in cui le luci si spengono e la rappresentazione comincia.
Invece il sipario non c’era. E forse non ce n’era bisogno.
Il teatro cominciava nella strada e poi si spostava, portandoci con sé: sotto un ponte, lungo i sentieri, nel giardino, tra gli spazi del Borghetto dei Fornaciari e del Parco del Pineto, fino alla terrazza o al balcone di una casa. Il quartiere diventava scenografia e noi spettatori smettevamo, almeno in parte, di essere seduti fuori dalla storia. Camminavamo dietro ai personaggi.
Ed è proprio questo il primo elemento che mi ha colpito: la vita non veniva portata sul palcoscenico; era il palcoscenico a entrare nella vita. La concezione stessa dello spettacolo è quella di un’esperienza itinerante e site-specific, costruita per portare il teatro fuori dai suoi luoghi convenzionali e immergerlo nell’anima del quartiere. Il pubblico segue fisicamente le vicende attraversando cortili, sentieri, vecchie ciminiere e spazi aperti.
Ma mentre camminavo per Valle Aurelia, ho avuto una sensazione ancora più personale: la storia era italiana, ma avrei potuto vederla accadere in uno qualsiasi dei nostri Paesi.
Il sogno
È la storia di un uomo comune. Uno di quelli di cui raramente si scrive sui giornali. La moglie lo chiama per comunicargli una notizia terribile: sono stati cacciati di casa perché non sono riusciti a pagare l’affitto. E lui, dall’altra parte del telefono, continua ad aggrapparsi alle piccole possibilità che gli rimangono. Ha un colloquio di lavoro. E ha comprato un biglietto della lotteria.
La moglie gli chiede di mandarle una fotografia del biglietto. Lui la manda. Un gesto apparentemente insignificante, destinato invece a diventare essenziale. Poi sale sulla bicicletta e parte. Arriva un’automobile alle sue spalle. L’automobilista si irrita perché il ciclista rallenta il suo passaggio, lo insulta, lo spinge. L’uomo cade e finisce al pronto soccorso.
E improvvisamente ci troviamo davanti a un’altra scena che sembra appartenere a mille città del mondo: malati che aspettano, persone nervose, confusione, attese interminabili, ciascuno chiuso nella propria sofferenza aspettando che arrivi finalmente il proprio turno.
Nel frattempo la giacca si perde. E dentro quella giacca c’è il biglietto della lotteria.
La giacca passa di mano in mano, mentre noi continuiamo a seguirne il viaggio. Poi arriva la telefonata. La moglie ha conservato la fotografia e può controllare i numeri. Il biglietto ha vinto.
Per qualche istante tutto sembra risolversi. La casa, l’affitto, le difficoltà economiche, l’incertezza del futuro: forse la fortuna ha deciso finalmente di bussare alla loro porta.
Ma lui sa qualcosa che lei non sa. Il biglietto non c’è più. È andato perduto insieme alla giacca. E non trova il coraggio di dirglielo.
Decide di lasciarla felice ancora per un po’. Decide di partecipare alla sua gioia e di festeggiare con lei quella fortuna che, paradossalmente, esiste e nello stesso tempo non esiste. È forse l’immagine più crudele e tenera dell’intera storia: avere vinto tutto e non possedere più il pezzo di carta che permette di dimostrarlo.
A quel punto, per me, lo spettacolo aveva smesso di parlare di una lotteria. Parlava dell’uomo. Parlava di quella distanza minima e infinita che a volte separa una persona dal proprio sogno.
Ed è allora che il titolo, “Sogni che non si possono comprare”, acquista tutta la sua forza. Il denaro c’è, ma non c’è. La vincita è reale, ma irraggiungibile. Il sogno si realizza esattamente nello stesso istante in cui diventa impossibile afferrarlo.
Una storia, tante storie
L’immaginario scelto da Corsetti non nasce casualmente. Lo spettacolo guarda anche al surrealismo cinematografico del Novecento e in particolare a Le Million di René Clair; nella genesi del progetto compare anche Dreams That Money Can Buy di Hans Richter. Il caso, l’oggetto smarrito, l’assurdo e il quotidiano finiscono così per mescolarsi continuamente.
Ma ciò che mi interessava, mentre camminavo insieme agli attori, non era individuare i riferimenti cinematografici. Continuavo a pensare: questa storia la conosco. La vedevo a Roma, ma avrei potuto vederla a Beirut, a Damasco, a Baghdad o in tante altre città.
Conosco quell’uomo che cerca un lavoro mentre porta sulle spalle l’affitto, le bollette e la responsabilità di una famiglia. Conosco quella donna che aspetta una telefonata capace di dirle che domani andrà un po’ meglio di oggi. Conosco il malato che aspetta il medico in un pronto soccorso affollato. E conosco soprattutto quell’essere umano che, quando la realtà diventa troppo pesante, ha bisogno di conservare almeno un piccolo sogno per riuscire ad arrivare al giorno successivo.
A dare corpo a questa esperienza, nell’edizione 2026, sono soprattutto Lorenzo Ciambrelli, Gabriele Guerra, Ottavia Orticello e Giovanni Prosperi, affiancati da Angela Giassi, Elena Magliozzi e Lucyana Reyes. Ma sarebbe riduttivo considerarli semplicemente interpreti collocati dentro una scenografia: qui l’attore deve trascinare lo spettatore da uno spazio all’altro e mantenere viva la narrazione mentre cambia continuamente il rapporto fra pubblico, personaggio e luogo.
C’è poi la dimensione collettiva. Il progetto ha sviluppato un Coro di Comunità, pensato come una voce del territorio e come esperienza di inclusione e coesione sociale. E questo aiuta a comprendere perché, a un certo punto, non si sappia più esattamente dove finisca lo spettacolo e dove cominci il quartiere.
La bandiera palestinese
E poi è arrivato il finale. Un finale che mi ha sorpreso e che ha dato alla serata un significato ulteriore.
Gli attori hanno concluso lo spettacolo con un gesto di solidarietà alla Palestina, portando la bandiera palestinese.
Dopo una storia dedicata alla precarietà, alla casa perduta, alla paura e alla disperata necessità dell’uomo di continuare a sognare, quella bandiera ha portato improvvisamente il racconto fuori dal Borghetto dei Fornaciari.
Per me non è stato semplicemente un elemento scenografico. L’ho percepito come un gesto che riportava la fantasia teatrale alla realtà del nostro tempo. Dopo aver seguito per le strade di Roma un uomo che perde la casa e rincorre una possibilità quasi impossibile di ricominciare, la Palestina entrava nell’ultima immagine dello spettacolo ricordando altre case perdute, altre vite sospese e altri esseri umani che continuano, nonostante tutto, a immaginare un domani.

Lo spettacolo, il quartiere
E in quel momento ho capito ancora meglio perché questa rappresentazione mi fosse sembrata così vicina ai nostri Paesi. Il teatro può raccontare una piccola storia senza renderla piccola. Può partire da un affitto non pagato, da una bicicletta, da una giacca smarrita e da un biglietto della lotteria e arrivare, senza bisogno di grandi discorsi, alle domande fondamentali: quanto costa vivere? Quanto costa avere una casa? Quanto costa la dignità? E che cosa rimane all’uomo quando non può più permettersi nemmeno il proprio futuro?
Forse proprio per questo la scelta di Corsetti di eliminare il confine tradizionale fra scena e realtà funziona così bene. Il ponte non è una scenografia. La strada non è il corridoio che collega due scene. Il giardino non è un fondale. Il balcone non è un elemento decorativo.
E il quartiere non è soltanto il luogo in cui viene rappresentato lo spettacolo. È parte dello spettacolo.
Quando siamo seduti in una sala teatrale possiamo sempre proteggerci pensando: quella è la loro storia; io sono lo spettatore. Qui è più difficile. Cammini con loro. Aspetti con loro. Attraversi gli stessi spazi. Per qualche momento condividi persino la loro precarietà.
L’importanza di sognare
Sono uscito da “Sogni che non si possono comprare” pensando che trascorriamo gran parte della nostra esistenza cercando di comprare le condizioni necessarie per realizzare i nostri sogni: una casa, un lavoro, sicurezza, stabilità.
Eppure le cose che ci permettono davvero di continuare non si comprano. Non si compra la speranza. Non si compra la dignità. Non si compra la capacità di continuare ad amare qualcuno quando tutto intorno sembra crollare. E forse non si compra nemmeno quella piccola follia umana che permette a un uomo di festeggiare con sua moglie una vincita che sa di avere già perduto, soltanto per non distruggere immediatamente la sua felicità.
Alla fine la giacca è perduta. Il biglietto vincente è perduto. La casa forse è perduta. Ma il sogno, almeno per quella notte, rimane.
E mentre gli attori chiudono questa strana passeggiata teatrale mostrando la bandiera palestinese, rimane anche un’altra immagine: quella di persone e popoli che, persino quando hanno perduto quasi tutto, continuano a rivendicare il diritto di immaginare un domani. Forse è proprio questo il senso più profondo del titolo: ci sono sogni che il denaro può aiutare a realizzare. E poi ci sono sogni che nessun denaro potrà mai comprare.









