Venezuela. Il dolore di due tragedie e la speranza di un futuro migliore

Storie ed esperienze del terremoto a La Guaira, dove al dolore è seguita la solidarietà. L'importante è che l'odore della morte non sommerga la speranza

Caracas, Venezuela, 2026. Foto: Dipartimento della Protezione Civile

Il Venezuela è tornato ancora una volta al centro dell’attenzione mondiale. All’inizio dell’anno, gli occhi della comunità internazionale si erano concentrati sull’operazione di estrazione del presidente, condotta dagli Stati Uniti. Questa volta, invece, l’attenzione si rivolge di nuovo al Venezuela non per una tragedia politica, ma per una naturale: scosse di terremoto di magnitudo 7.2 e 7.5 hanno provocato danni inimmaginabili negli stati della zona centro-settentrionale e nella capitale del Paese. Tra questi, lo stato di La Guaira, a circa 20 chilometri da Caracas, ha subito le conseguenze più gravi. Secondo i dati ufficiali, in aggiornamento, diffusi dal Ministero del Potere Popolare per la Comunicazione, si registrano 1.943 morti, 10.571 feriti e più di 43.000 persone disperse; inoltre, si stima che almeno 189 edifici siano completamente crollati e 666 abbiano subito danni parziali.

Nel 1999, La Guaira fu colpita da una colata di fango che causò gravi danni materiali e strutturali, quando acqua, rocce, alberi e tonnellate di detriti scesero con violenza dalla montagna dell’Avila. Nel 2019, in occasione della commemorazione di quell’evento, i sopravvissuti condivisero le loro testimonianze e le organizzazioni per i diritti umani presentarono diversi rapporti. Tuttavia, come riporta il quotidiano El Nacional, non ci furono mai dati esatti sulla tragedia del 15 dicembre 1999. Sebbene le autorità indicassero circa 30.000 vittime, il numero reale non fu mai confermato. Le testimonianze strazianti raccontano della presenza di cadaveri disseminati ovunque e dell’impatto di “sentire l’odore della morte” causato dalla decomposizione dei corpi.

Dalla reazione all’azione

Parlando con familiari e amici in Venezuela, alcuni hanno raccontato i momenti di panico vissuti durante il terremoto, l’angoscia di non poter contattare i propri cari e la preoccupazione per chi stava soffrendo. Tuttavia, al dolore è seguita la solidarietà. Poche ore dopo aver compreso la gravità della tragedia, i cittadini hanno reagito immediatamente. Mentre il governo nazionale sembrava non aver ancora compreso appieno la situazione, i social si riempivano di video degli abitanti di La Guaira e di altre regioni colpite, che mostravano edifici distrutti, disperazione e incredulità.

In breve tempo, ai messaggi di dolore sono seguite azioni concrete. Uomini, donne, giovani e adulti si sono organizzati per soccorrere chi era rimasto intrappolato. A mani nude e senza esperienza, sono stati i primi a buttarsi tra le macerie, cercando con la sola forza della volontà di spostare i detriti per salvare vite. Non c’erano differenze di status o classi sociali: prevalevano solo la sensibilità e il desiderio di aiutare il prossimo.

In situazioni come queste, i secondi sembrano ore. Le testimonianze evidenziano chiaramente la lentezza della risposta istituzionale, già da tempo criticata per fragilità ed inefficienza. La destabilizzazione delle strutture pubbliche ha infatti compromesso, nel corso degli anni, la capacità di servizio al popolo venezuelano.

La crisi delle organizzazioni e la volontà di aiutare

Molti video mostrano i primi momenti negli ospedali: feriti assistiti su letti senza materassi, tavoli improvvisati utilizzati come barelle o tavole sostenute da sedie. Immagini che evidenziano una grave carenza di risorse essenziali. A questo si aggiunge l’appello urgente di medici e infermieri, che chiedono alla popolazione di donare garze, bende, guanti, suture e mascherine.

Nel frattempo, i soccorritori della Protezione Civile cercano di operare tra le macerie. Colpisce l’ingegno nei momenti più difficili: un pezzo di cartone viene utilizzato come immobilizzatore, un pezzo di ferro diventa una leva per supplire alla mancanza di macchinari pesanti, mentre le torce dei telefoni cellulari compensano l’assenza di attrezzature adeguate per la ricerca dei sopravvissuti.

Lo spirito di solidarietà ha coinvolto tutti. Molti tra i colpiti, rimasti illesi, si sono trasformati in soccorritori. Poco dopo, organizzazioni civiche, ONG locali e la Chiesa cattolica hanno avviato raccolte di acqua, cibo, vestiti e medicinali. A queste si è aggiunta la disponibilità di cittadini che hanno messo a disposizione gratuitamente veicoli, autobus e camion per trasportare volontari e aiuti. Nel giro di dodici ore, molti si sono messi in viaggio verso la “zona zero”, dove le drammatiche esperienze hanno permesso di comprendere la reale portata della tragedia.

La testimonianza di Lourdes

Lourdes, un’infermiera con competenze di primo soccorso, si è unita come volontaria. Non lavora più in ospedale perché il suo stipendio (pari a circa 12 dollari al mese) non le consente di mantenere la famiglia, costringendola a cercare altre attività più remunerative. Senza l’appoggio di politici o istituzioni, si è organizzata insieme a insegnanti, infermieri e imprenditori del suo quartiere per portare aiuti a La Guaira.

Hanno percorso circa 60 chilometri da Los Teques, utilizzando motociclette e veicoli privati. All’ingresso della città, Lourdes è rimasta profondamente colpita: «Sembrava che i film di guerra fossero diventati realtà», ha raccontato. Pur conoscendo la zona, non riusciva più a riconoscerla. «Ciò che mi ha sconvolto di più è stato l’odore di morte. Volevo tornare indietro perché non riuscivo a sopportare, né fisicamente né interiormente, il fetore della tragedia», ha condiviso. Nonostante ciò, ha superato il turbamento e ha portato a termine la sua missione.

Quale futuro?

L’arrivo di squadre di soccorso provenienti da diversi Paesi ha reso evidente la situazione storica del Venezuela. L’aiuto internazionale ha permesso interventi tecnici specializzati, dimostrando che la solidarietà supera le divisioni politiche.

Il futuro delle persone colpite, specialmente a La Guaira, rimane incerto. Le stime sulla distruzione evidenziano la necessità di un grande lavoro per ricostruire il tessuto sociale e infrastrutturale. Sarebbe triste che, tra vent’anni, le testimonianze tornassero a denunciare che non è stato fatto nulla.

Al momento, le organizzazioni internazionali e la Chiesa stanno contribuendo con aiuti concreti. Anche alcune istituzioni politiche stanno intervenendo, si spera con intenti autenticamente filantropici, perché non vi sarebbe colpa più grave che approfittare delle rovine per interessi personali.

I venezuelani hanno dimostrato di essere un popolo resiliente, come testimonia la loro storia recente. Siamo certi che manterranno vivo il desiderio di riscatto. Ora resta da pregare per le vittime, collaborare alla ricostruzione materiale e, soprattutto, offrire sostegno morale affinché non venga meno la speranza in un futuro migliore.

condividi su