19 Ott 2026

Guerra del Kippur: vinse l’Egitto. O forse no?

Per comprendere il Medio Oriente di oggi e la questione palestinese, è necessario analizzare gli eventi del secolo scorso: dalla guerra del Kippur agli accordi di camp David. Ecco uno studio storico sulla guerra, la pace, la trasformazione strategica egiziana e i destini di Siria e Palestina

Avraham Vered, IDF Spokesperson's Unit, CC BY-SA 3.0

È difficile comprendere gli Accordi di Camp David del 1978 e il Trattato di pace egiziano-israeliano del 1979 separandoli dalla guerra dell’ottobre 1973; allo stesso modo, è difficile valutare quella guerra riducendola alla domanda militare tradizionale: chi vinse e chi perse?

La guerra tra arabi e israeliana iniziata il 6 ottobre 1973 e nota come Guerra del Kippur, non fu soltanto un tentativo di recuperare il territorio occupato da Israele nel giugno 1967. Fu anche un tentativo egiziano di spezzare l’assetto politico e strategico prodotto dalla sconfitta e di rendere il mantenimento dell’occupazione più costoso della ricerca di un compromesso. In questa prospettiva, il passaggio dall’attraversamento del Canale agli accordi di disimpegno, dalla visita del presidente Anwar al-Sadat a Gerusalemme nel novembre 1977 a Camp David nel settembre 1978 e infine al Trattato di pace del marzo 1979 costituisce un processo coerente, non una successione di episodi isolati.[1]

Alla fine di questo percorso, l’Egitto conseguì il suo principale obiettivo territoriale diretto: recuperare il Sinai, ristabilirvi la sovranità egiziana e porre fine all’occupazione israeliana iniziata nel 1967. In cambio, tuttavia, accettò costi politici, militari e strategici rilevanti: limitazioni concordate al dispiegamento militare in alcune zone del Sinai, il riconoscimento di Israele e la normalizzazione delle relazioni, l’uscita di fatto dalla tradizionale equazione della guerra araba collettiva contro Israele, un temporaneo isolamento nel mondo arabo e un progressivo riallineamento dall’Unione Sovietica verso una partnership strategica con gli Stati Uniti.

La Palestina, pur essendo parte dell’impianto politico di Camp David, seguì invece una traiettoria completamente diversa. Il ritiro israeliano dal Sinai fu definito con precisione e accompagnato da scadenze, mentre il percorso palestinese fu formulato come un’autonomia transitoria seguita da negoziati futuri, senza una soluzione finale predeterminata.[2]

La questione storica, dunque, non è semplicemente se Camp David sia stato una vittoria o una sconfitta, ma che cosa l’Egitto recuperò, che cosa concesse in cambio, perché la Siria non seguì la stessa strada e che cosa avrebbe potuto cambiare se i palestinesi avessero partecipato al percorso di Camp David.

1. L’Egitto tra la sconfitta del 1967 e la guerra del 1973

L’Egitto non entrò nella guerra dell’ottobre 1973 nelle condizioni di uno Stato stabile capace di sostenere indefinitamente un conflitto.

La sconfitta del giugno 1967 aveva comportato la perdita del Sinai, la chiusura del Canale di Suez e la paralisi di una parte importante dell’attività economica, oltre a enormi spese militari e alla successiva Guerra d’Attrito. I rapporti della Banca Mondiale relativi a quel periodo mostrano il peso assunto dalla difesa sulle risorse dello Stato, mentre gli investimenti e la disponibilità di valuta estera erano sottoposti a forti pressioni.[3]

Dopo la morte di Gamal Abdel Nasser nel settembre 1970, Sadat ereditò quindi una vera impasse strategica: l’occupazione del Sinai non poteva essere accettata indefinitamente; una guerra totale per liberarlo integralmente comportava rischi enormi; una soluzione diplomatica appariva difficilmente raggiungibile finché Israele non avesse percepito un costo nel mantenimento dello status quo.

Occorreva cambiare l’equazione. In questo senso la guerra dell’ottobre 1973 può essere interpretata come una guerra reale con un obiettivo militare limitato e una funzione politica più ampia. Per la strategia egiziana non era indispensabile raggiungere militarmente la frontiera internazionale: era necessario attraversare il Canale, spezzare l’assetto militare e psicologico formatosi dopo il 1967 e dimostrare che l’occupazione non garantiva a Israele una stabilità permanente.

2. Una guerra reale o una strada programmata verso la pace?

In seguito si diffusero interpretazioni secondo le quali la guerra dell’ottobre 1973 sarebbe stata una guerra “costruita” o limitata deliberatamente, per arrivare a un accordo politico che Sadat avrebbe voluto fin dall’inizio.

Occorre distinguere due questioni. La prima è l’ipotesi di una guerra fittizia o concordata in anticipo tra Egitto, Stati Uniti e Israele. La documentazione storica disponibile non offre una base solida per questa tesi: la guerra fu reale, la sorpresa militare fu reale, le perdite furono reali e il rischio di un allargamento del conflitto e di un confronto internazionale fu reale.

La seconda: Sadat considerava la guerra uno strumento politico e non un fine in sé. La natura della strategia egiziana e gli sviluppi successivi sostengono questa interpretazione. Sadat non cercava una guerra senza fine; cercava di modificare il rapporto negoziale consolidatosi dopo il 1967.

La guerra, quindi, non era nella sua concezione l’opposto della pace, ma lo strumento necessario per rendere possibile una trattativa in condizioni migliori. In sintesi: Sadat non fece la guerra perché rifiutava il negoziato; la fece perché riteneva che negoziare prima di modificare il rapporto di forza non avrebbe restituito il Sinai all’Egitto.

3. Che cosa cambiò la guerra dell’ottobre 1973?

Nei primi giorni le forze egiziane ottennero un risultato militare di grande rilievo attraversando il Canale di Suez, penetrando nel sistema difensivo della linea Bar-Lev e stabilendo teste di ponte sulla riva orientale.

La fase successiva fu più complessa. Israele recuperò l’iniziativa, avvenne lo sfondamento nell’area di Deversoir e forze israeliane attraversarono il Canale verso ovest; al momento del cessate il fuoco la Terza Armata egiziana si trovava in una situazione militare estremamente difficile.

Una lettura seria non permette quindi di definire la guerra una vittoria militare egiziana totale, ma neppure di ridurla a una sconfitta sulla base dell’ultima fase delle operazioni. Il risultato decisivo fu strategico. Dopo il 1967 Israele poteva considerare sostenibile il mantenimento del Sinai. Dopo il 1973 divenne evidente che lo status quo poteva produrre una nuova guerra regionale, coinvolgere Stati Uniti e Unione Sovietica, provocare una crisi energetica mondiale e minacciare la stabilità internazionale. La guerra riportò così la questione egiziana al centro della diplomazia internazionale e aprì la strada alla diplomazia itinerante di Henry Kissinger e agli accordi di disimpegno.

4. Dall’ottobre a Gerusalemme

Uno dei principali cambiamenti successivi alla guerra fu lo spostamento del baricentro della politica estera egiziana da Mosca a Washington. Sadat riteneva che soltanto gli Stati Uniti disponessero dell’influenza necessaria su Israele per ottenere un ritiro dai territori egiziani.

Tra il 1973 e il 1977 il processo diplomatico rallentò. Sadat temeva che il ritorno a una conferenza internazionale complessiva potesse riprodurre lo stallo. Nel novembre 1977 prese quindi la decisione più controversa della sua politica estera: recarsi a Gerusalemme.

La visita non fu soltanto simbolica. Modificò il metodo del negoziato: l’Egitto passò dalla ricerca di una soluzione araba-israeliana collettiva a un negoziato diretto con Israele sotto mediazione statunitense. Questo passaggio costituì il presupposto di Camp David.

5. Camp David non fu un unico accordo

Il 17 settembre 1978 Sadat e il primo ministro israeliano Menachem Begin, alla presenza del presidente statunitense Jimmy Carter, sottoscrissero due quadri distinti.

Il primo riguardava la pace in Medio Oriente, includendo la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, un periodo transitorio, un’autorità di autogoverno e negoziati successivi sullo status finale. Il secondo stabiliva il quadro per la conclusione di un trattato di pace tra Egitto e Israele.[4]

Qui emerse una differenza strutturale decisiva. Il percorso egiziano poteva essere tradotto in obblighi concreti: ritiro israeliano, frontiera internazionale, disposizioni di sicurezza, normalizzazione e relazioni diplomatiche. Il percorso palestinese dipendeva invece da negoziati futuri, da altri attori e da intese che ancora non esistevano. Questa asimmetria avrebbe determinato il diverso destino dei due percorsi.

6. Che cosa guadagnò l’Egitto?

Il guadagno principale fu il recupero del Sinai. Il Trattato di pace firmato il 26 marzo 1979 prevedeva il ritiro israeliano dietro la frontiera internazionale e il ripristino della piena sovranità egiziana sulla penisola.[5] Il ritiro avvenne per fasi e doveva completarsi entro tre anni dallo scambio degli strumenti di ratifica.[6]

L’Egitto recuperò così circa sessantamila chilometri quadrati perduti nel 1967. Gli insediamenti israeliani nel Sinai furono evacuati e smantellati e le forze israeliane si ritirarono. Il ritiro principale si concluse nell’aprile 1982; la controversia su Taba fu successivamente sottoposta ad arbitrato internazionale e si concluse con il ritorno dell’area all’Egitto nel 1989.

Israele riconobbe inoltre la frontiera internazionale con l’Egitto. Ciò trasformò la questione del Sinai da territorio occupato a territorio egiziano, la cui sovranità era riconosciuta in un trattato internazionale.[7]

Il trattato pose formalmente fine allo stato di guerra. Da allora non vi è stata una nuova guerra generale tra Egitto e Israele. Ciò modificò profondamente la pianificazione economica e militare egiziana.

Il Canale di Suez era già stato riaperto nel 1975, prima di Camp David; non sarebbe quindi corretto attribuirne la riapertura agli accordi del 1978. Tuttavia il disimpegno, la distensione e infine la pace permisero alla zona del Canale di trasformarsi progressivamente da linea del fronte in asse civile ed economico.

Un ulteriore guadagno fu il riallineamento strategico con gli Stati Uniti. Sadat si allontanò progressivamente dall’Unione Sovietica e Washington divenne il principale partner internazionale del Cairo. Ne derivarono una vasta cooperazione economica e militare e una progressiva occidentalizzazione di parti importanti dell’equipaggiamento delle forze armate egiziane.

La pace ridusse inoltre il peso di una mobilitazione permanente per la guerra. Tuttavia non risolse automaticamente i problemi strutturali dell’economia egiziana: debito, inflazione, disuguaglianze e difficoltà connesse alla politica di apertura economica continuarono. Camp David eliminò un enorme onere strategico, ma non costituì una soluzione automatica ai problemi dello sviluppo.[8]

7. Che cosa concesse l’Egitto in cambio?

Il riconoscimento di Israele rappresentò uno dei cambiamenti più profondi. Israele cessò di essere, per lo Stato egiziano, un nemico con cui esisteva uno stato di guerra e divenne uno Stato con il quale l’Egitto intratteneva relazioni diplomatiche ufficiali. Il trattato prevedeva relazioni normali, scambio di ambasciatori e superamento delle barriere economiche e diplomatiche legate allo stato di belligeranza.[9]

Il trattato non privò l’Egitto del diritto sovrano all’autodifesa, ma pose fine allo stato di guerra e creò un sistema giuridico e di sicurezza nel quale una nuova guerra avrebbe significato il collasso del quadro pattizio.

Di conseguenza, la maggiore potenza militare araba uscì dalla tradizionale equazione della guerra contro Israele. Prima del 1979 Israele doveva considerare l’esercito egiziano e il fronte meridionale come elementi centrali di qualsiasi grande guerra regionale. Dopo il trattato questa equazione cambiò.

Il nucleo strategico dello scambio può essere formulato così: l’Egitto recuperò il territorio; Israele ottenne la pace con l’Egitto e la neutralizzazione del fronte egiziano rispetto alle tradizionali guerre arabo-israeliane.

8. Il Sinai tornò sotto piena sovranità egiziana?

Sul piano giuridico il trattato stabilì il ripristino della sovranità egiziana sul Sinai.[10] Tale sovranità fu tuttavia accompagnata da obblighi militari e di sicurezza concordati. È quindi inesatto sia affermare che l’Egitto non abbia recuperato il Sinai, sia sostenere che possa dispiegare qualsiasi forza in ogni parte della penisola senza tener conto degli obblighi pattizi.

L’allegato di sicurezza divise l’area in zone con differenti livelli di forze consentite. Nella Zona A era ammessa una divisione egiziana di fanteria meccanizzata entro limiti definiti di personale, carri armati, artiglieria e mezzi corazzati. Nella Zona B le forze consentite erano più leggere. Nella Zona C, vicina al confine e a Sharm el-Sheikh, le limitazioni originarie erano più severe e il sistema prevedeva la presenza della polizia civile egiziana e della forza internazionale di osservazione, secondo gli accordi applicabili. Sul lato israeliano la Zona D era anch’essa sottoposta a restrizioni.[11]

La formulazione più precisa è dunque che l’Egitto recuperò la sovranità giuridica sull’intero Sinai, accettando al contempo limitazioni militari concordate e differenziate, più severe in alcune aree della penisola. Nel tempo sono stati autorizzati dispiegamenti aggiuntivi con il consenso delle parti, dimostrando che il regime di sicurezza può essere adattato per accordo, pur restando parte della struttura del trattato.

9. Perché la Siria non seguì l’Egitto?

La separazione tra il percorso egiziano e quello siriano fu una delle conseguenze politiche più importanti della guerra del 1973. Egitto e Siria avevano iniziato la guerra insieme il 6 ottobre, ma meno di cinque anni dopo adottavano due concezioni profondamente diverse del modo in cui recuperare i territori occupati.

Hafez al-Assad non rifiutava in assoluto il principio di una soluzione politica. La Siria partecipò agli sforzi diplomatici, accettò il disimpegno sul Golan ed era disposta a prendere parte a un quadro negoziale internazionale a determinate condizioni. Insisteva tuttavia affinché la soluzione riguardasse in modo complessivo i territori occupati e la questione palestinese.[12]

La divergenza fondamentale tra Assad e Sadat riguardava il metodo. Assad riteneva che la forza negoziale araba dipendesse dall’interdipendenza dei fronti: l’Egitto nel Sinai, la Siria sul Golan e i palestinesi in Cisgiordania e Gaza. Separare i percorsi avrebbe consentito a Israele di negoziare con ciascun attore individualmente, facendo concessioni su un fronte e mantenendo posizioni più rigide sugli altri. Sadat giunse invece alla conclusione opposta: attendere un accordo arabo complessivo, poteva significare lasciare il Sinai sotto occupazione per molti altri anni. La visita a Gerusalemme del novembre 1977 segnò il punto di rottura.

Assad considerò l’iniziativa egiziana un indebolimento della posizione negoziale collettiva araba; Sadat considerò invece l’attesa di un consenso arabo una minaccia agli interessi nazionali egiziani.[13]

Il Golan fu decisivo. L’Egitto disponeva di una prospettiva concreta di ritiro israeliano completo dal Sinai in cambio della pace. La Siria non ricevette un’offerta equivalente che garantisse il completo ritiro dal Golan.

La differenza può essere riassunta così: Sadat sosteneva, in sostanza, che non avrebbe lasciato il Sinai ostaggio della soluzione di tutti i conflitti arabo-israeliani; Assad temeva che, se ciascuno avesse recuperato separatamente ciò che poteva, la forza negoziale collettiva sarebbe crollata, prima che i soggetti più deboli ottenessero i propri obiettivi.

Gli sviluppi successivi fornirono argomenti a entrambe le letture: l’Egitto recuperò il Sinai, mentre la Siria non recuperò il Golan; nello stesso tempo l’uscita dell’Egitto dalla guerra modificò il rapporto di forza regionale sul quale Damasco aveva fatto affidamento.

10. La Palestina e il problema strutturale di Camp David

Sadat non ignorò la questione palestinese nel testo di Camp David. Il primo quadro prevedeva per Cisgiordania e Gaza un periodo transitorio di cinque anni, un’autorità di autogoverno, elezioni e negoziati sullo status finale.[14]

La differenza con il percorso egiziano era tuttavia fondamentale. Per il Sinai esistevano un territorio definito, una frontiera riconosciuta, un ritiro israeliano stabilito, una tempistica e disposizioni di sicurezza. Per la Palestina vi erano invece autonomia transitoria, negoziati futuri, controversie sugli insediamenti, su Gerusalemme, sulla sovranità e nessun accordo preliminare sull’esito finale.

Il percorso egiziano raggiunse pertanto il proprio obiettivo territoriale; quello palestinese non produsse la soluzione complessiva prevista dall’impianto politico di Camp David.

11. Che cosa sarebbe accaduto se i palestinesi avessero accettato il percorso di Camp David?

Si tratta di una delle più importanti domande controfattuali della storia del conflitto, ma deve essere affrontata con cautela.

Non è storicamente corretto affermare che l’accettazione palestinese avrebbe portato necessariamente alla nascita di uno Stato palestinese, perché il testo non offriva tale garanzia. Il quadro prevedeva un periodo transitorio di cinque anni in Cisgiordania e Gaza, la creazione di un’autorità di autogoverno eletta, una riorganizzazione dell’amministrazione militare israeliana e successivi negoziati sullo status finale con la partecipazione di Egitto, Israele, Giordania e rappresentanti palestinesi.[15]

Camp David non stabiliva però esplicitamente che al termine dei cinque anni sarebbe sorto uno Stato palestinese indipendente. Sadat cercava di introdurre il principio dell’autodeterminazione palestinese, mentre Begin respingeva un’interpretazione dell’autonomia come percorso garantito verso uno Stato. La formula finale lasciò pertanto irrisolta la questione della sovranità.[16]

Dire che nel 1978 i palestinesi “rifiutarono uno Stato” è quindi storicamente inesatto. Più precisamente, rifiutarono un percorso di autonomia il cui esito sovrano non era garantito.

12. Che cosa avrebbe potuto cambiare con una partecipazione palestinese?

Se l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina avesse scelto di utilizzare Camp David come fase politica invece di respingerlo, si sarebbero aperte diverse possibilità.

La prima sarebbe stata la creazione di istituzioni palestinesi elette in Cisgiordania e Gaza alla fine degli anni Settanta o all’inizio degli anni Ottanta, circa quindici anni prima della nascita dell’Autorità Palestinese derivata da Oslo. Ciò avrebbe potuto trasferire almeno parte dell’amministrazione dalla diretta gestione militare israeliana a istituzioni politiche palestinesi, senza tuttavia significare automaticamente la fine dell’occupazione.

Una partecipazione palestinese avrebbe potuto inoltre coinvolgere più profondamente Egitto, Giordania e Stati Uniti nel mantenimento del percorso palestinese, impedendo forse che Camp David diventasse, nella pratica, soprattutto un processo egiziano-israeliano riuscito affiancato da un percorso palestinese incompiuto.

La questione degli insediamenti avrebbe potuto diventare oggetto di una controversia diplomatica internazionale già alla fine degli anni Settanta. Se l’autogoverno avesse funzionato, se fosse emersa una leadership palestinese eletta e se i negoziati finali fossero riusciti, l’autonomia avrebbe potuto evolvere verso un’entità palestinese dotata di maggiore sovranità e, eventualmente, verso uno Stato.

Ma si tratta di possibilità, non di risultati garantiti. Il governo Begin rifiutava di equiparare l’autogoverno alla sovranità palestinese, mentre le divergenze su Gerusalemme, insediamenti e confini restavano profonde.[17]

13. La sorprendente analogia con Oslo

Circa quindici anni dopo, con gli Accordi di Oslo del 1993, l’OLP accettò il principio di una fase transitoria, di un’autonomia palestinese e del rinvio delle principali questioni dello status finale.

Camp David e Oslo non erano identici. Oslo venne dopo la Prima Intifada, comprese il riconoscimento reciproco tra Israele e OLP e vide l’OLP partecipare direttamente come controparte. Tuttavia esiste una significativa somiglianza strutturale: fase transitoria, amministrazione palestinese e rinvio delle questioni finali a negoziati successivi.

Ciò solleva una domanda legittima: i palestinesi avrebbero potuto utilizzare già nel 1978 l’autonomia come punto di partenza per costruire istituzioni nazionali nei territori occupati, invece di entrare quindici anni dopo in un diverso processo transitorio?

La risposta non può essere certa. Il problema che sarebbe emerso drammaticamente anche dopo Oslo era già presente, in altra forma, a Camp David: come garantire che una fase transitoria non si trasformasse in una condizione permanente?

14. I palestinesi persero un’occasione?

Il giudizio storico deve evitare due narrazioni semplicistiche.

La prima sostiene che nel 1978 i palestinesi abbiano rifiutato un’occasione certa di creare il proprio Stato. Non è corretto, perché lo Stato non era garantito.

La seconda sostiene che Camp David non offrisse loro nulla. Anche questa affermazione è eccessiva, perché l’accordo offriva un quadro per una fase transitoria, elezioni, autogoverno e negoziati sullo status finale.

Il problema centrale era che l’inizio del processo era definito, mentre il suo esito non lo era. Accettarlo significava rischiare di entrare in un percorso che avrebbe potuto svilupparsi verso una maggiore sovranità, ma avrebbe potuto anche consolidare un’autonomia limitata sotto il controllo strategico israeliano. Rifiutarlo preservava la rivendicazione dei pieni diritti nazionali, ma non produceva allora un meccanismo alternativo capace di porre rapidamente fine all’occupazione.

15. L’isolamento arabo dell’Egitto

Il costo arabo dell’accordo fu immediato e severo. Numerosi Stati arabi considerarono la pace separata egiziana un indebolimento della capacità negoziale collettiva.

L’Egitto fu sospeso dalla Lega Araba, la sede dell’organizzazione fu trasferita dal Cairo a Tunisi e diversi Paesi arabi interruppero o ridussero le relazioni diplomatiche con il Cairo.

Questo isolamento non fu però permanente. L’Egitto tornò progressivamente nel sistema arabo e la sede della Lega Araba rientrò al Cairo.

È quindi necessario distinguere tra una perdita temporanea e una trasformazione strategica duratura. La perdita temporanea fu l’isolamento; il cambiamento permanente fu la fine del ruolo dell’Egitto quale principale punta militare del conflitto arabo-israeliano.

16. L’Egitto perse la leadership araba?

Prima di Camp David il Cairo era uno dei principali centri del sistema politico arabo, soprattutto dall’epoca di Gamal Abdel Nasser. La leadership egiziana derivava non soltanto dalle dimensioni del Paese, dalla popolazione e dal peso culturale, ma anche dalla sua posizione nel conflitto con Israele.

La pace modificò uno dei pilastri di quella leadership. L’Egitto recuperò in seguito una parte importante della propria influenza araba, ma non tornò al modello nasseriano. Dopo Camp David la politica egiziana divenne più centrata sugli interessi diretti dello Stato e meno legata all’idea di guidare un progetto militare arabo unitario.

Si trattò di una delle trasformazioni più profonde della storia egiziana contemporanea.

17. Che cosa guadagnò Israele?

Non si può valutare ciò che l’Egitto guadagnò senza considerare ciò che ottenne Israele.

Israele restituì una vasta area territoriale occupata nel 1967, smantellò i propri insediamenti nel Sinai, abbandonò installazioni militari e rinunciò alla profondità strategica offerta dalla penisola. In cambio ottenne qualcosa di enorme valore strategico: la pace con l’Egitto.

L’Egitto non era un attore arabo marginale, ma il Paese arabo più popoloso, dotato di uno dei maggiori eserciti della regione e protagonista centrale delle principali guerre arabo-israeliane. L’uscita del fronte egiziano dalla guerra trasformò profondamente il rapporto di forza regionale e rese molto più difficile una futura guerra araba convenzionale su larga scala contro Israele.

L’equazione essenziale fu dunque questa: Israele restituì il Sinai all’Egitto; l’Egitto offrì a Israele la fine della guerra sul suo più importante fronte convenzionale.

18. Sadat sbagliò?

Una risposta accademica non può essere ridotta a un sì o a un no, perché dipende dal criterio adottato.

Se il criterio è l’interesse territoriale diretto dello Stato egiziano, Sadat conseguì risultati enormi: recuperò il Sinai, pose fine all’occupazione israeliana del territorio egiziano, concluse lo stato di guerra, costruì una partnership strategica con gli Stati Uniti ed evitò nuove guerre generali tra Egitto e Israele nei decenni successivi.

Se il criterio è invece il progetto arabo collettivo, la valutazione cambia: l’Egitto uscì dall’equazione militare, la capacità araba collettiva si indebolì e la Siria perse il principale partner militare potenziale mentre il Golan rimaneva occupato.

Se il criterio è la questione palestinese, il bilancio è ancora più problematico: il capitolo palestinese di Camp David non produsse uno Stato, una sovranità o un ritiro equivalente a quello ottenuto dall’Egitto nel Sinai.

Da qui derivano due interpretazioni storiche opposte. Una considera Sadat uno statista che comprese i limiti della forza egiziana, utilizzò una guerra limitata per spezzare lo status quo e poi trasformò il risultato militare in recupero territoriale. L’altra ritiene che egli abbia convertito il risultato politico della guerra in una pace separata che indebolì la posizione araba prima di ottenere una soluzione palestinese vincolante.

La ricerca storica non può risolvere tale divergenza con slogan; deve confrontare le alternative effettivamente disponibili tra il 1977 e il 1979.

19. Esisteva un’alternativa migliore?

In teoria Sadat avrebbe potuto continuare a chiedere una soluzione araba complessiva, prima di firmare una pace separata. Ciò avrebbe però comportato il rischio di mantenere il Sinai sotto occupazione per altri anni, soprattutto di fronte a un governo Begin molto rigido sulle questioni della Cisgiordania e di Gaza.

L’Egitto avrebbe potuto mantenere aperta l’opzione militare, ma una nuova guerra avrebbe avuto costi umani ed economici enormi e nessuna garanzia di liberare integralmente il Sinai.

Un’altra possibilità sarebbe stata mantenere più a lungo il coordinamento arabo insieme alla pressione statunitense, ed è precisamente ciò che molti critici di Sadat ritenevano possibile.

Il problema storico non è dimostrare che esistessero alternative teoriche, ma stabilire quanto fossero realisticamente praticabili. I documenti dei negoziati del 1978-1979 mostrano divergenze profonde su Cisgiordania, Gaza, insediamenti, Gerusalemme e sovranità; la stessa amministrazione Carter non riuscì a trasformare l’idea iniziale di una pace complessiva in un accordo regionale globale.[18]

Non è quindi dimostrabile che, rifiutando Camp David per qualche mese o anno, Sadat avrebbe ottenuto Sinai, Palestina e Golan insieme. Allo stesso tempo, non è dimostrabile che la formula accettata fosse l’unica possibile. È precisamente in questo spazio che il giudizio storico deve restare aperto.

20. Tre percorsi nati dalla stessa guerra

Il confronto tra Egitto, Siria e palestinesi rivela il significato strategico più profondo del periodo successivo al 1973.

L’Egitto accettò il negoziato separato e alla fine recuperò il Sinai. La Siria rifiutò di separare il Golan da una soluzione araba più ampia e il Golan rimase fuori dall’accordo. I palestinesi rifiutarono un’autonomia che non garantiva lo Stato e, circa quindici anni dopo, entrarono con Oslo in un diverso processo transitorio che a sua volta non garantiva anticipatamente l’esito finale.

Questi risultati non bastano per stabilire che una decisione fosse giusta e l’altra sbagliata, perché i tre attori affrontavano condizioni differenti. Israele era disposto a restituire il Sinai a uno Stato egiziano esistente in cambio della pace. Il Golan era inserito in calcoli politici e di sicurezza differenti. In Cisgiordania e Gaza il conflitto riguardava non soltanto confini territoriali, ma sovranità, insediamenti, Gerusalemme, identità nazionale palestinese e il futuro stesso dell’assetto territoriale israeliano.

Qui emergono simultaneamente il successo e il limite della strategia di Sadat. Egli ottenne una formula chiara per il territorio egiziano, ma non riuscì a ottenere per i palestinesi una formula equivalente. Assad aveva motivi concreti per temere che l’uscita separata dell’Egitto avrebbe alterato il rapporto di forza arabo, ma non riuscì a trasformare il proprio rifiuto in un percorso capace di restituire il Golan. I palestinesi avevano ragioni reali per temere un’autonomia priva di sovranità, ma il rifiuto del percorso non impedì il proseguimento dell’occupazione e dell’espansione degli insediamenti né produsse una strada più rapida verso lo Stato.

21. La pace e la ridefinizione del ruolo dell’Egitto

La pace restituì all’Egitto il territorio, ma inserì la sicurezza regionale in una nuova architettura nella quale gli Stati Uniti occupavano una posizione centrale. Washington divenne un partner fondamentale sia del Cairo sia di Israele, mentre assistenza militare, cooperazione di sicurezza e mediazione statunitense divennero elementi strutturali del nuovo ordine regionale.

Camp David non fu dunque soltanto un accordo di frontiera. Fu parte di un riposizionamento geopolitico dell’Egitto: da Mosca a Washington; dalla guida del confronto militare al ruolo di mediatore; dalla guerra diretta con Israele alla gestione della relazione con esso; dalla priorità del progetto arabo regionale a una più marcata priorità dell’interesse dello Stato egiziano.

Per questo le conseguenze di Camp David furono molto più profonde del solo recupero del Sinai.

Conclusione: il territorio in cambio della trasformazione del ruolo regionale dell’Egitto

A distanza di decenni, il bilancio di Camp David può essere analizzato al di fuori della contrapposizione tra glorificazione e tradimento.

Gli accordi non furono una semplice capitolazione egiziana: Israele si ritirò effettivamente dal Sinai, evacuò le proprie forze e i propri insediamenti e l’Egitto recuperò un territorio e una sovranità perduti nel 1967.

Non furono, però, neppure una vittoria senza prezzo. Il costo fondamentale non fu la rinuncia al Sinai, ma la trasformazione della funzione strategica dell’Egitto.

L’Egitto recuperò il territorio, ma accettò limitazioni pattizie al dispiegamento militare in alcune sue parti. Recuperò la frontiera, ma riconobbe Israele e concluse lo stato di guerra. Ottenne sicurezza sul fronte orientale, ma uscì dalla tradizionale struttura della guerra araba contro Israele. Si avvicinò agli Stati Uniti e ottenne un’ampia cooperazione economica e militare, entrando però in un ordine regionale nel quale Washington svolgeva un ruolo centrale.

L’occupazione del territorio egiziano terminò, ma il capitolo palestinese di Camp David non si trasformò in un ritiro, una sovranità e uno Stato paragonabili a quanto l’Egitto ottenne nel Sinai. L’Egitto tornò successivamente nel sistema arabo, ma quel sistema non era più lo stesso.

La formula più precisa non è dunque che l’Egitto abbia semplicemente “vinto” o “perso” Camp David. L’Egitto conseguì il principale obiettivo dello Stato nazionale – territorio, frontiera e fine della guerra – pagando in cambio una riduzione della propria libertà militare in alcune aree del Sinai e una trasformazione del precedente ruolo di guida del confronto arabo con Israele.

Israele perse il Sinai, ma guadagnò l’uscita dell’Egitto dalla guerra. La Siria mantenne la convinzione che la separazione dei fronti avrebbe indebolito gli arabi, ma non recuperò il Golan. I palestinesi non si trovarono davanti a un’offerta garantita di Stato indipendente, bensì davanti all’inizio di un percorso autonomistico che avrebbe potuto evolvere oppure fallire.

Qui risiede la grande contraddizione apparente di Anwar al-Sadat. Il suo progetto iniziò con la decisione di andare in guerra il 6 ottobre 1973 e culminò nel riconoscimento dello Stato combattuto e nella firma della pace il 26 marzo 1979. Se la sua strategia viene letta come un unico processo, la contraddizione si attenua: utilizzò la guerra per spezzare l’ordine prodotto dal 1967, utilizzò il risultato della guerra per aprire il negoziato e utilizzò il negoziato per recuperare un territorio che riteneva impossibile riconquistare integralmente con la sola forza militare.

La domanda lasciata alla storia non è quindi se la guerra dell’ottobre 1973 fosse reale o se la pace fosse reale: entrambe lo furono. La domanda è dove Sadat avrebbe dovuto fermarsi nel passaggio dalla guerra alla pace, quale prezzo l’Egitto avrebbe dovuto rifiutare e se fosse stato possibile trasformare il successo politico egiziano in una soluzione araba più ampia prima dell’uscita definitiva dell’Egitto dall’equazione della guerra.

L’eredità di Camp David rimane così aperta a letture differenti: una lettura nazionale egiziana che vede nel recupero del Sinai e nella fine dell’occupazione un risultato strategico; una lettura araba che considera la separazione del percorso egiziano un fattore di indebolimento del rapporto di forza collettivo; e una lettura palestinese secondo cui l’autonomia proposta non offriva una garanzia di Stato e sovranità.

Tra queste interpretazioni rimane un dato storico difficilmente contestabile: la guerra dell’ottobre 1973 restituì all’Egitto la capacità di negoziare dopo la sconfitta del 1967; Camp David gli restituì il Sinai, ma chiuse nello stesso tempo un’epoca in cui l’Egitto era il centro militare della guerra araba contro Israele. Dalla stessa guerra nacquero tre percorsi differenti: l’Egitto recuperò il Sinai attraverso la pace, la Siria rimase senza il Golan e i palestinesi rimasero senza una soluzione definitiva.

 


Note

[1] Cf. U.S. Department of State, Office of the Historian, Foreign Relations of the United States, 1977–1980, Volume IX: Arab-Israeli Dispute, August 1978–December 1980, Washington, United States Government Publishing Office, documents relating to the Camp David Summit and Egyptian-Israeli peace negotiations.

[2] Cf. Framework for Peace in the Middle East Agreed at Camp David, Washington, 17 September 1978.

[3] Cf. World Bank, Egypt: The Economy in 1974—Its Position and Prospects, Washington, World Bank, 1974, sections concerning economic growth, defence expenditure, investment and balance-of-payments pressures.

[4] Cf. Framework for Peace in the Middle East Agreed at Camp David, 17 September 1978; Framework for the Conclusion of a Peace Treaty between Egypt and Israel, 17 September 1978.

[5] Cf. Treaty of Peace between the Arab Republic of Egypt and the State of Israel, Washington, 26 March 1979, Article I.

[6] Cf. Treaty of Peace between the Arab Republic of Egypt and the State of Israel, Annex I, Protocol Concerning Israeli Withdrawal and Security Arrangements, Article I.

[7] Cf. Treaty of Peace between the Arab Republic of Egypt and the State of Israel, 26 March 1979, Article II.

[8] Cf. World Bank, Egypt: The Economy in 1974—Its Position and Prospects, Washington, World Bank, 1974.

[9] Cf. Treaty of Peace between the Arab Republic of Egypt and the State of Israel, 26 March 1979, Articles I–III.

[10] Cf. Treaty of Peace between the Arab Republic of Egypt and the State of Israel, 26 March 1979, Article I.

[11] Cf. Treaty of Peace between the Arab Republic of Egypt and the State of Israel, Annex I, Protocol Concerning Israeli Withdrawal and Security Arrangements, Article II; Multinational Force and Observers, Origins and Treaty Responsibilities, Sinai.

[12] Cf. U.S. Department of State, Office of the Historian, Foreign Relations of the United States, 1977–1980, Volume VIII: Arab-Israeli Dispute, January 1977–August 1978, Washington, United States Government Publishing Office, documents concerning President Hafez al-Assad’s discussions with the Carter administration and preparations for the Geneva peace process, 1977.

[13] Cf. U.S. Department of State, Office of the Historian, Foreign Relations of the United States, 1977–1980, Volume VIII: Arab-Israeli Dispute, January 1977–August 1978, Washington, United States Government Publishing Office, documents concerning Syrian reactions to President Sadat’s Jerusalem initiative.

[14] Cf. Framework for Peace in the Middle East Agreed at Camp David, 17 September 1978, provisions concerning the West Bank and Gaza.

[15] Cf. Framework for Peace in the Middle East Agreed at Camp David, 17 September 1978, provisions concerning the transitional arrangements for the West Bank and Gaza.

[16] Cf. U.S. Department of State, Office of the Historian, Foreign Relations of the United States, 1977–1980, Volume VIII: Arab-Israeli Dispute, January 1977–August 1978, Washington, United States Government Publishing Office, documents concerning the disagreements over Palestinian self-determination, autonomy and statehood.

[17] Cf. U.S. Department of State, Office of the Historian, Foreign Relations of the United States, 1977–1980, Volume IX: Arab-Israeli Dispute, August 1978–December 1980, Washington, United States Government Publishing Office, documents concerning the Palestinian autonomy negotiations.

[18] Cf. U.S. Department of State, Office of the Historian, Foreign Relations of the United States, 1977–1980, Volume IX: Arab-Israeli Dispute, August 1978–December 1980, Washington, United States Government Publishing Office, documents concerning the Camp David negotiations, settlements, Jerusalem and Palestinian autonomy.

[19] Cf. William B. QUANDT, Camp David: Peacemaking and Politics, Washington, Brookings Institution Press, 1986.

[20] Cf. Jimmy CARTER, Keeping Faith: Memoirs of a President, United States, University of Arkansas Press, 1995.

[21] Cf. Anwar EL-SADAT, In Search of Identity: An Autobiography, United States, Harper & Row, 1978.

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